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Si apre davanti a noi, carissime compagne e
compagni, un’opportunità.
Oggi incomincia un percorso. Alcune tappe si
possono già individuare, prevedere. Alcune scadenze temporali
sono già state indicate: e le condivido.
Altre, saranno determinate dal concreto svolgersi
della discussione tra noi, di ciò che succederà fuori di noi,
dai rapporti di forza nella società. Alcune di queste
condizioni, dunque, dipendono da noi, ed esclusivamente da noi,
altre verranno determinate da fattori diversi.
L’importante, dunque, è aver chiara la direzione
e ben salda la barra dell’orientamento.
Ma una cosa credo non debba sfuggire a nessuno. E
va detta con chiarezza, con lucida consapevolezza, senza fare
sconti a noi stessi, senza alcuna forma di pigrizia
intellettuale.
Noi stiamo compiendo un passo avanti, lo sostengo
con grande convinzione, è il passo avanti oggi possibile. Ma va
fatto perché, così come siamo ora, siamo evidentemente del tutto
e drammaticamente inadeguati ad affrontare le sfide che abbiamo
di fronte.
L’asprezza dello scontro di classe in atto oggi
in Italia – ma direi in tutta Europa – è tale che le nostre
forze appaiono palesemente insufficienti, non dico per essere
all’altezza di esso, ma anche per potervi significativamente
incidere.
Dall’autunno, si può agevolmente prevedere una
crisi occupazionale ancor più vasta e profonda di quella alla
quale abbiamo sin qui assistito. Possono immaginarsi conflitti,
anche solo a livello di territori, ma moltiplicati ed anche
assai aspri: le nostre organizzazioni saranno in grado di
esservi dentro, di determinarli, di riunificarli su scala
nazionale, di individuare uno sbocco, una proposta?
Non abbiamo neppure la possibilità di presentare
un’interrogazione parlamentare.
Il degrado della nostra democrazia è ormai giunto
a livelli che francamente non avrei neppure immaginato qualche
anno addietro. Il berlusconismo – questo intreccio di sistema di
valori deteriori, il denaro come unico metro per giudicare donne
e uomini, l’oscurantismo medioevale di pezzi rilevanti della
gerarchia cattolica e i suoi condizionamenti sulla politica, non
solo a destra, il mercato fine a se stesso, il plebiscitarismo e
l’autoritarismo, la volgarità, la mercificazione assoluta di
esseri umani e sentimenti, il razzismo imperante, la demolizione
sistematica dello stato sociale e la scientifica distruzione
della scuola pubblica, una subcultura veicolata da media
invasivi che determinano le scelte di chi non ha adeguati
strumenti culturali ed intellettuali – il berlusconismo ha
invaso il Paese: ma non è un nemico lontano che ha occupato le
nostre terre. Così come il fascismo del ventennio, in forme
certo oggi inedite, ma allora erano inedite anche le forme del
fascismo, non era affatto una parentesi del luminoso cammino
verso la libertà (si pensi alla polemica Croce - Togliatti del
dopoguerra), così anche il berlusconismo è autobiografia della
nazione, coltiva ed esalta pulsioni conservatrici, quando non
apertamente reazionarie, presenti ed endemiche nella nostra
società.
Una storia già vista: la classe dominante è ben
lieta di rinunciare a spazi di democrazia in nome
dell’affermazione dei propri interessi. Così, assistiamo alla
fine della divisione tradizionale dei poteri, nella
concentrazione di essi in un solo gruppo imperante: tutto ruota
attorno al governo, potere legislativo, esecutivo, economico e
mediatico. L’attacco all’indipendenza della magistratura è
l’atto finale.
Corruzione, malaffare, clientelismo, malavita
organizzata diventano le cifre della quotidianità e non già
l’eccezione.
L’opposizione non c’è. Quando c’è – affidata a
chi è estremista sulle leggi ad personam, ma ipermoderato sulla
legge 30 – sorvola sulla gigantesca questione sociale che permea
l’Italia, come tutte le società occidentali, ma per certi versi
più di esse: non foss’altro per il sistema di diritti e di
tutele che il movimento dei lavoratori e suoi partiti avevano
conquistato in Italia e non altrove: sistema di diritti che non
esiste più.
I compiti – così del tutto sommariamente
riassunti – di una sinistra degna di questo nome e,
segnatamente, di chi – da comunista, parola che ho sentito poco
in questa assemblea, tornerò sul punto – è alternativo alle
logiche del capitale, i compiti sono immani.
Noi, oggi, non siamo adeguati. Dobbiamo capire
come è che ci siamo ridotti così e cosa fare per risalire la
china.
Abbiamo perso credibilità nei due anni di governo
Prodi, certo. Ma se si perdono in due anni i due terzi dei
propri consensi, vi è evidentemente qualcosa di ben più profondo
che l’insoddisfazione per l’operato di un governo.
La mia opinione è che si sia perduto qualcosa di
strutturale: si è smarrita, a mio modo di vedere, la
rappresentanza degli interessi di quanti – a parole, e certo
generosamente – affermiamo di voler interpretare ed organizzare.
Se il lavoratore o il giovane precario o il
disoccupato hanno interiorizzato l’idea che la risposta ai
propri problemi può essere solo quella individuale o, se
collettiva, è quella della guerra tra poveri e poverissimi, la
risposta che esorcizza e rimuove i problemi, attraverso la
caccia al diverso: allora vuol dire che la sinistra ha perduto e
che la sconfitta è di lunga durata, né occasionale né
contingente.
Io partirei da qui. In una società parcellizzata,
atomizzata, di insediamenti industriali piccoli o piccolissimi,
senza tutela alcuna; nella precarietà del rapporto di lavoro,
come in quella di vita (i giovani sanno che, da vecchi, non
avranno la pensione), che determina un ricatto costante che chi
subisce non può eliminare: in una società siffatta, le nostre
categorie di lavoro politico vanno ripensate nel profondo.
Non possiamo accontentarci di soluzioni antiche
ed obsolete, né di certezze identitarie, che rispecchiano un
mondo che non c’è più. Quando parlavo di abolire tra noi ogni
forma di pigrizia intellettuale, intendevo che il primo sforzo
non può che essere quello dell’analisi, dello studio,
dell’elaborazione: un’analisi della società contemporanea che
non si culli sulle vecchie certezze; occorrono proposte
inevitabilmente differenti da quelle che abbiamo ereditato da
una storia gloriosa, ma irrimediabilmente trascorsa.
Sapete, ci conosciamo quasi tutti da decenni!,
quanto io sia legato alla nostra storia e alle nostre radici: ma
su questo punto occorre fare chiarezza. Perché un punto
delicato.
Senza radici non vi è neppure futuro. E’ la
metafora della Quercia, albero solidissimo in apparenza, che
tuttavia ha vissuto una sola – breve e non certo gloriosa –
stagione, per estinguersi in un indistinto agglomerato di tutto
e del contrario di tutto, segnato da un’impronta moderata,
quando non apertamente conservatrice, soprattutto sui temi
sociali ed economici.
La nostra storia è lì a dirci esattamente il
contrario: il nuovo fine a se stesso, la retorica continua ed
insopportabile dell’abiura, il voler interiorizzare e praticare
valori e proposte della destra: tutto ciò è mortale. Basti
pensare alla categoria orribile del revisionismo che, proprio in
un continuo abuso della storia, ha generato autentici mostri: ed
è responsabilità proprio, in larga parte, di chi veniva dalla
nostra comune vicenda politica del comunismo italiano.
Ma se la storia – di cui io, e il mio partito
siamo orgogliosissimi – è parte di noi, non possiamo neppure
fermarci a guardare all’indietro, come se le risposte le
potessimo trovare, appunto, nei manuali di storia o nella
memoria dei nostri maestri.
Con la nostalgia non si fa politica. Con la
memorialistica, neppure.
Il Partito comunista italiano è diventato grande,
nel corso dei decenni, proprio perché è sempre riuscito ad
interpretare sino in fondo la realtà e la società nella quale
operava.
I nostri giovani – e per fortuna ve ne sono non
pochi – non devono (non dovrebbero) imitare i più grandi, cioè
noi, ma reinventare nuove categorie di pensiero e di azione.
Siamo in una fase di tumultuosi cambiamenti: le
vecchie forme di organizzazione politica sono ancora valide? Ma
la mia convinzione è che vadano riformulate, anche con grande
coraggio: mi verrebbe da dire, con spirito persino inconoclasta.
Nessuno deve più pensare di avere taumaturgiche
certezze. Io, non ne ho.
Provo a farmi intendere con un esempio. Siamo di
fronte ad una gigantesca – in questo caso, sì, davvero epocale –
trasformazione della comunicazione. Il web ha cambiato tutto. In
che modo usarlo per la politica?
Il web ha annullato la fisicità, le distanze, i
tempi, ma sta anche creando forme di comunicazione del tutto
nuove, accresce socialità, ma – solo in apparenza
paradossalmente – accentua anche le solitudini, le
individualità. Inventa mondi virtuali. Crea ex novo amicizie più
o meno surrettizie. Cambia il linguaggio.
I mezzi di comunicazione determinano anche i
contenuti della comunicazione medesima e forme inedite di
aggregazione, di discussione, anche politica.
Un esempio di come il mezzo ha inciso sulla
politica: tratto dalla storia. Per più di un millennio la Chiesa
cattolica ha fronteggiato eresie di ogni tipo, centinaia di
eresie: le ha vinte e sterminate. Qual è, invece, la prima
eresia che ha vinto contro la Chiesa cattolica? Quella di
Lutero: ed è riuscita perché nel frattempo Gutemberg aveva
inventato la stampa tipografica e consentito che quelle idee
avessero una diffusione di massa.
Lutero è consustanziale a Gutemberg, senza il
secondo anche il primo sarebbe stato sconfitto e sterminato.
Oggi, la rivoluzione del web ha già profondamente
trasformato l’intero mondo, ben più profondamente di Gutemberg.
Tutto è cambiato e la mia generazione fatica –
non potrebbe essere diversamente – a comprendere e a
rapportarsi. Avverto, avvertiamo, la necessità del ripensamento,
possiamo indicare un metodo, ma sui contenuti dovranno essere i
più giovani tra noi, nati già in questo mondo nuovo, a
cimentarsi nel ripensamento, nella riclassificazione.
Studiare, dunque. Connettendo il nuovo con
l’antico.
Alcuni esempi sui quali ci si dovrebbe
esercitare. Gli studiosi anglosassoni della proprietà,
segnatamente quelli americani, hanno riscoperto il terzo libro
del Capitale di Marx, ove si prefigura già, con eccezionale
lungimiranza, nel mondo della società per azioni ancora nascente
a quei tempi, la distinzione tra proprietà e gestione
societaria, tra finanziarizzazione dell’economia e struttura.
Vogliamo ripartire da lì, da quell’intuizione,
per provare a ragionare sui reali meccanismi di funzionamento
odierno del capitalismo e del potere?
Studiare, dunque: nuove contraddizioni agitano i
Paesi ricchi: ondate migratorie stanno cambiando le nostre
società. I migranti rappresentano le due principali
contraddizioni del Pianeta: capitale-lavoro e Nord-Sud del
mondo. Possiamo affrontare questo tema con lo spirito
solidaristico della Caritas ? O non dobbiamo, viceversa, da
marxisti, affrontare questo enorme tema, come una questione di
classe? Ma con proposte e risoluzioni del problema, non con
petizioni di principio. Studiare, appunto.
E comprendere come il fenomeno migratorio sia
figlio degli squilibri colonialistici e di uno sfruttamento
planetario. Vanno dunque approfondite le forme nuove
dell’imperialismo odierno, assai più pervasivo di cinquant’anni
fa, nei nuovi dis-equilibri mondiali (altro che fine della
categoria dell’imperialismo, come sostiene Toni Negri!). Un
imperialismo molto più terribile si intreccia con esigenze
nuove: il controllo delle fonti di energia, l’approvvigionamento
dell’acqua, l’acquisto di enormi spazi, nelle regioni più
povere, di enormi spazi da coltivare: la crisi alimentare è alle
porte. Gli imperialisti si attrezzano e la guerra è uno degli
strumenti, insieme al denaro, con i quali essi operano.
E noi, ci stiamo attrezzando? Domanda retorica,
evidentemente.
Suggestioni, certo. Ma se vogliamo costruire
qualcosa che non si limiti alla contingenza, questo è il primo
cimento. Ripensare il mondo, rileggerlo, reinterpretarlo.
Insieme alla federazione credo indispensabile
costruire un luogo ove si esercitino le intelligenze di quanti
ancora vogliono interpretare il mondo perché hanno l’obiettivo
di cambiarlo.
Un centro studi rigoroso, serio, aperto,
inclusivo, che offra strumenti di conoscenza e di battaglia
politica e sociale.
Le energie ci sono, ma anch’esse sono atomizzate,
disperse, drammaticamente sfiduciate. Ciascuno studia per conto
suo, chiuso nei recinti delle proprie attività accademiche o
scientifiche. Ma io avverto come urgente una ripartenza
dell’intelligenza collettiva.
Così come dobbiamo riscrivere le forme
dell’organizzazione politica. Nella federazione ognuno – ad
incominciare da me – vale uno. Ci conteremo, anche rispetto alle
diverse opinioni di ciascuno, democraticamente, una testa un
voto, con la massima partecipazione.
Conflitto sociale e lavoro culturale.
Rappresentanza di interessi precisi, di classe, e ricostruzione
di un profilo della sinistra e di quanti vogliono combattere
contro gli assetti capitalistici.
Per entrambe le cose, ci vorrà tempo e fatica.
Molto tempo e molta fatica.
Ma è un obiettivo alto, di cui dobbiamo tutti
sentire la responsabilità.
La federazione non può essere, dunque, espediente
contingente. Secondo me, non dovrebbe neppure essere l’approdo
del percorso che oggi incominciamo. Io la vedo come una tappa.
La federazione rappresenta, cioè, come dicevo in
apertura, un’opportunità.
La linea che si è data un anno fa il mio partito
è chiara e nota a tutti. Avremmo da subito voluto contribuire a
costruire un unico partito tra quanti in Italia si dichiarano
comunisti: entro i due principali partiti e fuori da essi.
Abbiamo cioè chiara l’idea che da soli non ce la
si fa. Occorre uscire dalla trincea delle rispettive nicchie,
per guardare ad un orizzonte più ampio.
La federazione è l’unità possibile oggi. Cogliamo
dunque con decisione e grande convinzione, appunto, questa
opportunità.
Ed è un’opportunità che non può essere
escludente, ma includente, aperta: perché la sfida a concorrere
alla ricostruzione di un soggetto politico di classe che sia
all’altezza dei tempi è aperta a chiunque se la senta, senza
steccati.
Sono, quindi, molto felice che a questa sfida
abbiano scelto di partecipare socialisti di sinistra,
associazioni e movimenti che traggono la loro origine nel mondo
del lavoro, ambientalisti, movimenti delle donne, associazioni e
singoli compagni.
Perché la sfida è difficilissima e abbiamo tutti
bisogno di tutti.
In fondo è così in Europa e nel mondo. Chiunque
voglia combattere lo sfruttamento di esseri umani su altri
esseri umani si deve unire, deve lottare insieme.
Chi è riuscito in questa impresa sta oggi
ottenendo i frutti di essa.
Non è tempo insomma – oggi meno che mai – di
nicchie o di chiusure.
Ma sento l’esigenza di dire una cosa esplicita e
chiara, affinché non vi siano, poi, fraintendimenti.
Io, sarei insincero se non lo affermassi con
nettezza, intendo – e il mio partito intende – contribuire a
questo processo che oggi si apre, da comunisti e comuniste.
Lo dico con infinito, sincero rispetto per chi
non lo è, ma a mio modo di vedere ancora non è stata trovata una
parola migliore diversa per indicare il cambiamento radicale
dello stato di cose presente. Si chiama comunismo.
La scelta, sin dall’appello che ha promosso
questa iniziativa, di individuare nella bandiera rossa e nella
falce e il martello il riferimento simbolico, è scelta che non
può non rallegrarmi: sono i simboli del lavoro e dei lavoratori.
Lo sono per i comunisti, ma anche per i socialisti, e per tutte
le donne e gli uomini di sinistra che non hanno abbandonato la
vocazione di classe per cui i partiti dei lavoratori sono nati
più di un secolo fa.
Sono simboli sotto i quali possono riconoscersi
tutti coloro che pensano che solo con il superamento del
capitalismo si possa costruire un mondo più giusto e più libero.
E non è certo abolendo nomi e simboli, svolgendo una Bolognina
in sedicesimo, con un ritardo di vent’anni, che si offriranno
risposte alle urgenze ed alla drammaticità della fase.
Ma quei nomi e quei simboli saranno utili solo se
essi saranno inseriti in un contesto di coraggiosa
reinterpretazione del mondo e del conflitto di classe del tutto
inedito al quale assistiamo oggi.
Perché quei simboli, che abbiamo orgogliosamente
e faticosamente portato nel terzo millennio, avranno un senso,
solo se essi saranno portatori di una proposta che parli verso
il futuro: un giovane che abbia oggi venti anni, è nato quando
stava cadendo il Muro di Berlino, non ha conosciuto il Pci, e
neppure alcuna delle formazioni della nuova sinistra sorte negli
anni ’70. se quel giovane sarà comunista come lo siamo stati
noi, avrà fallito. Perché riprodurrà formule, riti, liturgie,
parole, forme organizzate che sono state tutte sconfitte.
Quel giovane di vent’anni dovrà essere diverso da
noi, radicalmente. Perché la storia che abbiamo alle spalle può
essere un formidabile trampolino di lancio, ma può anche
rappresentare, se non proiettata in avanti, un insopportabile
fardello.
Solo così, ciò che stiamo iniziando a fare sarà
realmente utile.
E l’utilità andrà commisurata non su noi stessi:
la federazione che intendiamo costruire – e spero in futuro
qualcosa di più, ma saranno le concrete dinamiche della vicenda
a determinarlo – non deve essere utile a noi.
L’unità che andiamo a costruire non deve servire
a noi, bensì deve servire ai lavoratori e alle classi
subalterne.
È il modo di rispondere alla domanda iniziale
sull’inadeguatezza odierna di ciascuno di noi.
Uniti saremo più forti e i rapporti di forza
contano, eccome!
È l’impegno che assumiamo. Per quanto mi (e ci)
riguarda, percorreremo sino in fondo la strada intrapresa. E
chi, come chi vi parla ora, ha alle spalle una vicenda politica
fatta anche di drammatiche divisioni, può oggi dire: finalmente
torniamo insieme. |