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Le notizie che oramai da più di una settimana
arrivano dall’Iran meritano estrema attenzione, anche se mai
come in questo caso prima di schierarsi e di prendere “parte” è
necessario studiare e capire cosa sta succedendo a Teheran.
La semplificazione più volte proposta in questi
anni delle piazze che rappresentano con le loro manifestazioni e
i loro colori – ieri arancioni oggi verdi – un sinonimo di
democrazia in contrapposizione con i governi non aiuta a
comprendere e risulta spesso un modello fuorviante. È infatti
più che mai accertato come in passato dietro a quei movimenti
che hanno messo in discussione elezioni o governi, in Ucraina
come in Libano, oltre alle speranze e alle legittime aspettative
di conquista di più ampi spazi di libertà si nascondevano
disegni preparati a tavolino per destabilizzare le leadership
invise ai governi statunitensi.
Ma tornando a quanto sta accadendo in questi
giorni in Iran non si può non iniziare dal cogliere come dietro
gli scontri di piazza e le contestazioni verso un risultato
elettorale definito “truccato” ci sia un bel più ampio
conflitto, tutto interno alle gerarchie religiose della
Repubblica islamica. Per essere chiari: non si tratta
assolutamente di una lotta fra potere religioso e desideri di
maggiore laicità. O almeno non è questo che interessa ai
principali protagonisti politici di entrambi gli schieramenti.
Se da un lato, infatti, Ahmadinejad può contare
sull’appoggio della Guida suprema della rivoluzione islamica (la
più alta carica della repubblica iraniana, una sorta di tutore
giuridico della rivoluzione sciita), Ali Khamenei, dall’altro
Mussawi ha dalla sua quello dell’ex presidente della repubblica,
l’ayatollah Rafsanjani, oggi al vertice del Consiglio del
discernimento del sistema, organo religioso a cui spetta la
possibilità di nomina e di revoca dell’incarico di guida
suprema.
I due ayatollah lungi dall’appoggiare una scelta
laica rappresentano i vertici di due diverse concezioni del
potere religioso nello stato sciita. Il primo promuove una
visione assolutistica con un uomo in posizione di dominio totale
– lui -, mentre il secondo è alla guida del partito che vorrebbe
una gestione collegiale della rappresentazione politica
dell’Islam. Dietro Rafsanjani c’è infatti buona parte del nucleo
storico del clero sciita del paese.
Due rappresentazioni quindi di come gestire
politicamente l’Islam, una disputa tutta interna al mondo sciita
che ricorda quella che oltre sessanta anni fa ha visto
contrapporsi nel mondo islamico con la nascita dell’islam
politico, la visione sunnita dei Fratelli musulmani a quella
sciita della Da’wa, la prima nata in Egitto e progenitrice fra
gli altri di Hamas, mentre la seconda originaria dell’Iraq e
madre di quelle forze come il partito Hezbollah in Libano. Un
discorso a parte meritano le accuse di corruzione lanciate nei
mesi scorsi dal presidente iraniano Ahmadinejad verso Rafsajiani
e buona parte del clero sciita. Una scelta che ha fatto
notevolmente presa sulle classi sociali più povere e che, non
priva di fondamenti, ha messo in allarme quanti si riconoscevano
nella leaderships di Rafsajiani.
Nessuno può dire come finirà questo conflitto, ma
una cosa è però certa: oggi la lotta all’interno del clero
sciita iraniano è durissima e tutti hanno la consapevolezza che
se non si arriverà ad una tregua non ci saranno prigionieri, e
chi risulterà sconfitto difficilmente avrà spazzi per restare
anche solo fisicamente nel Paese. Quanto appena detto inoltre
deve fare i conti con le caratteristiche stesse del mondo
sciita, che al di là delle semplificazioni e delle campagne
medianiche che imperano nel nostro Belpaese, risulta di gran
lunga più moderno e dinamico di quello sunnita. Le origini
stesse della corrente sciita infatti prendono le mossa da un
concetto di interpretazione storica del Corano, un elemento di
modernità, in contrapposizione con l’immobilismo sunnita che ha
da sempre rappresentato la conservazione.
Una dimostrazione arriva anche in questi giorni,
guardando il protagonismo delle donne e degli universitari. È
bene a questo proposito ricordare un altro elemento che si
scontra con le semplificazioni: in questi quattro anni di potere
da parte di Ahmadinejad è aumentata la presenza femminile nelle
università, arrivando a superare quella degli uomini. Con questo
– voglio essere chiaro - nessuno vuole sottovalutare i problemi
delle donne iraniane, sottoposte ad un regime giuridico che le
considera “inferiori” all’uomo e che ne impedisce una piena
partecipazione alla vita politica, lavorativa e sociale.
L’ennesima contraddizione di un Paese che non finisce mai di
sorprendere.
Anche sul terreno delle aperture all’occidente e
soprattutto ad una concezione meno militarista dello scontro
nella regione le informazioni che ci giungono sono spesso
relative, quando non del tutto sbagliate. Il partito che vede
schierati Rafsajiani e Mussawi è infatti lo stesso che ha
guidato per lunghi anni lo stato islamico, dalla rivoluzione
khomeinista alla fine della guerra con l’Iraq di Saddam. Questi
presupposti rendevano probabile in caso di vittoria di Mussawi
una continuità con le politiche militari di questi anni, ad
iniziare dallo sviluppo del nucleare.
Il nucleare del resto è visto da gran parte della
società iraniana come uno straordinario strumento per evitare
nuovi drammatici conflitti di area sul modello di quello con
l’Iraq. Una guerra quella contro Saddam Hussein, non
scordiamocene, che a distanza di anni influisce ancora
pesantemente sulla società iraniana: i morti furono milioni,
come i feriti, e sono poche le famiglie immuni da quella
tragedia.
Ma questa considerazione ci porta ad un altro
elemento. Ovvero come noi in Occidente leggiamo e interpretiamo
il pensiero del popolo iraniano. Interessante a questo proposito
un articolo pubblicato da Gorge Friedman e riportato dal sito
Osservatorioiraq. Friedman sottolinea come fin dai giorni della
rivoluzione islamica di Khomeini le informazioni che arrivavano
dalla Persia erano falsate e inducevano gli analisti anglofoni
ad errori di interpretazione. Il problema sottolinea Friedman è
che ieri come oggi, all’interno dell’Iran chi parla inglese, e
chi parla agli occidentali, è una parte piccola della società
Una elites, importante ma esigua.
La maggioranza, le classi più umili, i
commercianti, i contadini, non si esprimono se non in persiano e
non utilizzano internet. È a loro che si è rivolto in questi
anni Ahmadinejad ed è grazie al loro appoggio che ha potuto
radicare il suo potere. Queste voci, che non sono certo state
registrate attraverso i vari sondaggi, possono aver indotto a
speranze non confermate dal risultato elettorale.
Con questo però non si può assolutamente
escludere che ci siano stati brogli, anche clamorosi. Anzi le
stesse mezze ammissioni fatte nei giorni scorsi dall’organismo
delegato da Khamenei ad un parziale riconteggio ne ha messi in
evidenza diversi. Prende così corpo l’ipotesi che una parte dei
pasdaran abbia voluto influenzare l’esito del voto al fine di
riaffermare un ruolo che negli anni sembrava essere via via
messo in discussione. La milizia politico-religiosa, guardiana
dei principi e della purezza della rivoluzione ha in questi anni
perso parte del proprio peso e secondo molti analisti ha cercato
in questo mese di campagna elettorale di trovare appoggi in
entrambi gli schieramenti.
Ma proprio la messa in discussione del voto è
forse il maggiore elemento di instabilità seminato da questi
giorni di proteste e manifestazioni di piazza. Fino ad oggi
anche agli occhi più critici verso la repubblica islamica,
l’Iran era visto come una sorta di regime democratico. Un paese
islamico, con un peso a volte oppressivo degli ayatollah, ma
anche un paese con una dinamica elettorale che innegabilmente
rappresentava un forte elemento democratico. Oggi il non
riconoscimento del voto mette in crisi proprio questo pilastro e
le ripercussioni credo che siano ancora del tutto nascoste.
Infine c’è sicuramente l’elemento delle influenze
internazionali. Del resto di quello che sono capaci di fare gli
uomini del Pentagono ne abbiamo molteplici testimonianze in
questa regione ad iniziare dalla martoriata terra di Palestina.
A proposito dell’Iran voglio ricordare come proprio Seymour
Hersh, il famoso giornalista statunitense vincitore di diversi
premi Pulitzer e protagonista delle principali inchieste contro
l’establishment americano degli ultimi anni, da mesi va
denunciando come il suo Paese già sotto la guida di Bush avesse
deciso di inviare in Iran squadre speciali con il compito di
destabilizzarne il potere politico in vista di un possibile
attacco militare.
In una delle sue ultime inchieste Hersh rivelava
come il Pentagono da tempo aveva infiltrato uomini nel
territorio iraniano, con il compito di identificare obiettivi
militari, ma soprattutto essere pronti in caso di possibili
crisi politiche. Uomini “wiped clean” “ripuliti”, le cui
identità sono completamente non-americane e non militari. Una
nuova strategia, non ancora vincente dentro la nuova
amministrazione Usa, ma che trova fra i suoi sostenitori uno dei
principali falchi della vecchia presidenza: il neo-conservatori
Paul Wolfowitz. Lo stesso che durante i giorni caldi
dell’invasione americana dell’Iraq non aveva nascosto al mondo i
suoi contatti con il potente ayatollah Rafsanjani, oggi il
principale sostenitore di Mussawi.
Queste premesse ci dimostrano l’estrema
difficoltà ad essere di “parte” in questo conflitto. Un
conflitto che al momento è del tutto indecifrabile per le
possibili conseguenze interne e internazionali. L’assioma che i
nemici dei miei nemici sono automaticamente miei amici è
irricevibile, ma nello stesso tempo l’equazione
piazza=democrazia non aiuta a capire ciò che accade e risulta
una lettura parziale e logorata.
Allora resta la strada dello studio, della
volontà di capire, di indagare, senza reticenze, senza
pregiudizi. Del resto non era Gramsci che scriveva che “la
verità è rivoluzionaria”, anche quando scomoda o imprevista ? |