Immigrazione

Primo Marzo, scioperano i migranti

Parla Soumahoro Aboubakar, responsabile nazionale immigrazione Rdb: «Le condizioni ci sono tutte»

di Giampiero Cazzato

da "La Rinascita della Sinistra"
del 1 febbraio 2010

 

Ventiquattro ore senza di loro, senza gli immigrati, senza le badanti, senza i muratori, gli ambulanti, i raccoglitori di frutta. Ventiquattro ore per dire no al razzismo e alla precarietà. Le associazioni dei migranti, si interrogano sulla iniziativa promossa dal “Comitato Primo marzo” e ispirata all’analoga iniziativa che si svolgerà nella stessa data in Francia. Subito si è parlato di sciopero degli immigrati. Sciopero, una parola che ha letteralmente spiazzato i sindacati confederali: la Cgil nicchia, Cisl e Uil (quest’ultima in particolare) sono per il no secco. Chi invece dello sciopero non ha paura sono le Rdb, impegnate con assemblee nei luoghi di lavoro. «È indispensabile – ci dice Soumahoro Aboubakar, responsabile nazionale immigrazione Rdb - Gli ingredienti ci sono tutti, ma va costruito veramente. Il primo marzo sarà una giornata importante di mobilitazione e dobbiamo essere in tanti, italiani ed immigrati». Ma con una avvertenza, non può esser quella la data dello sciopero generale, «su cui occorre lavorare bene». Con il web, con facebook ma non solo, non principalmente, perché «chi lavora nelle campagne, chi la mattina è in mezzo alla strada ad aspettare il caporale, chi vive in condizioni di schiavitù non ha certo la possibilità di navigare in internet».

Il 24 gennaio a Roma si è svolta l’assemblea nazionale antirazzista. E non poteva che partire dai fatti di Rosarno, una vicenda, così il documento conclusivo dell’assemblea, «espressione dell’offensiva razzista e contro i diritti dei lavoratori in corso nel nostro paese». Chiediamo ad Abou, come lo chiamano tutti, se c’è un prima e un dopo Rosarno? Se c’è una soglia la quale è stata oltrepassata, mettendo definitivamente a rischio democrazia, solidarietà, convivenza civile. Verrebbe da dire di sì, sull’onda della rabbia che hanno provocato le immagini ed i racconti dei migranti in fuga: una caccia all’uomo indegna, le spranghe brandite, quando non i fucili, la mano pesante della criminalità organizzata, il silenzio colpevole delle istituzioni. Tutto vero se non fosse che «l’Alabama l’avevamo già vista, nel Mezzogiorno certo, ma anche nel “ricco” nord-est – dice Aboubakar - È successo a Castelvolturno, a Villa Literno, è successo in Puglia come in Piemonte o nel nord-est. E potrebbe succedere ancora. Lo sfruttamento schiavistico della manodopera immigrata non è fatto di ieri, è il risultato di una cultura, di una legislazione che sono operanti da tempo, dalla Bossi-Fini e anche prima». Se è stato “scoperto” oggi è perché oggi quel razzismo si è innestato su una crisi economica pesantissima e su un pezzo di territorio dove la criminalità la fa da padrone. «Rosarno è la punta dell’iceberg. Quello che è accaduto lì è il frutto di una condizione nella quale i lavoratori immigrati sono costretti a subire ogni tipo di umiliazione e vessazione. È emerso clamorosamente l’intreccio tra l’economia sommersa – chi sfrutta la manodopera immigrata - e la malavita». Per Aboubakar la tenaglia che si è stretta intorno agli immigrati «è data da una parte dall’introduzione del pacchetto sicurezza con l’introduzione del reato di clandestinità e, dall’altra, il contratto di soggiorno della Bossi-Fini: due facce della stessa medaglia che hanno, di fatto, alimentato e creato una situazione di razzismo ed odio sociale e lavorativo che tolgono ogni strumento di tutela sindacale e giuridica agli immigrati». Insomma uno sfruttamento legittimato dalle norme di legge, cui si aggiunge uno sfruttamento in violazione della legge. Perché in fabbrica come nei campi di pomodoro o negli aranceti si viene sbattuti fuori se solo si alza la voce e si reclamano diritti. Una classe operaia di colore che accetta condizioni lavorative terribili sotto il ricatto del mancato rinnovo del permesso di soggiorno. Un lavoratore immigrato percepisce circa il 40% di stipendio in meno del suo omologo italiano. «E’ evidente – spiega Abou – che questo sfruttamento abbassa il livello generale delle condizioni complessive del mondo del lavoro». Ed è naturale allora che immigrati ed italiani devono riconoscersi e combattere insieme, perché le condizioni degli uni non sono disgiunte da quelle degli altri. La piattaforma della manifestazione del 17 ottobre, che rappresentato l’inizio della reazione al dilagare del razzismo nella società, questi temi li aveva ben chiari: oltre all’ovvio no al razzismo, ai respingimenti, oltre alla richiesta di chiusura dei Centri di identificazione ed espulsione (Cie) c’era in quella manifestazione la consapevolezza che bisogna rompere il legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro, c’era il diritto al lavoro, alla casa, alla salute e all’istruzione per tutti.

Oggi, dopo Rosarno, la necessità dell’introduzione di «elementi veri ed efficaci di tutela sindacale e politica per i migranti è questione dirimente. Questo governo ha fallito: nelle politiche securitarie e nell’integrazione». Ma se Aboubakar è duro con il centrodestra non è certo tenero con il centrosinstra che «quando ha governato si è limitato ad un’analisi descrittiva senza mai intervenire sul nodo, senza mai mettere le mani su una situazione che produceva sfruttamento e razzismo. Va bene lo slogan no al razzismo, ma non basta: dobbiamo anche spiegare perché un esercito di immigrati che produce il 10 per cento del Pil prende il 40 per cento in meno degli altri lavoratori. Dobbiamo spiegare al lavoratore italiano che il pericolo per lui non è l’immigrato e lavorare per ricomporre la classe operaia al di là della carta d’identità e del colore della pelle».

Difendere i diritti dei migranti «vuole dire difendere anche i diritti dei lavoratori italiani, sanzionare chi lucra sul lavoro nero. Non c’è. Non ci può essere un loro e un noi. Perché così si perde e si perde tutti». Sulla troppa cautela delle altre sigle sindacali rispetto alla giornata del primo marzo il responsabile immigrazione delle Rdb ha parole nette: «come si fa a chiudere gli occhi di fronte ad un esercito di un milione di iscritti che Cgil, Cisl e Uil si vantano di avere, senza minimamente andare a mettere le mani nelle condizioni strutturali che vivono quegli immigrati?».





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