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Ringrazio di cuore, con moltissimo affetto, tutti
voi che in questo mese di malattia, dopo un incidente piuttosto
serio, mi avete inviato auguri, solidarietà, vicinanza. Mi è
servito per superare i primi momenti che sono stati difficili.
Non sto ancora bene, ma conto di tornare pienamente in forma nel
giro di 3 o 4 settimane.
Vorrei offrire a tutti i compagni e ai militanti
una riflessione sulla fase e qualche idea sulla prospettiva.
Anche perché la situazione non è semplice e richiede lucidità di
analisi, grande determinazione e, soprattutto, la straordinaria
passione politica dei comunisti.
Abbiamo alle spalle le elezioni regionali che,
per ampiezza e numero di votanti, rappresentano un test per
tutta la politica italiana. Il dato che emerge, al di là delle
reticenze del Pd, è che la destra si consolida. E’ vero che ha
perso voti in termini assoluti. Ma è successo a tutti, essendoci
stato un ulteriore, drammatico astensionismo. Nelle più popolose
regioni d’Italia – Lombardia e Campania – la destra si afferma
in maniera molto netta. Lo fa anche nel Lazio, nonostante
l'assenza del Pdl nella provincia più popolosa, quella di Roma.
In Calabria il candidato della destra doppia quello del centro
sinistra. In tutto il nord, tranne la Liguria, si conferma ed
anzi aumenta l’affermazione della Lega, che ha in sé una
pulsione eversiva tra le più pericolose nella storia della
Repubblica: la regressione sul piano dei principi di
eguaglianza, previsti dalla nostra Costituzione e dalla
Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo.
Il consolidamento della destra fa sì che
Berlusconi, insieme alla Lega e contro una parte della stessa
destra, proponga riforme costituzionali che stravolgono
complessivamente l’assetto uscito dall’Assemblea Costituente,
con una progressiva non applicazione e fino allo stravolgimento
sostanziale dei principi costituzionali. Fenomeno non nuovo. Da
un lato è in corso da più di 15/20 anni, con negli ultimi tempi
un’ulteriore e drammatica accentuazione; dall’altro c’è l’idea
di riformare il sistema, dando veste costituzionale esplicita a
quanto già sta concretamente avvenendo. E quel che sta avvenendo
è che il parlamento è stato svuotato di ogni potere e chiamato
alla semplice ratifica di ciò che viene deciso nel Consiglio dei
ministri. Il più delle volte, peraltro, con il ricorso al voto
di fiducia o attraverso decreti legge. Il semipresidenzialismo,
con l’elezione diretta del presidente, darebbe un ulteriore,
definitivo colpo a quella che per anni è stata chiamata “la
centralità del parlamento”.
Queste riforme istituzionali sono, per le note
vicende giudiziarie di Berlusconi, connesse all’assalto
definitivo al terzo potere della Stato, cioè la magistratura. E
l’anomalia italiana sta oggi nel rischio della fine della
divisione dei poteri. Il potere legislativo, il parlamento, è
asservito al potere esecutivo. Se lo stesso accadesse anche con
il potere giudiziario, sarebbe la fine di ogni principio, non
dico comunista, ma semplicemente liberale.
Ma nelle società occidentali avanzate vi è un
altro potere che, dal celebre film di Orson Welles, viene
chiamato il “quarto potere”, quello dell’informazione, oggi
completamente in mano al premier. Sia per quanto riguarda
l’informazione pubblica che quella privata.
Da questo punto di vista avanzo un’osservazione tutta politica.
Nel resto d’Europa vincono le elezioni le forze di opposizione
ai governi di destra. Con la crisi economica normalmente viene
premiata la forza che sta all’opposizione (penso alle regionali
francesi, dove i socialisti, in alleanza con le altre forze
della sinistra, hanno vinto in tutte le regioni tranne in una).
L’Italia è l’unico caso in cui vince chi sta al governo senza
pagare il prezzo della crisi. Perché accade? La mia convinzione
è che accade perché la crisi viene accuratamente nascosta in
ogni programma d’informazione o di intrattenimento. La
responsabilità, molto grande, è anche di chi, avendo governato a
più riprese, non è stato in grado o in qualche caso non ha
voluto fare una legge antitrust. Mi riferisco ovviamente al
centro sinistra.
Di fronte a questo enorme pericolo, le forze
d’opposizione presenti in parlamento sono del tutto inadeguate.
Il Pd si dibatte in una crisi d’identità continua che lo
paralizza, al punto da essere oggi impantanato in una folle
discussione su accettare o meno il dialogo con Berlusconi. L'Idv,
dal canto suo, non riesce ad andare oltre una - in fondo sterile
ancorché giusta - non sufficiente polemica antiberlusconiana.
Come se, eliminato Berlusconi, d'incanto si risolvessero tutti i
problemi dell’Italia. Se questo è lo stato del paese, con una
destra sempre più preoccupante e con posizioni che non esito a
definire eversive, all’interno delle forze di opposizione anche
lo stato della sinistra che non è in parlamento, e quindi noi, è
molto serio.
La Federazione della Sinistra ha avuto alle regionali un
risultato attorno al 3%. Un esito che ritengo non positivo. Alle
europee, un anno fa, prendemmo il 3,4%. Abbiamo subìto una
diminuzione sia in termini assoluti che percentuali. È un serio
campanello d’allarme che non va sottovaluto né taciuto né
nascosto sotto il tappeto.
Oscurati completamente dalle tv e dai giornali, i
comunisti e la sinistra scontano il fatto di essere
completamente invisibili. E’ un’invisibilità che attiene ad un
problema di democrazia, perché sono resi invisibili non tanto i
dirigenti, ma i milioni di italiani che hanno votato per le
forze della sinistra. E’ un vulnus, una ferita molto seria di
cui il Pd non si rende conto e, per certi versi, ne è
apertamente responsabile. Questo ha portato ad una percezione di
non esistenza della sinistra. E se il dato del 3% non è
positivo, è tuttavia un segno di esistenza politica che può
essere il presupposto per provare a ricostruire. Voglio dire
che, a fronte dell’invisibilità assoluta, è un risultato che
possiamo definire, senza nessun eufemismo, accettabile. Dobbiamo
tuttavia ricavarne alcune considerazioni di carattere generale.
Avverto l’esigenza - l’ho detto in tanti momenti
pubblici e meno pubblici - che i comunisti, e più in generale la
sinistra di classe, si manifestino con un profilo programmatico
e di contenuto che oggi non hanno. Non casualmente abbiamo
creato nel dicembre scorso, assieme ad altre forze politiche,
intellettuali, personalità importanti del mondo della cultura,
un’associazione che si chiama Marx XXI. Nei nostri intendimenti
deve servire - senza steccati, senza alcuna visione di nicchia
partitica - alla costruzione di un progetto ambizioso: elaborare
idee nuove, inevitabilmente nuove, che guardino al futuro e che
propongano alle grandi masse soluzioni - non soltanto denuncie -
dei problemi che affliggono il paese. Faccio un esempio
immediato. Si parla di riforme istituzionali. Credo sia dovere
dei comunisti cimentarsi con un profilo autonomo,
intellettualmente e politicamente, e offrire un contributo,
anche se dall’esterno del Parlamento, con le risorse
intellettuali – e vorrei dire anche morali – che abbiamo. Ad
iniziare da un grande tema di cui nessuno parla più: l’intreccio
tra questioni sociali e questioni istituzionali, presupposto
fondativo della Costituzione. Mi riferisco, in particolare, al
principio di eguaglianza, sostanziale e non formale, previsto
nell’articolo 3 e al tema, oggi negletto, della forma dello
Stato, dei suoi organi. Per i costituenti la centralità del
Parlamento non era separata dalla prima parte relativa ai
diritti e ai principi fondamentali. Essa era lo strumento
ritenuto più idoneo per attuare la prima parte della
Costituzione. Il Parlamento era il luogo non solo della
mediazione, ma anche del conflitto tra tutte le diverse istanze
della società, politiche, sociali, ideologiche, religiose,
etniche…
C’è da fare una grande battaglia per un
parlamento che sia eletto diversamente, e cioè sulla base del
sistema proporzionale puro, il solo a garantire un parlamento
davvero rappresentativo anche del conflitto che c’è nella
società. Un parlamento realmente rappresentativo della società e
di tutte le sue articolazioni di classe è anche, a mio modo di
vedere, un formidabile antidoto contro alcuni fenomeni
assolutamente deteriori ai quali stiamo assistendo. Penso al
dilagare dell’antipolitica, ai partiti espressione di una sola
persona e del suo presunto carisma (anche a sinistra), al
populismo che dilaga e mina alla radice le ragioni stesse della
sinistra di massa. Questo presuppone una ripresa della
riflessione teorica.
Penso poi ad altri grandi temi relativi alla
questione sociale e intrecciati alla questione istituzionale:
alla revisione del welfare da sinistra in una società
profondamente mutata; alle forme dell’organizzazione della
politica con la novità epocale rappresentata dai nuovi mezzi dì
informazione, dal web, dalla rete, che hanno annullato la
fisicità, il tempo, lo spazio, cioè le vecchie categorie
aristoteliche. Occorre che i comunisti siano all’avanguardia e
non nella retroguardia a difesa di identità e valori del
passato. Valori sacrosanti, perché senza radici non c’è futuro,
ma essi vanno difesi guardando avanti.
Se il primo tema è, quindi, squisitamente
contenutistico, il secondo è “come siamo”. Le elezioni regionali
ci consegnano alcune questioni. Ad esempio come i comunisti e la
sinistra stanno dentro uno schema, tutto politico, di alleanze.
Vedo dei cerchi concentrici, ovviamente
comunicanti tra loro, ma separati e ben distinti uno dall’altro.
Il cerchio più largo è quello della difesa della
democrazia. Se è vera l’analisi, pur sommaria e me ne scuso, che
ho fatto all’inizio, siamo di fronte ad un’aggressione molto
seria al sistema democratico, la più grave dall’inizio della
storia repubblicana. E allora credo che sia dovere dei comunisti
e della sinistra di classe contribuire ad uno schieramento, il
più largo possibile, di coloro che credono nella Costituzione,
credono nella legalità, credono nei principi fondativi della
democrazia. Centrosinistra allargato? Non lo so, saranno le
concrete dinamiche della politica a determinare quanto largo
sarà questo fronte. Ma più largo sarà, più efficacemente potrà
provare a sconfiggere una destra così aggressiva, così forte,
così pervasiva nella società, anche a livello di massa. Noi
comunisti non possiamo sottrarci ad uno schieramento di questo
genere. Sono proprio le elezioni regionali a consegnarci questo
problema. In Lombardia, dove ci hanno cacciato scioccamente e,
per certi versi, in modo delinquenziale, e in Campania, dove
abbiamo scelto di non partecipare all’alleanza, abbiamo ottenuto
i risultati in assoluto più deludenti. Da non ripetere. In uno
schema bipolare, che non ci piace ma esiste: stare fuori dalla
coalizione non paga. Eppure, nelle Marche, dove siamo stati
esclusi perché il Pd ha preferito l’Udc che, per una
pregiudiziale ideologica, non voleva i comunisti in coalizione,
il risultato è stato buono. Perché? Perché siamo riusciti a
coinvolgere Sinistra e Libertà nell’operazione di un polo
alternativo, costruendo un’alleanza grande e credibile di tutta
la sinistra.
All’interno del cerchio più largo, c’è il tema
della sinistra. Noi dobbiamo consolidare la Federazione della
Sinistra. La linea dei Comunisti Italiani è nota. Avremmo
voluto, vogliamo, continueremo a volere l’unificazione tra i due
partiti comunisti, il Pdci e il Prc. Ma la riunificazione, che a
me sembra un fatto rilevante e, vorrei aggiungere, persino di
buon senso, si può fare se le due forze sono d’accordo. Sino ad
oggi Rifondazione è stata contraria. La Federazione è al momento
il livello possibile di unità. Va consolidata. Senza forzature,
tenendo conto dei problemi dei territori, ma anche senza
tentennamenti, perché l’autosufficienza – vale per noi ed anche
per Rifondazione, che ha subito il tracollo più devastante dal
2006 ad oggi – è semplicemente una sciocchezza. So bene quante
difficoltà e problemi e diffidenze vi siano in alcune regioni e
provincie nel processo federativo. E anche in queste elezioni
regionali ne abbiamo registrate non poche. Occorre grande senso
di responsabilità, il che non significa che debba essere il Pdci
a esercitare la responsabilità più grande. La linea non può e
non deve essere altro da quella di un reciproco equilibrio e
pari dignità.
Se fossimo andati ognuno per conto proprio non
saremmo stati in grado di eleggere consiglieri regionali. Quest’inedito
tentativo di alleanza politica organica, mantenendo ciascuno la
propria diversità, è il livello possibile e quindi quello su cui
investire.
A partire dalla Federazione e dal simbolo della
falce e martello che la contraddistingue, credo che si possa
ragionare anche su possibili allargamenti del sistema di
alleanze a sinistra. Da questo punto di vista non posso che
registrare positivamente il dato della Toscana, al momento il
più importante, un esisto addirittura migliore di quello
europeo, dove la Federazione s’è alleata con i Verdi. Allo
stesso modo è encomiabile il risultato pugliese. In condizioni
difficilissime, essendo la regione di Vendola, senza la soglia
di sbarramento, sempre assieme ai Verdi, avremmo eletto due
consiglieri. Provare a riconnettere un bacino elettorale a
sinistra del Pd che, potenzialmente, è attorno al 6/7%, non è
impossibile, pur mantenendo ciascuno, com’è ovvio, la propria
identità e la propria autonomia: politiche, culturali,
ideologiche ed organizzative.
Questo ci conduce al terzo cerchio che,
all’interno della sinistra e della dinamica del centrosinistra,
è rappresentato dai comunisti. Per una somma di circostanze e
dopo non poche sconfitte, propongo la seguente riflessione.
La questione comunista va tenuta aperta,
rilanciata, le va dato un senso nel terzo millennio. E questo è
compito dei comunisti italiani, non di altri. Vedo nel nostro
partito e nel suo rilancio il baluardo ultimo. E non perché non
ci siano tante e tanti comunisti. Ci sono dentro Rifondazione e
sparsi nella società. Ma il nostro partito è l’unica forza
politica organizzata, radicata nei territori, presente a rete in
tutte le provincie e nelle grandi città, che ha posto al centro
della sua prospettiva l’unità dei comunisti.
Il nostro partito deve essere a disposizione
dell’ambizioso progetto della ricomposizione dei comunisti. Il
che significa, molto banalmente ma vale la pena ripeterlo, avere
chiaro che oggi, in una fase assolutamente difensiva, si deve
fare politica guardando avanti. Siamo l’unica forza che continua
a ritenere che si debba operare per il superamento del
capitalismo. Non bastano aggiustamenti, pur necessari, ma un
radicale sovvertimento dei rapporti di classe. Per questo ci
chiamiamo comunisti. E’ la grande differenza con chi è di
sinistra ma non comunista. Da questo punto di vista l’unica
speranza è il Pdci. Nella prospettiva italiana e nella logica
europea, dove i partiti comunisti francese, portoghese, greco e
cipriota sono andati assai bene alle elezioni, questo ha un
senso forte. Mentre un’aggregazione come la Linke tedesca è
irripetibile fuori dalla Germania. Perché la Linke non nasce
dalla riunificazione di due partiti, ma dalla riunificazione di
due Stati, la Germania est e la Germania ovest. A differenza di
Rifondazione, noi guardiamo e abbiamo rapporti intensi con
grandi paesi governati da partiti comunisti. Nelle forme che si
sono di volta in volta determinate nel mondo, dall’Asia
all’America Latina al Sudafrica, sono oggi trionfanti. In questa
prospettiva – per l’ Italia e come referenti in Italia di un
movimento internazionalista –la questione comunista va
rilanciata, offrendo un riferimento a tutti quelli che sono
comunisti.
Occorre allora che il nostro partito moltiplichi
gli sforzi, il tesseramento, il radicamento nei territori, anche
laddove oggi è più difficile di ieri. Dove non abbiamo eletto
abbiamo poche risorse. E dopo la fine del finanziamento pubblico
e la scomparsa dei gruppi parlamentari con i relativi, cospicui
versamenti, anche le finanze del partito sono in seria
difficoltà. Le misure dolorosissime che abbiamo dovuto adottare
(la sospensione della pubblicazione di Rinascita, il ricorso
alla cassa integrazione per alcuni nostri funzionari) vanno
nella direzione di un partito che vuole tenacemente resistere
nonostante le difficoltà economiche. Non ci piegheranno con il
ricatto delle risorse!
Pertanto, chiedo alle compagne e ai compagni uno
sforzo straordinario, un’abnegazione anche maggiore che nel
passato, il superamento di eventuali delusioni personali, pur
comprensibili, per la mancata elezione. Abbiamo il dovere di
tenere quanto più possibile caro, prezioso, il nostro partito.
Al servizio di un progetto che è quello della trasformazione
generale. E’ un compito strategico, assieme all’unità della
sinistra e a un’unità più ampia di tutte le forze democratiche,
mantenendo irriducibile la nostra diversità. È una diversità che
va conservata gelosamente affinché la si possa consegnare un
domani alle future generazioni. |