L'intervento di
OLIVIERO DILIBERTO
all’assemblea di fondazione della
federazione dei comunisti e della sinistra di alternativa

Il cambiamento radicale
dello stato di cose presente:
si chiama comunismo


La federazione: l'unità possibile oggi,
una tappa, non l'approdo.


Roma, 18
luglio 2009

 

Si apre davanti a noi, carissime compagne e compagni, un’opportunità.

Oggi incomincia un percorso. Alcune tappe si possono già individuare, prevedere. Alcune scadenze temporali sono già state indicate: e le condivido.

Altre, saranno determinate dal concreto svolgersi della discussione tra noi, di ciò che succederà fuori di noi, dai rapporti di forza nella società. Alcune di queste condizioni, dunque, dipendono da noi, ed esclusivamente da noi, altre verranno determinate da fattori diversi.

L’importante, dunque, è aver chiara la direzione e ben salda la barra dell’orientamento.

Ma una cosa credo non debba sfuggire a nessuno. E va detta con chiarezza, con lucida consapevolezza, senza fare sconti a noi stessi, senza alcuna forma di pigrizia intellettuale.

Noi stiamo compiendo un passo avanti, lo sostengo con grande convinzione, è il passo avanti oggi possibile. Ma va fatto perché, così come siamo ora, siamo evidentemente del tutto e drammaticamente inadeguati ad affrontare le sfide che abbiamo di fronte.

L’asprezza dello scontro di classe in atto oggi in Italia – ma direi in tutta Europa – è tale che le nostre forze appaiono palesemente insufficienti, non dico per essere all’altezza di esso, ma anche per potervi significativamente incidere.

Dall’autunno, si può agevolmente prevedere una crisi occupazionale ancor più vasta e profonda di quella alla quale abbiamo sin qui assistito. Possono immaginarsi conflitti, anche solo a livello di territori, ma moltiplicati ed anche assai aspri: le nostre organizzazioni saranno in grado di esservi dentro, di determinarli, di riunificarli su scala nazionale, di individuare uno sbocco, una proposta?

Non abbiamo neppure la possibilità di presentare un’interrogazione parlamentare.

Il degrado della nostra democrazia è ormai giunto a livelli che francamente non avrei neppure immaginato qualche anno addietro. Il berlusconismo – questo intreccio di sistema di valori deteriori, il denaro come unico metro per giudicare donne e uomini, l’oscurantismo medioevale di pezzi rilevanti della gerarchia cattolica e i suoi condizionamenti sulla politica, non solo a destra, il mercato fine a se stesso, il plebiscitarismo e l’autoritarismo, la volgarità, la mercificazione assoluta di esseri umani e sentimenti, il razzismo imperante, la demolizione sistematica dello stato sociale e la scientifica distruzione della scuola pubblica, una subcultura veicolata da media invasivi che determinano le scelte di chi non ha adeguati strumenti culturali ed intellettuali – il berlusconismo ha invaso il Paese: ma non è un nemico lontano che ha occupato le nostre terre. Così come il fascismo del ventennio, in forme certo oggi inedite, ma allora erano inedite anche le forme del fascismo, non era affatto una parentesi del luminoso cammino verso la libertà (si pensi alla polemica Croce - Togliatti del dopoguerra), così anche il berlusconismo è autobiografia della nazione, coltiva ed esalta pulsioni conservatrici, quando non apertamente reazionarie, presenti ed endemiche nella nostra società.

Una storia già vista: la classe dominante è ben lieta di rinunciare a spazi di democrazia in nome dell’affermazione dei propri interessi. Così, assistiamo alla fine della divisione tradizionale dei poteri, nella concentrazione di essi in un solo gruppo imperante: tutto ruota attorno al governo, potere legislativo, esecutivo, economico e mediatico. L’attacco all’indipendenza della magistratura è l’atto finale.

Corruzione, malaffare, clientelismo, malavita organizzata diventano le cifre della quotidianità e non già l’eccezione.

L’opposizione non c’è. Quando c’è – affidata a chi è estremista sulle leggi ad personam, ma ipermoderato sulla legge 30 – sorvola sulla gigantesca questione sociale che permea l’Italia, come tutte le società occidentali, ma per certi versi più di esse: non foss’altro per il sistema di diritti e di tutele che il movimento dei lavoratori e suoi partiti avevano conquistato in Italia e non altrove: sistema di diritti che non esiste più.

I compiti – così del tutto sommariamente riassunti – di una sinistra degna di questo nome e, segnatamente, di chi – da comunista, parola che ho sentito poco in questa assemblea, tornerò sul punto – è alternativo alle logiche del capitale, i compiti sono immani.

Noi, oggi, non siamo adeguati. Dobbiamo capire come è che ci siamo ridotti così e cosa fare per risalire la china.

Abbiamo perso credibilità nei due anni di governo Prodi, certo. Ma se si perdono in due anni i due terzi dei propri consensi, vi è evidentemente qualcosa di ben più profondo che l’insoddisfazione per l’operato di un governo.

La mia opinione è che si sia perduto qualcosa di strutturale: si è smarrita, a mio modo di vedere, la rappresentanza degli interessi di quanti – a parole, e certo generosamente – affermiamo di voler interpretare ed organizzare.

Se il lavoratore o il giovane precario o il disoccupato hanno interiorizzato l’idea che la risposta ai propri problemi può essere solo quella individuale o, se collettiva, è quella della guerra tra poveri e poverissimi, la risposta che esorcizza e rimuove i problemi, attraverso la caccia al diverso: allora vuol dire che la sinistra ha perduto e che la sconfitta è di lunga durata, né occasionale né contingente.

Io partirei da qui. In una società parcellizzata, atomizzata, di insediamenti industriali piccoli o piccolissimi, senza tutela alcuna; nella precarietà del rapporto di lavoro, come in quella di vita (i giovani sanno che, da vecchi, non avranno la pensione), che determina un ricatto costante che chi subisce non può eliminare: in una società siffatta, le nostre categorie di lavoro politico vanno ripensate nel profondo.

Non possiamo accontentarci di soluzioni antiche ed obsolete, né di certezze identitarie, che rispecchiano un mondo che non c’è più. Quando parlavo di abolire tra noi ogni forma di pigrizia intellettuale, intendevo che il primo sforzo non può che essere quello dell’analisi, dello studio, dell’elaborazione: un’analisi della società contemporanea che non si culli sulle vecchie certezze; occorrono proposte inevitabilmente differenti da quelle che abbiamo ereditato da una storia gloriosa, ma irrimediabilmente trascorsa.

Sapete, ci conosciamo quasi tutti da decenni!, quanto io sia legato alla nostra storia e alle nostre radici: ma su questo punto occorre fare chiarezza. Perché un punto delicato.

Senza radici non vi è neppure futuro. E’ la metafora della Quercia, albero solidissimo in apparenza, che tuttavia ha vissuto una sola – breve e non certo gloriosa – stagione, per estinguersi in un indistinto agglomerato di tutto e del contrario di tutto, segnato da un’impronta moderata, quando non apertamente conservatrice, soprattutto sui temi sociali ed economici.

La nostra storia è lì a dirci esattamente il contrario: il nuovo fine a se stesso, la retorica continua ed insopportabile dell’abiura, il voler interiorizzare e praticare valori e proposte della destra: tutto ciò è mortale. Basti pensare alla categoria orribile del revisionismo che, proprio in un continuo abuso della storia, ha generato autentici mostri: ed è responsabilità proprio, in larga parte, di chi veniva dalla nostra comune vicenda politica del comunismo italiano.

Ma se la storia – di cui io, e il mio partito siamo orgogliosissimi – è parte di noi, non possiamo neppure fermarci a guardare all’indietro, come se le risposte le potessimo trovare, appunto, nei manuali di storia o nella memoria dei nostri maestri.

Con la nostalgia non si fa politica. Con la memorialistica, neppure.

Il Partito comunista italiano è diventato grande, nel corso dei decenni, proprio perché è sempre riuscito ad interpretare sino in fondo la realtà e la società nella quale operava.

I nostri giovani – e per fortuna ve ne sono non pochi – non devono (non dovrebbero) imitare i più grandi, cioè noi, ma reinventare nuove categorie di pensiero e di azione.

Siamo in una fase di tumultuosi cambiamenti: le vecchie forme di organizzazione politica sono ancora valide? Ma la mia convinzione è che vadano riformulate, anche con grande coraggio: mi verrebbe da dire, con spirito persino inconoclasta.

Nessuno deve più pensare di avere taumaturgiche certezze. Io, non ne ho.

Provo a farmi intendere con un esempio. Siamo di fronte ad una gigantesca – in questo caso, sì, davvero epocale – trasformazione della comunicazione. Il web ha cambiato tutto. In che modo usarlo per la politica?

Il web ha annullato la fisicità, le distanze, i tempi, ma sta anche creando forme di comunicazione del tutto nuove, accresce socialità, ma – solo in apparenza paradossalmente – accentua anche le solitudini, le individualità. Inventa mondi virtuali. Crea ex novo amicizie più o meno surrettizie. Cambia il linguaggio.

I mezzi di comunicazione determinano anche i contenuti della comunicazione medesima e forme inedite di aggregazione, di discussione, anche politica.

Un esempio di come il mezzo ha inciso sulla politica: tratto dalla storia. Per più di un millennio la Chiesa cattolica ha fronteggiato eresie di ogni tipo, centinaia di eresie: le ha vinte e sterminate. Qual è, invece, la prima eresia che ha vinto contro la Chiesa cattolica? Quella di Lutero: ed è riuscita perché nel frattempo Gutemberg aveva inventato la stampa tipografica e consentito che quelle idee avessero una diffusione di massa.

Lutero è consustanziale a Gutemberg, senza il secondo anche il primo sarebbe stato sconfitto e sterminato.

Oggi, la rivoluzione del web ha già profondamente trasformato l’intero mondo, ben più profondamente di Gutemberg.

Tutto è cambiato e la mia generazione fatica – non potrebbe essere diversamente – a comprendere e a rapportarsi. Avverto, avvertiamo, la necessità del ripensamento, possiamo indicare un metodo, ma sui contenuti dovranno essere i più giovani tra noi, nati già in questo mondo nuovo, a cimentarsi nel ripensamento, nella riclassificazione.

Studiare, dunque. Connettendo il nuovo con l’antico.

Alcuni esempi sui quali ci si dovrebbe esercitare. Gli studiosi anglosassoni della proprietà, segnatamente quelli americani, hanno riscoperto il terzo libro del Capitale di Marx, ove si prefigura già, con eccezionale lungimiranza, nel mondo della società per azioni ancora nascente a quei tempi, la distinzione tra proprietà e gestione societaria, tra finanziarizzazione dell’economia e struttura.

Vogliamo ripartire da lì, da quell’intuizione, per provare a ragionare sui reali meccanismi di funzionamento odierno del capitalismo e del potere?

Studiare, dunque: nuove contraddizioni agitano i Paesi ricchi: ondate migratorie stanno cambiando le nostre società. I migranti rappresentano le due principali contraddizioni del Pianeta: capitale-lavoro e Nord-Sud del mondo. Possiamo affrontare questo tema con lo spirito solidaristico della Caritas ? O non dobbiamo, viceversa, da marxisti, affrontare questo enorme tema, come una questione di classe? Ma con proposte e risoluzioni del problema, non con petizioni di principio. Studiare, appunto.

E comprendere come il fenomeno migratorio sia figlio degli squilibri colonialistici e di uno sfruttamento planetario. Vanno dunque approfondite le forme nuove dell’imperialismo odierno, assai più pervasivo di cinquant’anni fa, nei nuovi dis-equilibri mondiali (altro che fine della categoria dell’imperialismo, come sostiene Toni Negri!). Un imperialismo molto più terribile si intreccia con esigenze nuove: il controllo delle fonti di energia, l’approvvigionamento dell’acqua, l’acquisto di enormi spazi, nelle regioni più povere, di enormi spazi da coltivare: la crisi alimentare è alle porte. Gli imperialisti si attrezzano e la guerra è uno degli strumenti, insieme al denaro, con i quali essi operano.

E noi, ci stiamo attrezzando? Domanda retorica, evidentemente.

Suggestioni, certo. Ma se vogliamo costruire qualcosa che non si limiti alla contingenza, questo è il primo cimento. Ripensare il mondo, rileggerlo, reinterpretarlo.

Insieme alla federazione credo indispensabile costruire un luogo ove si esercitino le intelligenze di quanti ancora vogliono interpretare il mondo perché hanno l’obiettivo di cambiarlo.

Un centro studi rigoroso, serio, aperto, inclusivo, che offra strumenti di conoscenza e di battaglia politica e sociale.

Le energie ci sono, ma anch’esse sono atomizzate, disperse, drammaticamente sfiduciate. Ciascuno studia per conto suo, chiuso nei recinti delle proprie attività accademiche o scientifiche. Ma io avverto come urgente una ripartenza dell’intelligenza collettiva.

Così come dobbiamo riscrivere le forme dell’organizzazione politica. Nella federazione ognuno – ad incominciare da me – vale uno. Ci conteremo, anche rispetto alle diverse opinioni di ciascuno, democraticamente, una testa un voto, con la massima partecipazione.

Conflitto sociale e lavoro culturale. Rappresentanza di interessi precisi, di classe, e ricostruzione di un profilo della sinistra e di quanti vogliono combattere contro gli assetti capitalistici.

Per entrambe le cose, ci vorrà tempo e fatica. Molto tempo e molta fatica.

Ma è un obiettivo alto, di cui dobbiamo tutti sentire la responsabilità.

La federazione non può essere, dunque, espediente contingente. Secondo me, non dovrebbe neppure essere l’approdo del percorso che oggi incominciamo. Io la vedo come una tappa.

La federazione rappresenta, cioè, come dicevo in apertura, un’opportunità.

La linea che si è data un anno fa il mio partito è chiara e nota a tutti. Avremmo da subito voluto contribuire a costruire un unico partito tra quanti in Italia si dichiarano comunisti: entro i due principali partiti e fuori da essi.

Abbiamo cioè chiara l’idea che da soli non ce la si fa. Occorre uscire dalla trincea delle rispettive nicchie, per guardare ad un orizzonte più ampio.

La federazione è l’unità possibile oggi. Cogliamo dunque con decisione e grande convinzione, appunto, questa opportunità.

Ed è un’opportunità che non può essere escludente, ma includente, aperta: perché la sfida a concorrere alla ricostruzione di un soggetto politico di classe che sia all’altezza dei tempi è aperta a chiunque se la senta, senza steccati.

Sono, quindi, molto felice che a questa sfida abbiano scelto di partecipare socialisti di sinistra, associazioni e movimenti che traggono la loro origine nel mondo del lavoro, ambientalisti, movimenti delle donne, associazioni e singoli compagni.

Perché la sfida è difficilissima e abbiamo tutti bisogno di tutti.

In fondo è così in Europa e nel mondo. Chiunque voglia combattere lo sfruttamento di esseri umani su altri esseri umani si deve unire, deve lottare insieme.

Chi è riuscito in questa impresa sta oggi ottenendo i frutti di essa.

Non è tempo insomma – oggi meno che mai – di nicchie o di chiusure.

Ma sento l’esigenza di dire una cosa esplicita e chiara, affinché non vi siano, poi, fraintendimenti.

Io, sarei insincero se non lo affermassi con nettezza, intendo – e il mio partito intende – contribuire a questo processo che oggi si apre, da comunisti e comuniste.

Lo dico con infinito, sincero rispetto per chi non lo è, ma a mio modo di vedere ancora non è stata trovata una parola migliore diversa per indicare il cambiamento radicale dello stato di cose presente. Si chiama comunismo.

La scelta, sin dall’appello che ha promosso questa iniziativa, di individuare nella bandiera rossa e nella falce e il martello il riferimento simbolico, è scelta che non può non rallegrarmi: sono i simboli del lavoro e dei lavoratori. Lo sono per i comunisti, ma anche per i socialisti, e per tutte le donne e gli uomini di sinistra che non hanno abbandonato la vocazione di classe per cui i partiti dei lavoratori sono nati più di un secolo fa.

Sono simboli sotto i quali possono riconoscersi tutti coloro che pensano che solo con il superamento del capitalismo si possa costruire un mondo più giusto e più libero. E non è certo abolendo nomi e simboli, svolgendo una Bolognina in sedicesimo, con un ritardo di vent’anni, che si offriranno risposte alle urgenze ed alla drammaticità della fase.

Ma quei nomi e quei simboli saranno utili solo se essi saranno inseriti in un contesto di coraggiosa reinterpretazione del mondo e del conflitto di classe del tutto inedito al quale assistiamo oggi.

Perché quei simboli, che abbiamo orgogliosamente e faticosamente portato nel terzo millennio, avranno un senso, solo se essi saranno portatori di una proposta che parli verso il futuro: un giovane che abbia oggi venti anni, è nato quando stava cadendo il Muro di Berlino, non ha conosciuto il Pci, e neppure alcuna delle formazioni della nuova sinistra sorte negli anni ’70. se quel giovane sarà comunista come lo siamo stati noi, avrà fallito. Perché riprodurrà formule, riti, liturgie, parole, forme organizzate che sono state tutte sconfitte.

Quel giovane di vent’anni dovrà essere diverso da noi, radicalmente. Perché la storia che abbiamo alle spalle può essere un formidabile trampolino di lancio, ma può anche rappresentare, se non proiettata in avanti, un insopportabile fardello.

Solo così, ciò che stiamo iniziando a fare sarà realmente utile.

E l’utilità andrà commisurata non su noi stessi: la federazione che intendiamo costruire – e spero in futuro qualcosa di più, ma saranno le concrete dinamiche della vicenda a determinarlo – non deve essere utile a noi.

L’unità che andiamo a costruire non deve servire a noi, bensì deve servire ai lavoratori e alle classi subalterne.

È il modo di rispondere alla domanda iniziale sull’inadeguatezza odierna di ciascuno di noi.

Uniti saremo più forti e i rapporti di forza contano, eccome!

È l’impegno che assumiamo. Per quanto mi (e ci) riguarda, percorreremo sino in fondo la strada intrapresa. E chi, come chi vi parla ora, ha alle spalle una vicenda politica fatta anche di drammatiche divisioni, può oggi dire: finalmente torniamo insieme.



La questione comunista
di Fosco Giannini
da "L'Ernesto"
del 29 luglio 2009


Comunisti uniti
Una tappa essenziale per
tutti i comunisti

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PdCI, ultimatum a Ferrero

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