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C’è
da sperare che la promessa sia mantenuta, che il Pd, alla
Camera, faccia davvero quella «battaglia durissima» che ha
annunciato dopo l’approvazione del processo breve nell’emiciclo
di palazzo Madama. C’è da sperare, nulla di più, perché la ruspa
berlusconiana in questi mesi si è mossa pressoché indisturbata
e, a parte pochi, deboli, lamenti ed una sostanziale
condivisione-subalternità del Pd sull’obiettivo di rimettere
robustamente mano all’architettura costituzionale, poco si è
visto.
Il processo breve è l’ultimo (per ora) capitolo
del «delirio immunitario» del Cav, come ha sottolineato a caldo
il segretario del Pdci, Oliviero Diliberto. Il reuccio di Arcore
ha fatto sapere che di presentarsi in tribunale per i
provvedimenti che lo vedono coinvolto non ne tiene voglia, «se
andassi mi troverei di fronte a dei plotoni di esecuzione».
Provocazioni, come quella di fingere che il processo breve a lui
non piace.
Se di plotone di esecuzione si vuole davvero
parlare eccolo lì, già bello e allineato, pronto ad crivellare
di colpi la democrazia italiana e quell’insegna fastidiosa, “la
legge è uguale per tutti”, che ancora campeggia nelle aule di
tribunale. Mentre il Senato dà il primo sì al processo breve a
Montecitorio parte l’iter per il legittimo impedimento, altra
norma proteggi-Silvio. E se non bastasse il buon Angelino
Alfano, guardasigilli su misura, affila le lame contro le
procure e il Csm. Il governo vuole arrivare alla separazione
delle carriere e ci vuole arrivare nel 2010 «l’anno delle
riforme». Anno orribile il 2010, che inizia con una norma che di
colpo cancella migliaia di processi (dal crack Parmalat ai morti
della Tyssen solo per citarne due), smantella il sistema
giudiziario al solo scopo di evitare che Silvio Berlusconi sia
condannato da un tribunale della Repubblica. Mai sia, piuttosto
si cambiano i tribunali e pure la Repubblica. Nel frattempo,
come denunciano i magistrati, la criminalità organizzata, la
mafia, i colletti bianchi, i grandi speculatori brindano.
Diliberto raccoglie il grido d’allarme delle
toghe: «Il processo breve avrà conseguenze gravissime. Verranno
cancellati circa 100 mila processi, primi fra tutti quelli che
coinvolgono il presidente del Consiglio, e il risultato sarà che
a rimetterci saranno soltanto i poveri cristi che non potranno
pagarsi una schiera di avvocati di grido. Il tentativo -
prosegue Diliberto - è lo stesso da sempre: asservire i
magistrati agli interessi del premier minacciandoli e rendendo
loro impossibile un sereno svolgimento del lavoro».
E torniamo alla battaglia delle opposizioni
parlamentari. È ancora possibile oggi parlare di confronto sulle
riforme senza essere presi a pernacchie nella pubblica piazza?
No che non lo è. E allora sarebbe il caso di dire forte e chiaro
che quella che la maggioranza ha votato è una norma palesemente
incostituzionale, che viola il principio della uguaglianza
davanti alla legge. L’ennesima norma incostituzionale, la più
disgustosa. |