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Chi oggi pone la questione dell’unità della
sinistra rimuovendo la “questione comunista” non solo
contribuisce ad aggravare le condizioni del movimento comunista
italiano, ma indebolisce anche lo stesso progetto dell’unità a
sinistra. Mentre ciò che occorre, anche di fronte alle dure
politiche liberiste dell’Ue e del governo Berlusconi, è una
vasta sinistra di classe che abbia come cuore e motore un più
forte ed unito partito comunista.
La crisi segnerà negativamente e per una lunga
fase la vita materiale dei popoli e dei lavoratori dell’intera
Unione europea, compresa l’Italia. Il tasso di disoccupazione
dei paesi dell’euro è del 9,7%, il tasso più elevato dal 1999,
mentre il tasso dell’Ue-27 è del 9,2%, il più elevato dal 2000.
I disoccupati in carne ed ossa sono 22 milioni e 123 mila, di
cui 15 milioni e 324 mila nella zona dell’euro (rapporto
Eurostat). Dominique Strauss-Kahn, direttore del FMI, ha
previsto per il 2011 un tasso di disoccupazione, per la Ue,
dell’11%, col pericolo, “in prospettiva e se non si delinea un’exit-strategy,
che l’Europa giunga a 50 milioni di senza lavoro”.
La gravissima crisi greca e quelle che incombono
su altri paesi dell’area dell’euro si aggiungono alla già
spietata radiografia del FMI, confermando il carattere
strutturale, sistemico, dell’involuzione iperliberista
dell’Europa di Maastricht, di Amsterdam e della Bolkestein e
l’esigenza di una controffensiva internazionalista,
anticapitalista e di classe agli attacchi antioperai e
antipopolari insiti nel codice genetico di questa Ue. Le
politiche delle sinistre moderate europee rispetto alla “linea
di Amsterdam” sono state funzionali al liberismo della Ue. Per
coloro che insistono nel ricercare le vie del riformismo debole
vale il detto secondo il quale “dio acceca chi vuol perdere ”.
Colpisce, da questo punto di vista, la rilettura
del passaggio del documento Vendola all’ultimo Congresso del Prc,
in cui si tessevano lodi sperticate di Zapatero, individuato
come il nuovo faro dell’intera sinistra europea. Colpisce perché
oggi è lo stesso Zapatero a genuflettersi, tra i primi, ai
diktat della Ue, annunciando politiche di lacrime e sangue. E ci
colpisce il fatto che oggi all’interno del Prc, alcuni dirigenti
di “Essere Comunisti” individuino in Vendola - che, con la sua
pesante scissione, segnata dalla volontà di cancellazione
storica del partito comunista, ha attaccato al cuore
Rifondazione - il cardine della costruzione di una sorta di
Linke italiana (incongruamente evocata dal compagno Grassi,
vista la differenza storica e politica tra la formazione tedesca
e la sinistra moderata vendoliana), Linke al cui interno siano
anche i comunisti, ridotti – in quest’ottica -. ad essere solo
una componente di una forza, di un partito, di sinistra. Mentre
è del tutto evidente che per il rilancio di un partito comunista
nel nostro Paese, assolutamente prioritaria è l’esigenza
dell’autonomia politica, culturale ed organizzativa dei
comunisti, autonomia che in nulla contrasta con una spinta
unitaria a sinistra.
Di fronte alla crisi strutturale del capitale,
con l’attacco alle condizioni di vita e di lavoro delle masse, e
al pericolo concreto di pesanti involuzioni antidemocratiche e
autoritarie, nonché di guerra, dobbiamo porci la questione - fa
parte della profonda cultura comunista – della costruzione di un
blocco sociale, di un “fronte popolare” a difesa del lavoro e
della democrazia, unendo le forze politiche che rappresentano
gli interessi del proletariato e delle classi e gruppi sociali
colpiti dalla crisi. La costruzione della Federazione della
Sinistra può essere una prima parziale risposta a questa
esigenza.
Ma se assieme a tale questione non si pone più la
questione comunista, anzi la si rimuove e non si lavora più,
esplicitamente, per costruire un partito comunista più saldo,
più forte e socialmente e politicamente più incisivo dei due
piccoli partiti comunisti oggi presenti nel nostro Paese – Prc e
Pdci – la stessa questione dell’unità a sinistra si svilisce,
perde contenuti e carattere strategico, slitta in un’operazione
politicamente debole e poco mobilitante per le migliaia di
militanti comunisti che ne sono l'ossatura.
Solo un partito comunista - che, in quanto tale,
lotta per “un'alternativa socialista di sistema” ed è quindi
conseguentemente anticapitalista - può essere il cardine di una
più vasta coalizione di sinistra in grado di tener testa al neo
imperialismo europeo e alle involuzioni antidemocratiche.
Altrimenti la sinistra italiana sarà destinata alla definitiva
sconfitta, correndo dietro all’idea vendoliana di fungere da
sinistra del centro sinistra e scivolando nella subalternità al
PD e alla liberaldemocrazia. Come alla scomparsa sarebbe
destinata l’esperienza comunista italiana se non ponessimo più,
come questione centrale nel nostro Paese, la ricostruzione di un
partito comunista che possa, nella fase data, riconsegnare alla
classe un punto di riferimento credibile e riaprire, nel tempo,
un orizzonte di radicale trasformazione sociale. Quale forza,
peraltro,se non comunista, può cogliere l’essenza strategica
della promessa di massacro sociale che oggi viene dal governo
Berlusconi ed organizzare, allargando a sinistra, la risposta di
classe ?
Per un lungo tempo, nel PCI che andava
“occhettizzandosi” e poi anche nel Prc, vi è stato (e rimane) un
ostracismo ideologico nei confronti del Partito comunista di
Grecia (KKE). Ora che il messaggio di lotta lanciato dal KKE ai
popoli europei dall’Acropoli di Atene conquista i giovani e i
movimenti di lotta di tutta Europa, dovremmo, con più
determinazione e libertà intellettuale, porci il problema
prioritario della ricostruzione, nel nostro Paese, di un partito
comunista in grado di sollecitare, organizzare il conflitto e
unire le forze della sinistra di classe, per un’alternativa.
Le
involuzioni moderate, fossero pure in grado di ottenere a breve
qualche successo elettorale, porterebbero invece ad una
sconfitta strategica.
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