|
La costruzione del partito comunista è una cosa e
la Federazione è un’altra; la ricostruzione di un partito
comunista dai caratteri finalmente rivoluzionari (quindi non
massimalisti) è una cosa e l’unità della sinistra è un’altra.
Editoriale l'Ernesto Maggio/Agosto 2009
Pur essendo passato un po’ di tempo, si deve e si
può ripartire – per riaprire una discussione sullo “stato delle
cose” relativa ai comunisti/e in Italia, alla questione
dell’unità dei comunisti e a quella, centrale, della
ricostruzione di un unico partito comunista nel nostro Paese –
dalle elezioni europee, dal loro svolgersi sino all’esito
elettorale.
Partiamo dalle europee non per artifizio
retorico, ma perché nel processo di costruzione della “ Lista
comunista e anticapitalista”, nella messa a valore (o non messa
a valore…) di essa nella campagna elettorale e - infine – nel
suo dato elettorale definitivo, crediamo siano contenute
oggettivamente questioni pregnanti ed essenziali che hanno un
valore che va al di là del contingente, del passaggio elettorale
stesso, questioni che, a partire dalla Lista, la trascendono,
divenendo paradigmatiche di una fase e di una serie di
contraddizioni oggi presenti tra i comunisti e all’interno del
movimento comunista italiano.
Il quadro complessivo della UE
I risultati elettorali nei diversi paesi
dell’Unione europea, pur tra differenziazioni e sfaccettature,
ci consegnano:
- la vittoria delle destre;
- il crollo delle socialdemocrazie;
- la tenuta e ripresa delle forze comuniste e di
sinistra anticapitalista.
Le destre egemonizzano ormai largamente il senso
comune dei popoli dell’Unione europea, ma al cospetto di questo
dato “superficiale” e facilmente riscontrabile vi è un’altra
questione che invece è quasi del tutto elusa (anche a sinistra),
per nulla indagata. Si tratta del rapporto oggettivo che
intercorre tra la vittoria delle destre e la base materiale di
tale vittoria; in altre parole: il rapporto tra le destre
politiche vincenti e la matrice dalla quale si formano: l’Unione
europea come polo neo-imperialista in formazione, che in virtù
della propria natura e nell’obiettivo di entrare in forze nella
battaglia internazionale contro gli altri poli imperialisti per
la conquista dei mercati, punta a demonizzare culturalmente e
politicamente le forze comuniste e anticapitaliste del vecchio
continente; a colpire, sottomettere ed emarginare le
organizzazioni storiche del movimento operaio (politiche e
sindacali), offrendo così un terreno di organizzazione del
consenso alle forze della destra e persino dell’estrema destra.
È questo un dato importante, decisivo sul piano
strategico, poiché chiede a tutte le forze di sinistra (dai
comunisti alle sinistre anticapitaliste e d’alternativa della Ue)
di abbandonare velocemente ogni illusione riformista sull’Unione
europea per intraprendere invece un cammino di lotta, dal
carattere antimperialista, volto ad una organizzazione di un
conflitto sovranazionale sia contro le politiche euro-atlantiche
della Ue che contro le sue politiche liberiste.
È questo per i comunisti che in Italia si battono
per l’unità e per un nuovo partito comunista unito, un dato
particolarmente importante, poiché ci parla della natura che
tale partito dovrebbe avere anche nella battaglia contro le
derive conservatrici e di destra della Ue.
Sicuramente, un altro punto importante messo a
fuoco dal dato elettorale delle europee è il crollo – dal
carattere storico e su di un’area continentale - delle
socialdemocrazie. Esso non è casuale e trova le sue ragioni
razionali in un quadro internazionale di nuovo segnato – negli
ultimi vent’anni – dal ritorno prepotente della lotta
interimperialista per la conquista dei mercati (altro che fine
dell’imperialismo e delle contraddizioni interimperialistiche,
come fantasticavano gli adulatori di Toni Negri e della
categoria dell’Impero).
I nuovi poli imperialisti tendono a regolare i
rapporti di forza a loro favore per comprimere e diminuire i
salari, tagliare le spese sociali per istruzione, sanità,
servizi sociali (salario indiretto), pensioni (salario
differito), in modo da poter disporre di una quota maggiore di
profitto da investire in una spietata competizione
interimperialistica globale. Cosa che, regolarmente e senza
opposizione di classe – né politica né sindacale - è avvenuta in
Italia, ma non solo.[1]
Cosa direbbe, oggi, Luciano Lama, di fronte al grande strazio
sociale prodotto: concepirebbe ancora, come prioritaria, la
linea della “concertazione” in nome degli “ interessi
nazionali”?
In questo quadro è rimasto ben poco da
redistribuire socialmente e alle forze socialdemocratiche è
stata tolta l’acqua ove nuotare. Esse, in questo contesto,
perdono di senso storico e ruolo sociale. Il responso elettorale
è conseguente.
È chiaro quindi che la crisi delle
socialdemocrazie e (più strutturalmente) l’impossibilità di fase
di intraprendere serie politiche neokeynesiane pone problemi
seri anche alle forze comuniste, che non possono più coprire a
sinistra (pena la condanna elettorale, come è accaduto per
l’Arcobaleno) alleanze di sinistra moderata prive di ogni
afflato riformatore e forza di cambiamento, come la vicenda –
più esce dalla cronaca ed entra nella “storia”, e più si rivela
politicamente drammatica per i comunisti – del governo Prodi
dimostra.
Un’altra lezione che ci viene impartita dalle
elezioni europee è quella relativa alla tenuta e alla ripresa
delle forze comuniste e anticapitaliste, lezione che viene
ampiamente a dimostrarci come la “crisi del movimento comunista”
sia in verità la crisi del movimento comunista italiano. Ma su
questo punto troverete un’ampia analisi nell’articolo del
compagno Fausto Sorini.
Il quadro italiano:
il Pdl non stravince
Un altro dato che occorre tenere in
considerazione è quello relativo ai consensi elettorali (per le
europee) conseguito dai maggiori partiti italiani. Il PDL di
Berlusconi ottiene alle europee oltre 10 milioni di voti
(35,3%), perdendone – rispetto alle elezioni nazionali del 2008
– circa 2 milioni; il PD ottiene alle europee oltre 8 milioni di
voti (26,1%), perdendone, rispetto al 2008, circa 3 milioni.
L’intera destra italiana raggiunge - alle ultime europee - il
54,2%.
Le due forze maggiori (PDL e PD) perdono consensi
significativi e ciò potrebbe alludere al fatto che nessuna delle
due forze ha ancora concluso la fase transitoria di costruzione
per divenire partito di massa radicato e strategicamente
consolidato e che entrambe queste forze potrebbero essere
vittime, in una fase non lontana, di crolli elettorali.
Nonostante il berlusconismo sia “venduto” (dallo stesso PDL)
come un regime dalla vasta e profonda potenza, i dati elettorali
ci dicono che in fondo, rispetto alla veloce e vasta mutevolezza
che ha dimostrato avere in quest’ultimo quindicennio
l’elettorato italiano, esso non è affatto ancora pienamente
stabilizzato, non riesce ancora ad essere pienamente e
propriamente un regime.
Possiamo forse azzardare una lettura meno
contingente e dai caratteri più strutturali: il punto è -
crediamo - che il grande capitale italiano non ha ancora scelto
definitivamente su quale cavallo politico salire per giungere ad
una “democrazia per il profitto” stabile e - da ogni punto di
vista - per essa rassicurante. Sintomatico è stato il fatto che,
recentemente, anche il Corriere della Sera (oltre a La
Repubblica) è sceso in campo - rispetto ai suoi tanti vizi
privati e alle sue introvabili pubbliche virtù - contro Silvio
Berlusconi. Il Corriere della Sera e La Repubblica: due
rappresentanti di blocchi diversi della borghesia italiana uniti
contro il capo del governo. Qualcosa si muove ? E perché ?[2]
Resta il fatto che il quadro politico è in forte mutazione
carsica e che i due blocchi politici maggiori sono in lotta (lo
scarto elettorale non così vasto, appunto, lo dimostra) per
rappresentare la borghesia italiana. Con quali strategie, con
quale forma di regolazione e controllo delle masse in una crisi
economica profonda che il padronato sa – ad onta dei proclami
ottimistici di Tremonti – niente affatto superata?
Tutto ciò non può non interessare i comunisti del
nostro Paese, che non dovrebbero cadere di nuovo – come vi cadde
il Bertinotti della fase ipermovimentista – nella trappola di
Marco Revelli, quella teorizzante l’assoluta sovrapponibilità
tra centro-destra e centro-sinistra.
Il risultato della Lista comunista
e
anticapitalista alle europee
Innanzitutto – come è ovvio – è necessario
valutare il dato elettorale: quel 3,4% (oltre un milione di
voti) ottenuto dalla Lista, un dato che è stato immediatamente
brandito come un simbolo funereo dagli oppositori interni al PRC
della Lista comunista e anticapitalista. Alcuni leader dell’area
“vendoliana” rimasta in Rifondazione hanno subito strillato ai
quattro venti che quel 3,4% era una sconfitta disastrosa quanto
quella dell’Arcobaleno e che, dunque, sia la Lista che
l’Arcobaleno dovevano essere per sempre archiviati.[3]
C’è da dire che alla critica chiaramente
strumentale dell’“area Rocchi” al dato elettorale della Lista si
sono – con toni diversi - aggiunte voci di parti della
maggioranza, quelle che, partendo da posizioni politiche che si
autodefiniscono più “radicali”, da “comunisti di sinistra”,
trovano poi un punto solidale con quelle posizioni del PRC,
moderate e ormai “post-comuniste”, contrarie all’unità dei
comunisti e ad un partito comunista unico in Italia.
Ma come giudicare, in verità, quel 3,4% ottenuto
dalla Lista? Come giudicarlo obiettivamente e in modo scevro da
strumentalizzazioni? Noi non crediamo certo che esso rappresenti
una vittoria, è anzi il segno delle difficoltà di un movimento
comunista italiano che oggi si trova a pagare per intero il
prezzo di decenni di errori e tradimenti dei suoi vari gruppi
dirigenti: da quelli dell’ultimo PCI sino alla Bolognina,
giungendo alla stagione davvero distruttiva e nefasta del
bertinottismo.
Tuttavia, questo è un giudizio che, pur essendo
necessario, è di tipo generale, strutturale, mentre abbiamo
anche il bisogno di circoscrivere quel 3,4% nel suo preciso –
breve – contesto temporale, quello che va dalla scelta della
Lista sino al voto di giugno, passando per la campagna
elettorale. E circoscrivendo razionalmente l’esito elettorale in
questo lasso di tempo non possiamo più parlare – come fanno i
compagni “catastrofisti”, quelli che formano l’arco che va dagli
ex vendoliani ai “comunisti di sinistra” del PRC – di sconfitta
bruciante, ma di una sconfitta con molte attenuanti; un dato
elettorale, comunque, ben distante dalla Waterloo arcobalenista,
un consenso comunista da cui davvero si può ripartire, con
speranze razionali di farcela.
Parte del PRC ha remato
contro la lista unitaria
Cosa è accaduto, concretamente, per farci
esprimere un giudizio di questo tipo, che rifiuta una lettura
catastrofista del voto di giugno?
Dal nostro punto di vista, molte e negative cose,
in una certa misura addebitabili anche – lo diciamo senza remore
e senza ipocrisie – ad una parte del gruppo dirigente nazionale
del PRC, la parte che va (ancora) da aree di “comunisti di
sinistra” allo stesso compagno Ferrero, segretario del Partito.
Innanzitutto occorre ricordare che sul voto “europeo” di giugno,
sulla Lista comunista, pesavano due macigni enormi,
potenzialmente in grado, da soli, di portare a fondo la Lista:
da una parte la sconfitta storica dell’Arcobaleno (bruciante e
in grado di produrre ancora onde alte di disaffezione,
scetticismo e lontananza del “popolo comunista” dai due partiti
comunisti che ne fecero parte) e d’altra parte la pesantissima
scissione operata da Vendola e da buona parte del gruppo
dirigente storico bertinottiano del PRC poco prima della tornata
elettorale: una mazzata politica e simbolica che, perpetrata
nelle stesse dimensioni, avrebbe potuto abbattere una forza ben
più corposa del PRC e della Lista stessa.
Si sono manifestati inoltre seri problemi ed
errori (oltre ad ostacoli eretti scientemente, contro la Lista,
da parte di alcuni dirigenti del PRC) relativi alla fase stessa
della campagna elettorale, che hanno finito per essere
determinanti per il mancato raggiungimento del 4%. Gran parte di
questi errori sono fioriti sull’albero della “paura comunista”:
una parte del PRC – composta da pezzi della maggioranza unita
alla minoranza -, per paura che la Lista fosse percepita come
l’anticipazione dell’unità dei comunisti, o potesse divenire
tale, ha cercato in tutti modi (sotterranei o meno) di smorzare
l’essenza comunista della Lista, finendo per danneggiarla, sia
sul piano politico e sociale che sul piano mediatico ed
elettorale.
I risultati di questa pulsione contraria alla
Lista si sono visti sin da subito:
- La sua stessa costituzione è stata fatta
slittare sino all’ultimo, sperando che lo sbarramento per le
europee non ci fosse e che dunque la Lista non dovesse farsi,
speranza meschina che ha bruciato tanto tempo utile per la
campagna elettorale.
- Una volta fatta la Lista (obtorto collo, per
diversi all’interno del PRC) non vi è stato un lavoro assiduo
volto a farla divenire popolare, a crearle attorno la necessaria
passione popolare (paura massima per i contrari all’unità dei
comunisti). La stessa manifestazione di Piazza Navona di fine
marzo, diretta a presentarla pubblicamente, è stata fatta – da
parte del PRC - in tono minore, col risultato che la
manifestazione stessa ne è uscita dimezzata (poca gente, piazza
mezza vuota).
- All’inizio della campagna elettorale –
addirittura! – il Dipartimento Enti Locali del PRC invia una
“circolare” a tutto il Partito, a tutte le Federazioni, con cui
si chiede di non lavorare (dunque, di sabotare) nelle elezioni
amministrative per liste comuni col PdCI, di non utilizzare in
quelle elezioni il simbolo per le europee, precostituendo così
una situazione diffusa di confusione e di scarsa mobilitazione
generale e persino di avversione per la Lista comunista e
anticapitalista. In alcune aree, importanti anche sul piano
simbolico (Milano, Torino), il messaggio negativo inviato dal
Dipartimento Enti Locali passa e la lista unica col PdCI non si
fa, ingenerando così uno stato confusionale tra lo stesso
elettorato comunista, che vede i comunisti uniti per le europee
e divisi per le amministrative: un messaggio che viene dalle
metropoli, dunque forte, che aggrava, agli occhi del nostro
elettorato, quel senso della divisione già pesantemente
alimentato dalla scissione di Vendola e che spinge tanti
comunisti (a cominciare proprio da Torino e Milano) a disertare
le urne o a cambiare voto.
- La stessa scelta di Paolo Ferrero di non
presentarsi alle elezioni europee (anche qui: paura di mettere
in campo, con Diliberto candidato, un’anticipazione del partito
comunista unito) certo non ha aiutato a rendere più prestigiosa
e più accattivante la Lista e sicuramente ha partecipato al
mancato raggiungimento di quello 0,6% in più col quale oggi i
due partiti comunisti italiani sarebbero presenti nel Parlamento
europeo.
Vi sono state altre questioni che hanno
oggettivamente danneggiato la Lista: il vero e proprio
oscuramento mediatico (che non si era dato per L’Arcobaleno di
Bertinotti né si è dato per Sinistra e Libertà, a dimostrazione
di come si muove la borghesia italiana e come si muove lo stesso
D’Alema, che ormai da lungo tempo opera per la cancellazione dei
comunisti in Italia); il regalo fatto improvvisamente da
Giulietto Chiesa a Marco Ferrando, che ha eroso alla Lista
proprio ciò che le è mancato per superare lo sbarramento; lo
spostamento verso il partito di Di Pietro, operato
scientificamente da alcuni “dirigenti comunisti” per danneggiare
la Lista: molte cose sono accadute e tutte nell’unico segno:
evitare l’affermazione della Lista comunista.
La crisi del movimento
comunista in Italia è
profonda e viene da lontano
Abbiamo scritto all’inizio che il non
raggiungimento del 4% è il segno - innanzitutto - di una crisi
profonda del movimento comunista italiano, che dovrà fare una
gran fatica a risollevarsi dai colpi mortali che
l’eurocomunismo, Occhetto e Bertinotti gli hanno inferto e
dunque è qui la base reale delle difficoltà e lo diciamo
affinché non si cerchino risposte consolatorie, anche per il
risultato europeo; tuttavia anche le difficoltà contingenti -
quelle descritte - hanno certamente partecipato al mancato
conseguimento del 4%.
Ed è proprio questo micidiale combinato disposto
- dato dalle difficoltà oggettive, di carattere strutturale e
storico che pesano sui comunisti e da quelle incontrate nella
campagna elettorale - che ci fa dire che quel 3,4 % non è da
buttare, che è il segno che si può ricominciare, a patto,
certamente, che i comunisti giungano ad una decente
accumulazione di forze (attraverso la loro riunificazione),
tornino a praticare il loro ruolo di soggetto principe nel
conflitto contro il capitale, si radichino nei luoghi di lavoro,
nei territori, si attrezzino per intervenire, come si diceva un
tempo, in ogni piega della società, e si dotino di un corredo
teorico e politico all’altezza dell’odierno scontro di classe.
È in questo senso che abbiamo sempre proposto,
praticato ed interpretato la linea dell’unità dei comunisti: una
linea volta a superare la divisione del movimento comunista
italiano (unificazione dei due partiti e riassorbimento della
“diaspora comunista”) attraverso una ricollocazione del Partito
comunista italiano riunificato nel campo della lotta
antimperialista e anticapitalista e la ridefinizione di un
progetto politico e teorico rivoluzionario, attraverso una linea
complessiva (teoria e prassi) volta ad acutizzare le
contraddizioni capitalistiche, non a sanarle (obiettivo al quale
puntano le sinistre moderate, comprese quelle “bertinottiane”);
volta cioè – come primo compito di fase - a far saltare il
progetto del capitale (che è quello – ai fini del mantenimento
inalterato del potere e del profitto - della pace sociale,
“poiché il capitalismo – come oggi scrive chiaramente Slavoj
Zizek – può prosperare solo in condizioni di stabilità sociale
di base”), per poter cancellare dal senso comune la nozione
secondo la quale il capitalismo è natura immutabile e riproporre
strategicamente - a partire dalle coscienze intellettuali su
posizioni di classe e dalle aree più avanzate e combattive del
mondo del lavoro – l’esigenza storica e il disegno di una
transizione al socialismo.
Sulla crisi del movimento comunista italiano: da
molti anni, in Italia, si pone la cosiddetta “questione
comunista”. Chi la pone pensa più precisamente al rilancio di un
pensiero, di una prassi e, in ultima analisi, di un partito
comunista che - attraverso una riflessione critica (ma non
liquidatoria) sul movimento comunista del ‘900 e più
specificatamente sull’esperienza comunista in Italia – possa di
nuovo svolgere un ruolo socialmente e culturalmente incisivo e
riaprire un’opzione antimperialista, anticapitalista e
rivoluzionaria nel nostro Paese.
Non è facile definire temporalmente la fase dalla
quale “la questione comunista”, in Italia, inizia a porsi, nel
senso che non è agevole – essendo anch’esso un processo –
stabilire il “vero momento” in cui inizia l’involuzione del
movimento comunista italiano. Ciò che ora, in assenza di studi
più analitici, possiamo asserire, è che tale involuzione prende
corpo ben prima della “Bolognina”, che si aggrava nella fase
dell’eurocomunismo, durante la quale assistiamo ad una
provincialistica enfatizzazione del ruolo storico e mondiale
delle organizzazioni del movimento operaio europeo che sbocca,
da una parte, nel privilegiare sempre più – da parte di quel PCI
– le relazioni con le socialdemocrazie europee ai danni di
quelle con le forze comuniste europee e, d’altra parte, nella
rottura con parti preponderanti del movimento comunista e
antimperialista mondiale, al quale “si affida” un ruolo
rivoluzionario marginale rispetto a quello europeo (e pensiamo
quanto sarebbe risibile oggi un pensiero eurocomunista di fronte
al grande processo di liberazione dell’America Latina e al
grande ruolo che oggi gioca, sul piano planetario, la grande
triade Russia- Cina – India.); un’involuzione che si palesa in
forma finale con la “Bolognina” (un passaggio politicamente
devastante e culturalmente oscuro, poiché appare tuttora
incomprensibile il salto repentino e apparentemente immotivato
tra l’essenza socialdemocratica dell’ultimo PCI e l’improvviso
determinarsi dell’essenza “radical” occhettiana, che cancella
dal quadro politico del Paese persino un’opzione
socialdemocratica classica e di massa); un processo involutivo
che torna (dopo una prima speranza) nella fase davvero
nichilista del “bertinottismo”, che non solo soffoca nella culla
il progetto politico e teorico della rifondazione comunista, ma
sferra un nuovo, letale colpo alla stessa residua autonomia
comunista italiana.
La crisi capitalistica
è
anche un’opportunità
per la ripresa del
movimento comunista
Le attuali, drammatiche, condizioni politiche,
teoriche, organizzative, elettorali, economiche, del movimento
comunista italiano (diciamo, non casualmente, italiano, poiché
le ultime elezioni europee hanno dimostrato, al contrario, la
tenuta e persino l’avanzamento dei partiti comunisti) sono,
esattamente, il prodotto finale di questa lunga catena
involutiva.
La questione è che il punto più basso e critico
della storia del movimento comunista italiano – quello odierno –
coincide con una fase particolarmente acuta delle contraddizioni
capitalistiche: già dal prossimo autunno, la crisi del capitale
prevede altre centinaia di migliaia di licenziamenti entro il
quadro complessivo di un regime politico, quello berlusconiano,
antioperaio, razzista e di destra eversiva. Una fase, cioè, in
cui un partito comunista dovrebbe e potrebbe svolgere un ruolo
centrale di lotta, attraverso il quale ricostruire sia il
proprio senso sociale e storico che i propri legami di massa. La
crisi, insomma, come un’opportunità, per i comunisti, di uscir
fuori dalle secche nelle quali la disgraziata linea
eurocomunismo-bolognina-bertinottismo li ha collocati e, per
ora, condannati. Un’ opportunità di lotta, per i comunisti,
avente un valore sociale aggiunto: quello di aggregare attorno
al proprio cardine conflittuale e progettuale l’intera sinistra
d’alternativa; il valore aggiunto, insomma, dell’unità della
sinistra anticapitalista come prodotto dell’iniziativa
comunista.
Questione comunista
e
unità delle sinistre
Dunque: noi siamo di fronte, contemporaneamente,
ad una crisi dai caratteri mortali del movimento comunista e –
insieme - ad una crisi del capitale che si presenta come una
sorta di possibilità di resurrezione per lo stesso movimento
comunista. Oggi, per i comunisti, sarebbero necessarie, come il
pane, tre condizioni:
- un’accumulazione di forze (ed è per questo che
tanto ci siamo battuti – invano, rispetto ai niet di Paolo
Ferrero - per l’unità dei comunisti, per unire PRC, PdCI e
diaspora comunista);
- una piena autonomia politica e culturale che
doti il movimento comunista di un bagaglio politico e teorico di
ispirazione leninista e gramsciana e cioè critico e
rivoluzionario (da questo punto di vista occorrerebbe dare
seguito alla proposta avanzata dal compagno Diliberto
all’iniziativa del 18 luglio a Roma e cioè la costituzione di un
Centro studi avente il compito di dar vita ad una stagione di
ricerca teorica aperta che su di una base marxista e
materialista si ponga l’obiettivo di ridefinire sia un’analisi
seria della società italiana, che un progetto di transizione al
socialismo);
- infine, una capacità di unire (sul campo,
nell’unità d’azione) l’intera sinistra anticapitalista.
Oggi, il punto è: come queste tre condizioni
possono sussistere e svilupparsi entro la Federazione di
sinistra (la chiamiamo, per favore, “comunista e di sinistra”?)
che ha preso avvio a Roma il 18 di luglio?
Diciamolo chiaramente: l’accumulazione di forze
comuniste (e cioè il processo unitario tra PRC, PdCI ed altre
soggettività comuniste); la ricerca e lo sviluppo di un profilo
politico e teorico capace, come un nuovo cavallo di razza, di
scrollarsi di dosso le mosche dell’occhettismo e del
berttinottismo e delineare un profilo politico e teorico
all’altezza dei tempi e dello scontro di classe; l’obiettivo di
aggregare attorno al cardine comunista la diffusa sinistra
anticapitalista e antiliberista: queste tre condizioni possono
darsi solo se, entro la Federazione, i comunisti rimangono
autonomi, sul piano culturale, politico, organizzativo ed
economico; se essi non vengono sussunti nella Federazione; se la
Federazione non si mette in testa di divenire un “nuovo soggetto
politico e partitico” che, inevitabilmente, depotenzierebbe a
mano a mano la (residua e già debole) cultura comunista sino a
portarla ad estinzione.
In sintesi, la questione è la seguente: la
costruzione del partito comunista è una cosa e la Federazione è
un’altra; la ricostruzione di un partito comunista dai caratteri
finalmente rivoluzionari (quindi non massimalisti) è una cosa e
l’unità della sinistra è un’altra.
Se questa distinzione verrà mantenuta potranno
darsi – dialetticamente - sia la costruzione di un più forte
partito comunista che quella dell’unità della sinistra di
classe. Se tale distinzione cadrà, saremo di fronte al
fallimento di entrambe le opzioni.
Dobbiamo saper criticamente riassumere, da
materialisti, le lezioni della storia. E ricordare, dunque, che
esperienze di federazioni di sinistra, in Europa, si sono già
avute e sono tutte finite male per i comunisti. In Grecia, il
tentativo - nei primi anni ’90 – di quel Synaspismos guidato da
Maria Damanaki (oggi finita, significativamente, nel Partito
Socialista greco) di cancellare, attraverso la Federazione,
l’autonomia del Partito comunista di Grecia è finito in una
scissione gravissima dello stesso KKE. In Spagna, nell’ormai
lunga esperienza dell’Izquierda Unida, il Partito comunista
spagnolo ha trovato in verità la propria consunzione e la stessa
Izquierda – animale politico ambiguo più che mai, quanto
moderato – è ormai di fronte al proprio fallimento politico ed
elettorale.
Ripetiamo: la questione non è quella di
rifiutare, in Italia, la Federazione, anzi dobbiamo ribadire il
fatto che l’unità della sinistra di classe non è solo,
socialmente, “giusta in sé”, ma - se ben condotta - è anche base
materiale di rafforzamento della stessa opzione comunista; la
questione è che essa non deve divenire la tomba dell’autonomia
comunista. Essa non deve porsi l’obiettivo di trasformarsi -
bertinottianamente, vendolianamente - in un nuovo partito
politico, in un nuovo Arcobaleno. Lo diciamo perché, invece, le
pulsioni alla sua trasformazione in un nuovo partito politico di
sinistra sono potenti. Fare di essa una Die Linke italiana, ha
affermato chiaramente Vittorio Agnoletto a Roma, il 18 luglio;
mentre noi non dimentichiamo che nei recenti documenti politici
di Die Linke si cancella tutta la storia del movimento comunista
rivoluzionario, riprendendo interamente lo spirito e la lettera
della Seconda Internazionale. Ed è stato lo stesso Cesare Salvi,
nella relazione introduttiva al convegno romano della
Federazione, a porre chiaramente il problema della “necessità”,
per ogni soggetto della Federazione, di praticare cessioni di
sovranità, politica e culturale. La storia si ripete: già nello
Statuto dei primi anni ’80 dell’Izquierda Unida si chiedeva ai
vari soggetti (soprattutto al PCE, che era il soggetto più
forte) di cedere sovranità, negandogli, in due articoli
decisivi, la possibilità di sviluppare una politica
internazionale autonoma e un radicamento sociale autonomo. E la
cessione continua di sovranità è stata la causa essenziale del
declino profondo dei comunisti spagnoli. La cessione di
sovranità, nella Federazione italiana, colpirebbe solo i due
soggetti forti e determinanti per la stessa Federazione: PRC e
PdCI.
I comunisti, in Italia, possono ripartire solo a
condizione di poter sviluppare, in piena autonomia, una politica
antimperialista e anticapitalista. Se ciò non fosse possibile,
per lacci e lacciuoli izquierdisti, il già moribondo movimento
comunista italiano si avvierebbe alla fine. È stato il compagno
Claudio Grassi a chiarire che la questione centrale non è quella
di “quale contenitore” debba essere la Federazione, ma che cosa
essa debba fare sul terreno della lotta sociale e politica: è
l’impostazione giusta. Ed è stata la compagna Manuela Palermi,
nel convegno romano del 18 luglio, a ribadire con forza
l’esigenza – anche all’interno della Federazione – di mantenere
e sviluppare l’identità comunista.
È questa la strada: autonomia comunista e unità
della sinistra anticapitalista. Se questo rapporto dialettico si
rompesse a favore di una deriva izquierdista partitica, l’unità
dei comunisti ed il Partito comunista, in Italia, per le
condizione date, forse per un lungo periodo non troverebbero più
modo di prendere forma e concretamente realizzarsi.
Riprendere e intensificare l’iniziativa per l’unità
dei comunisti
In questa situazione sarà quanto mai opportuno
che tutti i compagni, tutti i comunisti, dentro e fuori il PRC e
il Pdci, che si sono battuti in questi anni - ed aspirano oggi -
a sviluppare una presenza comunista organizzata in Italia,
sappiano prendere le opportune iniziative volte a costruire
momenti reali – possibilmente permanenti e non solo occasionali
– di unità comunista, sviluppando coordinamenti e forme di
cooperazione organizzata per affrontare questioni essenziali per
la costruzione di una linea politica comunista: – la costruzione
di un sindacato unitario di classe e il ruolo dei comunisti;
antimperialismo e solidarietà internazionalista;
l’organizzazione, lo sviluppo e diffusione di una cultura
critica marxista nelle condizioni del monopolio capitalistico
dei mass media; gli immigrati quale parte più sfruttata e
oppressa del proletariato…
Su queste e altre questioni occorre favorire e
organizzare il confronto tra i compagni, che hanno bisogno di
parlare concretamente di esse, non in termini “politicisti”, non
nell’ottica dei microschieramenti e microgruppi interni o
esterni ai due partiti comunisti, ciascuno a guardia del proprio
microspazio con la propria etichetta doc; occorre tornare ad
analizzare il reale con gli strumenti dei comunisti, e tornare
ad essere i promotori e i protagonisti di lotte di massa, di
resistenze sociali, politiche, culturali, alla gestione
capitalistica della crisi.
Nella UE, in Italia in particolare, tutti gli
indicatori ci parlano di un acutizzarsi della crisi che colpirà
pesantemente i lavoratori, in primis i precari, e gli strati più
deboli della società. I comunisti possono, debbono, essere i
promotori della resistenza proletaria alla crisi del capitale.
Possono, se sapranno praticare concretamente l’unità, superare
visioni tatticistiche e particolaristiche, di piccola bottega,
che tanto danno hanno fatto anche negli ultimi tempi; se
sapranno, lavorando a fianco a fianco - compagni del Prc, del
Pdci, della Rete dei comunisti, e i tanti della diaspora
comunista -, volare alto, nella consapevolezza che si gioca oggi
una partita importante, forse fondamentale per la presenza di
una politica comunista in Italia.
Questa rivista, che ha la grande ambizione nel
nome che porta, di coniugare ragione marxista e generosa
dedizione rivoluzionaria, e i compagni che ad essa fanno
riferimento e ne hanno reso possibile col loro lavoro quotidiano
la quasi ventennale pubblicazione, sono impegnati ad essere
promotori e punti di riferimento per le iniziative culturali,
politiche, di lotte sindacali e nei territori, nella difficile
battaglia per la ricostruzione in Italia di un partito comunista
adeguato alle terribili sfide del nostro tempo.
[1]
Cfr. i dati sui salari europei nell’articolo di Stefano
Barbieri nelle pagine di questa rivista
[2]
L’articolo di Domenico Moro fornisce elementi di analisi
sul blocco sociale berlusconiano e le sue incrinature
nella fase di crisi.
[3]
Con una contraddizione interna non da poco: asserito
ciò, Rocchi, Rosi Rinaldi e compagni propongono la
strategia di costruzione di una “sinistra” che somiglia
ancora come una goccia d’acqua ad un Arcobaleno con un
altro nome.
|