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Costretto ad un lungo periodo di riposo, a causa
di un serio incidente al ginocchio, il compagno Oliviero
Diliberto, segretario nazionale del PdCI, non sembra affatto
sotto tono, quando ci accoglie nella sua casa. E lì, circondato
dai suoi tanti e amati libri ed una graziosa gattina che ci gira
attorno, inizia a parlare. Ed è un fiume in piena. «Accordo di
governo, dopo le prossime elezioni nazionali? Sarebbe un errore,
un guaio sia per noi che per il Pd, mentre ciascuno dovrà fare
la sua, differente, parte. Questa è una crisi di sistema e per
uscirne bisogna cambiare il sistema. Del resto i temi posti dai
comunisti sono oggi, rispetto alla crisi strutturale del
capitale e alle accelerazioni iperliberiste dell’Unione europea,
più attuali che mai. Il punto è che occorrerebbe un partito
comunista forte, radicato, di lotta e questo partito non c’è.
Occorre risolvere il problema, contribuire alla costruzione di
un partito comunista di questo tipo. E’ per questo che abbiamo
lanciato, ormai da tempo (e solo parzialmente ascoltati) il
progetto dell’unità dei comunisti. I comunisti e le comuniste
bisogna unirli e unirle. Noi continueremo a lavorare per questo
obiettivo e porteremo avanti questo progetto con tutti coloro
che saranno disponibili ».
Una prima domanda sulla cogente attualità.
Credi che si stiano determinando le condizioni per elezioni
anticipate ?
È molto probabile. È difficile che il Governo
possa reggere alla crisi ed ai continui scandali, oltre alla
rottura stessa che si è andata consumando nel Pdl. E poi
Berlusconi ha tutto l’interesse ad andarci. La scadenza del 2013
è in contrasto con i suoi interessi personali perché non
potrebbe candidarsi a Presidente della Repubblica. Non è
inverosimile pensare che le elezioni politiche possano tenersi
insieme alle prossime elezioni amministrative.
E secondo te, allora, cosa dovrebbero fare le
forze della sinistra e, in particolar modo, i comunisti?
Ripetere l’esperienza del 2006 e l’accordo di governo col
centro-sinistra?
Obbiettivamente oggi non vedo alcuna condizione
per un patto di governo. Un accordo di questo tipo, oggi sarebbe
un guaio sia per noi che per il Pd : troppo distanti i progetti
e i programmi. Invece un largo fronte democratico che contrasti
la peggiore destra di tutta Europa è auspicabile. E mi auguro
che vi siano le condizioni per cambiare la legge elettorale che
è folle, obbliga a formare schieramenti eterogenei e crea un
Parlamento che non rispecchia il Paese, visto che di fatto non è
eletto ma nominato. Noi comunisti dobbiamo lottare e muoverci
politicamente per il ritorno alla legge proporzionale : è una
richiesta che dobbiamo avanzare e per la quale dobbiamo
mobilitarci. Altra questione è la risoluzione del conflitto
d’interessi. Berlusconi, col suo dittatoriale monopolio
dell’intero mondo televisivo ha trasformato un intero popolo di
telespettatori in suoi elettori. Da questo punto di vista, dal
punto di vista dell’organizzazione degenerata
dell’organizzazione del consenso la situazione italiana è di una
gravità inaudita: non solo è ora ma è già tardi per riportare la
democrazia su questo terreno e togliere a Berlusconi questo
strapotere.
Concentriamoci sull’ Unione europea e sulla
crisi che la sta attraversando. È questa, una crisi passeggera?
Se si analizzano le questioni si capisce come
questa crisi non sia affatto ciclica e passeggera. Essa è dovuta
alla finanziarizzazione del mercato (denaro che genera altro
denaro) che ha colpito paesi diversissimi tra di loro, non
necessariamente fragili dal punti di vista economico. E questo
perché ci troviamo di fronte ad una vera e propria crisi
capitalistica di sistema.
Questo vuol dire che ci troviamo di fronte a
sconvolgimenti che cambieranno nel profondo l’Unione Europea e
l’Eurozona?
Io temo che ci si stia avviando verso due
euro-zone. La prima, forte, guidata dalla Germania. Ed una
seconda, più debole, che è l’eurozona mediterranea (Portogallo,
Spagna, Italia e Grecia) a cui verrà applicato un cambio
diverso. Il che renderebbe tutto molto più complesso ed
esporrebbe questi paesi al rischio di forti speculazioni
finanziarie, che in parte stanno già avvenendo. Tutto questo si
innesta su una crisi più complessiva che vede un attacco contro
l’euro da parte degli Stati Uniti d’America e di alcuni
speculatori europei.
Perché questo?
Fondamentalmente, perché l’euro è una moneta sui
generis, priva di uno Stato nazione.
Si è parlato infatti di una moneta senza uno
stato ed una politica economica.
Esattamente. E proprio questo essere una moneta
senza Stato, fa dell’euro un paradigma emblematico del
capitalismo, dove la politica viene cancellata e rimane solo il
denaro.
Ma allora cosa pensi di questa Europa?
Questa Europa semplicemente non esiste. Voglio
essere più esplicito: alcuni di noi hanno coltivato anni
addietro l’idea che potesse nascere un’Europa politica,
espressione dei popoli europei e con poteri decisionali, così
che potesse formare un polo alternativo agli Usa. Ma tutto
questo non è avvenuto e forse non poteva nemmeno avvenire. Lo
dico con rammarico, ma bisogna prenderne atto, del resto gli Usa
hanno lavorato sui singoli governi amici per impedire che si
arrivasse ad un’unità politica. E la crisi sta ancora di più
acuendo le difficoltà dell’Europa, rendendone impossibile la
compiutezza di progetto politico, ma anzi disgregandola ancora
di più, al punto che oggi, il Parlamento europeo è un vuoto
simulacro, privo di poteri decisionali e di indirizzo.
Come si esce da questa crisi allora?
Come ho già detto prima, questa è una crisi di
sistema. E allora non ci sono tante alternative: per uscire da
una crisi di sistema bisogna cambiare il sistema. Il che,
evidentemente, non vuol dire che io veda nell’immediato le
condizioni per poterlo fare. I comunisti però hanno il compito
di indicare una prospettiva di cambiamento radicale del sistema.
Oggi più che mai la crisi rende attualissime le vecchie
intuizioni contenute nel III libro del Capitale di Marx. Egli
viveva in una economia con uno stadio embrionale di
finanziarizzazione, ma aveva già allora lucidamente individuato
i rischi enormi connaturati nel passaggio dalla fase in cui
“merce produce denaro” a quella in cui “denaro produce denaro”.
Ma tutto questo è intrinsecamente connaturato con il capitale.
Oggi chi è comunista è più che mai attuale.
Ci sono, dunque, le condizioni per la ripresa
della lotta e del conflitto? In Europa, in fondo, ci sono esempi
che vanno in questa dimensione, basta vedere quello che accade
in Grecia…
La ripresa delle lotte c’è. Ma proprio la Grecia
ci dice che questo avviene se c’è un forte Partito Comunista,
come il KKE, e un sindacato di classe. Non è l’unica condizione,
ma è assolutamente indispensabile, altrimenti – come vediamo in
Italia – le lotte sono parcellizzate ed incapaci di
rappresentare gli interessi complessivi dei lavoratori.
È centrale il ruolo del KKE …
Assolutamente. In Grecia c’è un Partito Comunista
forte, organizzato, che rasenta il 10% del voti, con strutture,
militanti, organi di stampa: è un partito di massa. E quindi è
in grado anche di essere parte integrante di queste lotte. In
Italia invece noi dobbiamo ricominciare da capo, ed è evidente
che il nostro cimento è quello di costruire una soggettività di
radicale opposizione al capitalismo che sia in grado di proporsi
come una speranza, una guida per il futuro.
Ma il KKE non parla solo al popolo greco. Nel
loro striscione all’Acropoli di Atene i comunisti hanno invitato
i popoli di tutta Europa a ribellarsi.
I greci hanno un fortissimo senso
dell’internazionalismo che è figlio della loro storia e della
loro precisa identità politica. Per cui non mi sono stupito,
anzi ho condiviso questo appello. Bisogna vedere quanti sono in
grado di raccoglierlo. La parcellizzazione delle forze della
sinistra di classe e degli stessi comunisti a livello europeo è
incredibile. Uno dei temi oggi è quello di ricostruire un
internazionalismo credibile, senza il quale sarà difficile anche
organizzare le lotte.
Veniamo all’Italia. Il Governo ha, per lungo
tempo, disseminato ottimismo e fatto credere che la crisi fosse
già passata. Ora invece si avvia ad una manovra finanziaria di
“lacrime e sangue”. Tutto questo non dovrebbe aiutare a creare
un clima ostile al governo delle destre e più vicino alle
ragioni delle forze di sinistra e dei comunisti?
La crisi si accentuerà e porterà ad un ulteriore
indebolimento delle fasce più deboli della popolazione, con
tagli di stipendi, salari, pensioni e, soprattutto, tagli allo
stato sociale. Tutto questo però non necessariamente porta a
sinistra. In altre fasi drammatiche della storia europea è
accaduto un pericoloso spostamento a destra. Anche perché per
governare politiche così drasticamente antipopolari ci vogliono
governi autoritari, la militarizzazione delle società. E infatti
io sono molto preoccupato.
Che fare, allora ?
Io vedo due questioni: una grande questione
democratica in cui i comunisti e la sinistra, assieme alle altre
forze democratiche, devono lavorare per mantenere l’agibilità
democratica della piazza, affinché all’esplodere del conflitto
si mantenga la possibilità della protesta e della lotta sociale.
Questo è nell’interesse di tutte le forze che si riconoscono nei
valori dell’arco costituzionale.
E l’altra questione?
È un aspetto più squisitamente nostro, perché
attiene alla nostra capacità di essere parte dei conflitti e
guidarli. Oggi le lotte non sono sparite, ma sono oramai
parcellizzate. Assistiamo all’esplodere di micro conflitti
diffusi (di una città o addirittura di una sola fabbrica). Il
compito di noi comunisti, se ci riusciamo, è quello di tessere
la rete di questi conflitti e metterli su un piano politico più
generale, che li faccia uscire da questa atomizzazione e
spettacolarizzazione, indotta dal fatto che la cancellazione dai
mezzi di comunicazione porta ad esasperare gli aspetti simbolici
ed eclatanti, proprio per riuscire a bucare lo schermo e dare
voce alla propria lotta e protesta.
E qual è, secondo te, il contenuto centrale
che queste lotte devono fare proprio?
Oggi, dopo la grande ubriacatura neoliberista
degli anni ’90 ritorna con forza il ruolo dello stato in
economia. E con questo non intendo gli aiuti a pioggia per
risanare i bilanci delle banche. Se lo stato concede degli
aiuti, deve entrare nelle proprietà ed entrare nei consigli di
amministrazione. Non c’è altra strada. So che su questo il Pd è
sordo, ma si deve provare ad aprire una stagione nuova.
Veniamo alla sinistra italiana: come vedi la
situazione? E soprattutto, come sono messi i comunisti in
Italia?
Nei momenti di difficoltà tendono a prevalere
sempre le divisioni, le diffidenze reciproche, i distinguo, che
sono spesso di lana caprina. Oggi più che mai sarebbe necessario
superare questa empasse per provare a ricostruire. In fondo sino
a non molti anni fa i comunisti avevano una forza organizzata ed
un consenso anche elettorale piuttosto elevato. Nel 2006 Prc e
Pdci presi assieme viaggiavano su percentuali a due cifre. Poi
ci sono stati errori drammatici, come la partecipazione al
governo Prodi.
Esperienza dalla quale i comunisti ne sono
usciti con le ossa rotte …
Dobbiamo trarne la giusta lezione: il partito di
lotta e di governo non funziona. Una forza politica, questo
almeno è la mia visione, deve sempre delineare una prospettiva
di governo. Ma un conto è essere un partito di governo, altra
cosa è essere un partito al governo.
Puoi chiarire?
Un partito di governo è un partito che, seppur
piccolo, è in grado di prospettare soluzioni e proposte per il
governo del Paese, ma questo non implica una automatica
propensione al governismo. Bisogna vedere se ci sono le
condizioni, se si hanno i rapporti di forza, se si è in grado di
spostare i rapporti politici. Se tutto queste condizioni
mancano, allora bisogna essere un partito di lotta. Le due cose
assieme non riuscì a farle nemmeno il PCI quando aveva il 34%
dei voti, figuriamoci se possiamo esserlo noi.
E cosa devono fare i comunisti, allora?
Oggi vedo tre terreni di battaglia…
Iniziamo dal primo.
L’agibilità democratica. Ne ho brevemente
accennato prima ma ci ritorno. In Italia la questione
democratica è molto più accentuata che nel resto d’Europa.
Berlusconi ha di fatto azzerato il Parlamento, visto che il 93%
delle leggi sono di iniziativa governativa. Se a questo si
aggiunge l’attacco alla magistratura (terzo potere dello stato)
e all’informazione (che nei paesi a democrazia avanzata
rappresenta una sorta di quarto potere), capiamo come la
questione democratica in Italia è davvero stringente. Ma ci
rendiamo conto del fatto che, negli ultimi mesi, si sono persi
400 mila posti di lavoro e la Tv passa l’Isola dei Famosi?
E poi?
All’interno di questo fronte democratico, che si
caratterizza per battaglie di difesa della democrazia
costituzionale, ci deve essere il tentativo di allargare il più
possibile la sinistra in quanto tale. Il Pd è un interlocutore
che sul terreno sociale ha delle politiche neoliberiste che sono
molto distanti dalle nostre. E quindi bisogna allargare e
rafforzare la sinistra di classe. Per me il discrimine è la
contraddizione tra capitale e lavoro, perché è la contraddizione
principale nel mondo. In questo secondo terreno possiamo
incontrare le forze politiche che non sono comuniste e che
tuttavia coerentemente si battono per miglioramento delle
condizioni di vita delle classi popolari.
Vedo prefigurare, in queste tue parole, un
ragionamento a cerchi concentrici: prima il terreno largo della
democrazia, poi la sinistra e le questioni di classe. Qual è il
terzo cerchio, e quindi il perno di tutto questo?
Indubbiamente i comunisti. Oggi non solo la
questione comunista è centrale, ma io vedo, come complementare a
quanto detto prima, un processo di ricomposizione dei comunisti.
Ricostruire la sinistra non vuol dire che non ci devono più
essere i comunisti, è il contrario. Nel momento in cui si lancia
una battaglia unitaria, e possibilmente si cerca di dar vita ad
un fronte largo e democratico, i comunisti per non estinguersi o
per non rimanere una nicchia ininfluente, devono lavorare per
rimettersi tutti assieme, superando le divisioni che purtroppo
nei momenti di crisi tendono ad accentuarsi, invece che
attenuarsi.
Perché?
Perché si diventa autoreferenziali quando si è in
pochi. Oggi, viceversa, ci sono anche le condizioni oggettive
per provare, dentro un percorso a cerchi concentrici di
alleanze, a mettere assieme tutti quelli che sono ancora
comunisti. Per guardare avanti, perché la crisi ci sta dando
ragione. È un paradosso pazzesco: la crisi ci da ragione e
tuttavia siamo ridotti ai minimi termini. Quando Prc e Pdci
assieme fanno il 3% dei voti, è un dato imbarazzante. Possibile
che questo dato colpisca solo me?
E Rifondazione Comunista ?
Io ho grande rispetto per il Prc, ma non posso
non rilevare come alla nostra richiesta del 2008 di riunificare
i due partiti, Rifondazione abbia risposto con una pulsione
tutta interna a quel Partito. Secondo me è un errore. Non
possiamo che prenderne atto. E dico di più: la linea del Pdci
resta in piedi e noi lavoreremo con quelli che sono disponibili
a farlo. Il che non significa mettere in discussione il rapporto
con le altre forze della sinistra, anzi: dentro una sinistra più
larga, i comunisti devono poter esercitare un ruolo.
Ti sento deciso. È questa la strada?
Ma certo! In fin dei conti le contraddizioni che
stanno esplodendo a livello planetario sono talmente enormi che
solo un cieco, o uno in malafede, non vede il ruolo che noi
potremmo avere. Il capitalismo è forte e pervasivo. Certo, si
manifesta in forme diverse dall’800, come è ovvio, ma se uno si
va a rileggere i nostri classici, penso innanzitutto agli
scritti di Lenin, trova delle chiavi di lettura utili per capire
l’attualità. Sapendo che lo scontro planetario oggi, a
differenza che nel passato, è prevalentemente sulle fonti di
energia e sull’autosufficienza alimentare. Da questo punto di
vista la Repubblica Popolare Cinese sta facendo una politica
realmente lungimirante, con i suoi rapporti non di rapina con un
continente importante come l’Africa. Noi vogliamo interagire
dalla nostra periferia con questi enormi fenomeni, o vogliamo
stare a guardare? Io credo che vada ricostruito un moderno
internazionalismo, e questo passa solo dall’azione dei
comunisti.
Puoi continuare il ragionamento?
Questo in fondo è uno dei terreni unificanti tra
i comunisti. Lo scenario mondiale sta profondamente cambiando.
Dal Sudafrica, all’America Latina all’Asia. Tutto quello che si
muove, va nella direzione di una redistribuzione, cioè in una
visione anticapitalistica. Noi, ahimé, viviamo chiusi in un
bunker e vediamo il mondo attraverso la feritoia di questo
bunker. Bisognerebbe avere il coraggio di uscire fuori, guardare
a 360 gradi. Questo lo possono fare solo i comunisti, perché
solo loro mantengono una teoria generale di critica sistemica al
capitalismo.
Che fare, allora?
I comunisti vivono oggi una fase difficilissima.
Sarebbe facile mollare. Facile ma profondamente sbagliato. Il
pendolo della storia ha consegnato alla mia generazione il
compito di mantenere viva un’idea per consegnarla alle nuove
generazioni. Da questo punto di vista anche proseguire nella
ricerca teorica, nella ri-aggregazione degli intellettuali,
facendoli uscire dalle loro ricerche settoriali, per metterli in
rete l’un l’altro e dare vita ad una ricerca e ad un confronto
permanente e strutturato, è un compito del presente. Una volta
c’erano centri di ricerca e di studio marxista di altissimo
prestigio. Tutto questo va ricostruito da capo. È un lavoro di
lunga lena, ma che dobbiamo ricominciare.
In che modo?
Abbiamo costruito l’Associazione “Marx XXI” per
cominciare a lavorare in questa direzione. Dobbiamo tutti
impegnarci perché lavori bene, perché questo seme, riposto oggi
su un terreno arido, possa germogliare. Sono sempre più convinto
che, nello stato in cui siamo, questo nuovo inizio è
indispensabile e va fatto con i passi giusti, ad iniziare dal
fatto che è prioritario stare in mezzo alle lotte, altrimenti
non recupereremo mai la credibilità nelle nostre classi di
riferimento.
Un’ultima domanda.
Immagino sulla Federazione della Sinistra…
Esattamente: che ne pensi?
Penso che la Federazione della Sinistra
rappresenti l’occasione per favorire l’unità d’azione dei
comunisti insieme ad altre forze della sinistra. Poi bisogna
dire che all’interno di uno dei due partiti comunisti ci sono
militanti e dirigenti che non si ritengono più comunisti. Lo
dico sommessamente e con rispetto, ma è un dato di fatto che c’è
chi lavora per fare un nuovo soggetto politico della sinistra,
archiviando la questione comunista.
E quindi?
Quindi sono sempre più convinto del fatto che la
Federazione non deve assolutamente lasciare sguarnito il fronte
interno. Insomma, dentro la Federazione i comunisti vogliono
giocare un ruolo? Io voglio mettere il mio Partito a
disposizione di un progetto di ricomposizione dei comunisti su
basi più larghe, che non faccia cessare la prospettiva di una
sinistra più larga e di un sistema di alleanze, ma all’interno
della quale i comunisti contino, abbiano un ruolo ed abbiano una
vocazione egemonica. Lavorerò – lavoreremo – per questo. |