|
Ventiquattro ore senza di loro, senza gli
immigrati, senza le badanti, senza i muratori, gli ambulanti, i
raccoglitori di frutta. Ventiquattro ore per dire no al razzismo
e alla precarietà. Le associazioni dei migranti, si interrogano
sulla iniziativa promossa dal “Comitato Primo marzo” e ispirata
all’analoga iniziativa che si svolgerà nella stessa data in
Francia. Subito si è parlato di sciopero degli immigrati.
Sciopero, una parola che ha letteralmente spiazzato i sindacati
confederali: la Cgil nicchia, Cisl e Uil (quest’ultima in
particolare) sono per il no secco. Chi invece dello sciopero non
ha paura sono le Rdb, impegnate con assemblee nei luoghi di
lavoro. «È indispensabile – ci dice Soumahoro Aboubakar,
responsabile nazionale immigrazione Rdb - Gli ingredienti ci
sono tutti, ma va costruito veramente. Il primo marzo sarà una
giornata importante di mobilitazione e dobbiamo essere in tanti,
italiani ed immigrati». Ma con una avvertenza, non può esser
quella la data dello sciopero generale, «su cui occorre lavorare
bene». Con il web, con facebook ma non solo, non principalmente,
perché «chi lavora nelle campagne, chi la mattina è in mezzo
alla strada ad aspettare il caporale, chi vive in condizioni di
schiavitù non ha certo la possibilità di navigare in internet».
Il 24 gennaio a Roma si è svolta l’assemblea
nazionale antirazzista. E non poteva che partire dai fatti di
Rosarno, una vicenda, così il documento conclusivo
dell’assemblea, «espressione dell’offensiva razzista e contro i
diritti dei lavoratori in corso nel nostro paese». Chiediamo ad
Abou, come lo chiamano tutti, se c’è un prima e un dopo Rosarno?
Se c’è una soglia la quale è stata oltrepassata, mettendo
definitivamente a rischio democrazia, solidarietà, convivenza
civile. Verrebbe da dire di sì, sull’onda della rabbia che hanno
provocato le immagini ed i racconti dei migranti in fuga: una
caccia all’uomo indegna, le spranghe brandite, quando non i
fucili, la mano pesante della criminalità organizzata, il
silenzio colpevole delle istituzioni. Tutto vero se non fosse
che «l’Alabama l’avevamo già vista, nel Mezzogiorno certo, ma
anche nel “ricco” nord-est – dice Aboubakar - È successo a
Castelvolturno, a Villa Literno, è successo in Puglia come in
Piemonte o nel nord-est. E potrebbe succedere ancora. Lo
sfruttamento schiavistico della manodopera immigrata non è fatto
di ieri, è il risultato di una cultura, di una legislazione che
sono operanti da tempo, dalla Bossi-Fini e anche prima». Se è
stato “scoperto” oggi è perché oggi quel razzismo si è innestato
su una crisi economica pesantissima e su un pezzo di territorio
dove la criminalità la fa da padrone. «Rosarno è la punta
dell’iceberg. Quello che è accaduto lì è il frutto di una
condizione nella quale i lavoratori immigrati sono costretti a
subire ogni tipo di umiliazione e vessazione. È emerso
clamorosamente l’intreccio tra l’economia sommersa – chi sfrutta
la manodopera immigrata - e la malavita». Per Aboubakar la
tenaglia che si è stretta intorno agli immigrati «è data da una
parte dall’introduzione del pacchetto sicurezza con
l’introduzione del reato di clandestinità e, dall’altra, il
contratto di soggiorno della Bossi-Fini: due facce della stessa
medaglia che hanno, di fatto, alimentato e creato una situazione
di razzismo ed odio sociale e lavorativo che tolgono ogni
strumento di tutela sindacale e giuridica agli immigrati».
Insomma uno sfruttamento legittimato dalle norme di legge, cui
si aggiunge uno sfruttamento in violazione della legge. Perché
in fabbrica come nei campi di pomodoro o negli aranceti si viene
sbattuti fuori se solo si alza la voce e si reclamano diritti.
Una classe operaia di colore che accetta condizioni lavorative
terribili sotto il ricatto del mancato rinnovo del permesso di
soggiorno. Un lavoratore immigrato percepisce circa il 40% di
stipendio in meno del suo omologo italiano. «E’ evidente –
spiega Abou – che questo sfruttamento abbassa il livello
generale delle condizioni complessive del mondo del lavoro». Ed
è naturale allora che immigrati ed italiani devono riconoscersi
e combattere insieme, perché le condizioni degli uni non sono
disgiunte da quelle degli altri. La piattaforma della
manifestazione del 17 ottobre, che rappresentato l’inizio della
reazione al dilagare del razzismo nella società, questi temi li
aveva ben chiari: oltre all’ovvio no al razzismo, ai
respingimenti, oltre alla richiesta di chiusura dei Centri di
identificazione ed espulsione (Cie) c’era in quella
manifestazione la consapevolezza che bisogna rompere il legame
tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro, c’era il
diritto al lavoro, alla casa, alla salute e all’istruzione per
tutti.
Oggi, dopo Rosarno, la necessità
dell’introduzione di «elementi veri ed efficaci di tutela
sindacale e politica per i migranti è questione dirimente.
Questo governo ha fallito: nelle politiche securitarie e
nell’integrazione». Ma se Aboubakar è duro con il centrodestra
non è certo tenero con il centrosinstra che «quando ha governato
si è limitato ad un’analisi descrittiva senza mai intervenire
sul nodo, senza mai mettere le mani su una situazione che
produceva sfruttamento e razzismo. Va bene lo slogan no al
razzismo, ma non basta: dobbiamo anche spiegare perché un
esercito di immigrati che produce il 10 per cento del Pil prende
il 40 per cento in meno degli altri lavoratori. Dobbiamo
spiegare al lavoratore italiano che il pericolo per lui non è
l’immigrato e lavorare per ricomporre la classe operaia al di là
della carta d’identità e del colore della pelle».
Difendere i diritti dei migranti «vuole dire
difendere anche i diritti dei lavoratori italiani, sanzionare
chi lucra sul lavoro nero. Non c’è. Non ci può essere un loro e
un noi. Perché così si perde e si perde tutti». Sulla troppa
cautela delle altre sigle sindacali rispetto alla giornata del
primo marzo il responsabile immigrazione delle Rdb ha parole
nette: «come si fa a chiudere gli occhi di fronte ad un esercito
di un milione di iscritti che Cgil, Cisl e Uil si vantano di
avere, senza minimamente andare a mettere le mani nelle
condizioni strutturali che vivono quegli immigrati?». |