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Da molti anni, in Italia, si pone la cosiddetta
“questione comunista”. Chi la pone pensa più precisamente al
rilancio di un pensiero, di una prassi e, in ultima analisi, di
un partito comunista che - attraverso una riflessione critica
(ma non liquidatoria) sul movimento comunista del ‘900 e più
specificatamente sull’esperienza comunista in Italia – possa di
nuovo svolgere un ruolo socialmente e culturalmente incisivo e
riaprire un’ opzione antimperialista, anticapitalista e
rivoluzionaria nel nostro Paese.
Non è facile definire temporalmente la fase dalla
quale “la questione comunista”, in Italia, inizia a porsi, nel
senso che non è agevole – essendo anch’esso un processo –
stabilire il “vero momento” in cui inizia l’involuzione del
movimento comunista italiano. Ciò che ora, in assenza di studi
più analitici, possiamo asserire è che tale involuzione prende
corpo ben prima della “Bolognina”, che si aggrava nella fase
dell’eurocomunismo, durante la quale assistiamo ad una
provincialista enfatizzazione del ruolo storico e mondiale
delle organizzazioni del movimento operaio europeo che sbocca,
da una parte, nel privilegiare sempre più – da parte di quel PCI
– le relazioni con le socialdemocrazie europee ai danni di
quelle con le forze comuniste europee e, d’altra parte, nella
rottura con parti preponderanti del movimento comunista e
antimperialista mondiale, al quale “si affida” un ruolo
rivoluzionario marginale rispetto a quello europeo ( e pensiamo
quanto sarebbe risibile oggi un pensiero eurocomunista di fronte
al grande processo di liberazione dell’America Latina e al ruolo
mondiale della Cina ); un’involuzione che si palesa in forma
finale con la “Bolognina” ( un passaggio politicamente
devastante e culturalmente oscuro, poiché appare tuttora
incomprensibile il salto repentino e apparentemente immotivato
tra l’essenza socialdemocratica dell’ultimo PCI e l’improvviso
determinarsi dell’ essenza “radical” occhettiana, che cancella
dal quadro politico del Paese persino un’opzione
socialdemocratica classica e di massa); un processo involutivo
che torna ( dopo una prima speranza) nella fase davvero
nichilista del “bertinottismo”, che non solo soffoca nella culla
il progetto politico e teorico della rifondazione comunista ma
sferra un nuovo,letale, “uppercut” alla stessa, residua,
autonomia comunista italiana.
Le attuali, drammatiche, condizioni politiche,
teoriche, organizzative, elettorali, economiche, del movimento
comunista italiano ( diciamo, non casualmente, italiano, poiché
le stesse, ultime, elezioni europee hanno dimostrato, al
contrario, la tenuta e persino l’avanzamento dei partiti
comunisti) sono, esattamente, il prodotto finale di questa
lunga catena involutiva.
La questione è che il punto più basso e critico
della storia del movimento comunista italiano – quello odierno -
coincide con una fase particolarmente acuta delle contraddizioni
capitalistiche : già dal prossimo autunno, la crisi del capitale
prevede altre centinaia di migliaia di licenziamenti entro il
quadro complessivo di un regime politico, quello berlusconiano,
antioperaio, razzista e di destra eversiva. Una fase, cioè, in
cui un partito comunista dovrebbe e potrebbe svolgere un ruolo
centrale di lotta, attraverso il quale ricostruire sia il
proprio senso sociale e storico che i propri legami di massa. La
crisi, insomma, come un’opportunità, per i comunisti, di uscir
fuori dalle secche nelle quali la disgraziata linea
eurocomunismo-bolognina-bertinottismo li ha collocati e, per
ora, condannati. Un’ opportunità di lotta, per i comunisti,
avente un valore sociale aggiunto: quello di aggregare attorno
al proprio cardine conflittuale e progettuale l’intera sinistra
d’alternativa; il valore aggiunto, insomma, dell’unità della
sinistra anticapitalista come prodotto dell’iniziativa
comunista.
Dunque: noi siamo di fronte, contemporaneamente, ad una crisi
dai caratteri mortali del movimento comunista e – insieme – ad
una crisi del capitale che si presenta come una sorta di
possibilità di resurrezione per lo stesso movimento comunista.
Oggi, per i comunisti, sarebbero necessarie, come il pane, tre
condizioni: un’accumulazione di forze ( ed è per questo che
tanto ci siamo battuti – invano, rispetto ai niet di Paolo
Ferrero- per l’unità dei comunisti, per unire PRC, PdCI e
diaspora comunista ); una piena autonomia politica e culturale
che doti il movimento comunista di un bagaglio politico e
teorico di ispirazione leninista e gramsciana e cioè critico e
rivoluzionario (da questo punto di vista occorrerebbe dare
seguito alla proposta avanzata dal compagno Diliberto
all’iniziativa del 18 luglio a Roma e cioè quella di dar vita ad
un Centro studi avente il compito di aprire una stagione di
ricerca teorica aperta che su di una base marxista e
materialista si ponga l’obiettivo di ridefinire sia un’analisi
seria della società italiana che un progetto di transizione al
socialismo); infine, una capacità di unire (sul campo,
nell’unità d’azione) l’intera sinistra anticapitalista. |