Insieme per un nuovo inizio

La questione comunista
e l'unità della sinistra

La crisi offre un'opportunità di lotta con un valore aggiunto: l'aggregazione delle forze anticapitaliste
 

di Fosco Giannini

da "La Rinascita della Sinistra"
del 23 luglio 2009

 

Da molti anni, in Italia, si pone la cosiddetta “questione comunista”. Chi la pone pensa più precisamente al rilancio di un pensiero, di una prassi e, in ultima analisi, di un partito comunista che - attraverso una riflessione critica (ma non liquidatoria) sul movimento comunista del ‘900 e più specificatamente sull’esperienza comunista in Italia – possa di nuovo  svolgere un ruolo socialmente e culturalmente incisivo e riaprire un’ opzione antimperialista, anticapitalista e rivoluzionaria nel nostro Paese.

Non è facile definire temporalmente la fase dalla quale “la questione comunista”, in Italia, inizia a porsi, nel senso che non è agevole – essendo anch’esso un processo – stabilire il “vero momento” in cui inizia l’involuzione del movimento comunista italiano. Ciò che ora, in assenza di studi più analitici, possiamo asserire è che tale involuzione prende corpo ben prima della “Bolognina”, che si aggrava nella fase dell’eurocomunismo, durante la quale assistiamo ad una provincialista  enfatizzazione del ruolo storico e mondiale delle organizzazioni del movimento operaio europeo che sbocca, da una parte, nel privilegiare sempre più – da parte di quel PCI – le relazioni con le socialdemocrazie europee ai danni di quelle con le forze comuniste europee e, d’altra parte, nella rottura con parti preponderanti del  movimento comunista e antimperialista mondiale, al quale “si affida” un ruolo rivoluzionario marginale rispetto a quello europeo ( e pensiamo quanto sarebbe risibile oggi un pensiero eurocomunista di fronte al grande processo di liberazione dell’America Latina e al ruolo mondiale della Cina ); un’involuzione che si palesa in forma finale con la “Bolognina” ( un passaggio politicamente devastante e  culturalmente oscuro, poiché appare tuttora incomprensibile il salto repentino e apparentemente immotivato tra l’essenza socialdemocratica dell’ultimo PCI e l’improvviso determinarsi dell’ essenza “radical” occhettiana, che cancella dal quadro politico del Paese persino un’opzione socialdemocratica classica e di massa); un processo involutivo   che torna ( dopo una prima speranza) nella fase davvero nichilista del “bertinottismo”, che non solo soffoca nella culla il progetto politico e teorico della rifondazione comunista ma sferra un nuovo,letale, “uppercut” alla stessa, residua, autonomia comunista italiana.

Le  attuali, drammatiche, condizioni politiche, teoriche, organizzative, elettorali, economiche, del movimento comunista italiano ( diciamo, non casualmente, italiano, poiché le stesse, ultime, elezioni europee hanno dimostrato, al contrario, la tenuta e persino l’avanzamento dei partiti comunisti)  sono, esattamente, il prodotto finale di questa lunga catena involutiva.

La questione è che il punto più basso e critico della storia del movimento comunista italiano – quello odierno - coincide con una fase particolarmente acuta delle contraddizioni capitalistiche : già dal prossimo autunno, la crisi del capitale prevede altre centinaia di migliaia di licenziamenti entro il quadro complessivo di un regime politico, quello berlusconiano, antioperaio, razzista e di destra eversiva. Una fase, cioè, in cui un partito comunista dovrebbe e potrebbe svolgere un ruolo centrale di lotta, attraverso il quale ricostruire sia il proprio senso sociale e storico che i propri legami di massa. La crisi, insomma, come un’opportunità, per i comunisti, di uscir fuori dalle secche nelle quali la disgraziata  linea eurocomunismo-bolognina-bertinottismo li ha collocati e, per ora, condannati. Un’ opportunità di lotta, per i comunisti, avente un valore sociale aggiunto: quello di aggregare attorno al proprio cardine conflittuale e progettuale l’intera sinistra d’alternativa; il valore aggiunto, insomma, dell’unità della sinistra anticapitalista come prodotto dell’iniziativa comunista.

Dunque: noi siamo di fronte, contemporaneamente, ad una crisi dai caratteri mortali del movimento comunista e – insieme – ad una crisi del capitale che si presenta come una sorta di possibilità di resurrezione per lo stesso movimento comunista. Oggi, per i comunisti, sarebbero necessarie, come il pane, tre condizioni: un’accumulazione di forze ( ed è per questo che tanto ci siamo battuti – invano, rispetto ai niet di Paolo Ferrero-  per l’unità dei comunisti, per unire PRC, PdCI e diaspora comunista ); una piena autonomia politica e culturale che doti il movimento comunista di un bagaglio politico e teorico di ispirazione leninista e gramsciana e cioè critico e rivoluzionario (da questo punto di vista occorrerebbe dare seguito alla proposta avanzata dal compagno Diliberto all’iniziativa del 18 luglio a Roma e cioè quella di dar vita ad un Centro studi avente il compito di aprire una stagione di ricerca teorica aperta che su di una base marxista e materialista si ponga l’obiettivo di ridefinire sia  un’analisi seria della società italiana che un progetto di transizione al socialismo); infine, una capacità di unire (sul campo, nell’unità d’azione) l’intera sinistra anticapitalista.



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