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C’era. una volta... un re, diranno i nostri
lettori. No, cera una volta il parlamento, la divisione dei
poteri anche tra esecutivo e legislativo, il dibattito
parlamentare sulle leggi. Oggidì invece, nel Paese di Pinocchio,
non c'è più la tradizionale ripartizione dei poteri propria
delle democrazie borghesi: legislativo, esecutivo, giudiziario.
Con alcune aggravanti antropologiche e culturali tutte italiane,
peraltro.
Anzitutto possiamo affermare che il parlamento
non è più lo specchio del Paese. Al massimo è una
rappresentazione mediatica dei capibastone dei partiti che si
autoabilitano ad eleggere e degli elettori di quei partiti. Sì,
lo so che qualcuno starà pensando di querelarmi perché gli
ricordo che alcuni onorevoli figuri sono la sua immagine
riflessa nello specchio delle istituzioni, ma se ha votato per
uno dei partiti che quei figuri li hanno portati in parlamento,
tante. Sappia l’ignoto lettore che lo ritengo complice della
catastrofe antropologica da cui le nostre istituzioni sono
gravate, e ne ho pure le prove.
Alcune forze politiche pur presenti in modo
diffuso su tutto il territorio nazionale non sono più presenti
in parlamento. La somma di coloro che non partecipano al voto e
di quelli che pur avendo votato vengono defraudati della
rappresentanza, attraverso quella peculiare forma di rapina che
va sotto il nome di "soglia di sbarramento", mette in
discussione la stessa validità sostanziale delle elezioni. Mette
in crisi i cardini della democrazia rappresentativa. Per
esempio: se le ultime elezioni europee fossero state un
referendum sarebbero andate a ramengo per mancanza di quorum.
Sottraendo dai voti espressi quelli bianchi, nulli ed attribuiti
a liste taglieggiate dalla soglia di sbarramento, un italiano su
due non ha domandato o comunque ottenuto rappresentanza in
Europa. E vedrete che pian piano il bipolarismo esasperato, le
soglie di sbarramento, le liste bloccate e lo sputtanamento
sistematico delle assemblee elettive porterà ad esprimersi con
il voto men che la metà degli italiani. Altro che specchio del
Paese.
I parlamentari del resto dal 2006 non sono più
eletti, sono nominati e "ratificati" dagli elettori. Non è detto
naturalmente che le liste bloccate siano in sé una sciagura.
Magari sarebbe meglio entrare nel merito della qualità delle
liste, dei criteri per la formazione delle stesse e del metodo
democratico nella selezione dei designati. Insomma rispetto alla
deriva opposta dell’eccesso di personalizzazione del voto, o
alla manifesta disparità nel concorrere all’elezione a seconda
delle disponibilità economiche o della propensione al voto
clientelare, che fanno la differenza nel voto con preferenza,
sono semplicemente l’altra faccia della medaglia. Va comunque
sottolineato che le liste bloccate sono percepite dall’opinione
pubblica e dal corpo elettorale come un'ulteriore colpo alla
democrazia rappresentativa.
Dunque il potere legislativo, che sia pure
attraverso il meccanismo della delega elettorale è sempre stato
esercitato e deve essere esercitato dal popolo, è in mano a
deputati e senatori scelti secondo criteri non verificabili e
semplicemente ratificati attraverso il voto. Una specie di voto
di fiducia. Quei deputati e senatori dovrebbero poi, almeno in
linea teorica, "fabbricare le leggi". Dovrebbero cioè
promuoverle, discuterle, emendarle, approvarle. Ed in funzione
di tale loro attività vengono remunerati e dovrebbero perfino
essere giudicati dai loro elettori. In realtà ciò accade con
sempre minor frequenza. Anzi non accade praticamente più.
Il legislatore è sempre più il governo.
L’iniziativa legislativa del governo è ormai largamente
preponderante rispetto a quella parlamentare (per non parlare
dell'assoluta assenza dell’iniziativa legislativa popolare pur
contemplata dalla Costituzione). In questo senso la Costituzione
è reiteratamente violata, anzi violentata. Inoltre è sistematico
il ricorso alla delega e alla decretazione d'urgenza, anche nei
casi nei quali i presupposti degli articoli 76 e 77 della
Costituzione non ricorrono affatto.
Con l’uso abnorme della decretazione d’urgenza fa
pendant il ricorso sistematico al voto di fiducia, anche su
materie con le quali la fiducia (che è una cosa seria come
recitava un vecchio slogan pubblicitario) non centra affatto.
Vuoi perché l’opposizione esercita, secondo il burattinaio in
capo, con intollerabile pervicacia (e magari lo facesse sul
serio) l’opposizione parlamentare, vuoi perché la maggioranza è
un vulcano di emendamenti (nella maggior parte dei casi si
tratta di banale accattonaggio parlamentare) il rispetto del
termine di sessanta giorni imposto per norma costituzionale alla
conversione dei decreti in leggi dello stato "impone" il ricorso
alla fiducia. La dialettica parlamentare e la ragion stessa
d’essere del parlamento, che è per l’appunto il luogo dove si
parla nel senso di discutere e non di dare aria ai denti, non
esiste più.
Alla fine, riassumendo tutte le forzature e le
violazioni costituzionali di cui sopra, vien fuori uno schema
per cui un tizio, padrone assoluto del partito di maggioranza
relativa, sceglie i parlamentari che dovranno ratificare le
norme che il governo (anch’esso scelto per la maggior parte da
quel tizio) propina. In una situazione così è difficile dar
torto al tizio m questione quando trae l’unica conclusione
possibile: il parlamento non serve più a nulla. Siccome pago
(generosamente e con i soldi vostri) una pletora di persone per
darmi ragione e siccome quelli che invece pagate sempre voi per
darmi torto non ne incocciano una, perché non risparmiamo un po'
di soldi e incominciamo a dimezzarne il numero?? Poi potremmo
anche pensare di azzerarne il numero, così risparmiamo anche
sulle elezioni.
È uno schema piuttosto collaudato in Italia.
Prima si violano sistematicamente le norme, con particolare
preferenza per quelle penali e fiscali, poi, preso atto della
sistematica e diffusa violazione di esse, si decide di
abrogarle. È stato così con il falso in bilancio, con i condoni
fiscali ed edilizi, con l’indulto e siamo ben avviati anche nel
campo costituzionale.
C’era una volta... un re, diranno i miei piccoli
lettori. No, c’era una volta un pezzo di legno. Un padre
falegname lo trasformò in burattino e poi lui si trasformò, a
forza di ragionare bene o male con la propria testa, in un
bambino vero.
C’era una volta... un re. No, c’era una volta un
pezzo di... bugiardo, diranno i miei piccoli e-lettori, che
oltre ad essere un bugiardo matricolato trasformava i
parlamentari in burattini. Li portava nel paese dei balocchi (o
dei balossi) e anziché tirarli fuori trasformati in somari ce li
teneva dentro trasformati in burattini. Anzi alcuni venivan
fuori secondo la versione tradizionale: trasformati in somari
(secondo alcune versioni della fiaba erano già somari prima)
Quelli che riuscivano ad essere contemporaneamente burattini e
somari li trasformava in ministri.
Ma questa naturalmente è solo una fiaba. |