Comunisti Italiani

Stiamo meglio

 

di Manuela Palermi

da "La Rinascita della Sinistra"
del 18 giugno 2009

 

L’ininterrotta militanza comunista (e l’età) mi ha consegnato, col passare degli anni, una certa dose di realismo. Le passioni e gli entusiasmi restano, è di realismo che parlo e non di cinismo. E con realismo ho riflettuto sullo stato del partito dopo i risultati elettorali. Mi sono posta una domanda: c’è stato un tempo in cui noi del Pdci siamo stati meglio di oggi ?

Se per meglio s’intende la presenza nelle istituzioni, una situazione finanziaria meno disgraziata, un maggior ascolto dei media, va risposto di sì, siamo stati meglio. C’era un sistema elettorale, senza lo sbarramento attuale, che ci ha consentito di esistere superando problemi e difficoltà.  

Non è sempre stato così. Dopo la scissione da Rifondazione - che per alcuni versi oggi più di ieri considero giusta viste le progressive derive bertinottiane -  il neonato Pdci fu relegato allora e nei tempi immediatamente successivi in una sorta di ghetto. Ci fu una responsabilità direttamente nostra, perché mancò un dibattito largo sulle ragioni della scissione, non fu possibile o non si scelse la strada del congresso e del coinvolgimento degli iscritti. La scissione da Rifondazione fu vissuta nella “sinistra larga” e dentro Rifondazione più come un tradimento che come un irriducibile dissenso. E il tentativo di tenere in piedi il governo Prodi, contro la volontà di Bertinotti, fu considerato un opportunismo più che la presa di coscienza dell’avanzata berlusconiana. Abbiamo stretto i denti, siamo andati avanti. Con fatica, da un pietrificato 1,7% siamo passati al 2,3 e in alcune aree del paese abbiamo riscosso successi e consolidato il partito. Eppure per parecchio tempo è rimasto in noi un senso deleterio di precarietà: ad ogni difficoltà nasceva il dubbio che stessimo per scioglierci, e s’è sprecato molto tempo e molta energia a rassicurare. Durante l’arcobaleno il senso della precarietà ha raggiunto, in alcune aree, vette esplosive. Ricordo la campagna elettorale in Toscana e la necessità, prima di ogni iniziativa, di convincere i compagni che il Pdci non si stava sciogliendo, né confluendo in un’indistinta sinistra. Eppure è stato proprio dopo la sconfitta dell’arcobaleno – vai a vedere perché, difficile da spiegare – che la precarietà s’è sciolta. Le questioni che ci avevano dilaniato sono diventate una forza, una consapevolezza. Come se la sconfitta avesse lavato il “tradimento” del sostegno al governo Prodi fino alla  scissione da Rifondazione.

Naturalmente questi passaggi politici sono stati accompagnati da tante incoerenze, da errori e chi più ne ha più ne metta, e c’è stato qualcuno che ha lavorato per il proprio tornaconto. Ma questo succede ovunque, anche, come si dice, nelle migliori famiglie.

Poi c’è stato il congresso di Salsomaggiore e un mutamento deciso della nostra linea. L’ha voluto Diliberto in prima persona, scontando le perplessità di tanti compagni, anche le mie, e addirittura una piccola scissione. E sulla linea dell’unità dei comunisti, il Pdci ha assunto una forte dignità politica: la fisionomia di un partito ancora piccolo, che non ha paura di battersi contro la “storia”, che non ricerca le soluzioni facili ma quelle giuste. Dall’arcobaleno ad oggi – questa è la  mia opinione  - abbiamo fatto molta strada. Anche in termini di voti. Non voglio far torti a Rifondazione, so che vive una scissione interna che l’ha spaccata a metà, in qualche modo disorganizzando e spaesando la sua base. Ho grande rispetto – perché anche nel nostro passato c’è stata disorganizzazione e spaesamento – del difficile lavoro che i compagni di Rifondazione compiono quotidianamente. Ma voglio dire con sincerità che considero il 3,4% un risultato essenzialmente del nostro rafforzamento e della nettezza della linea politica. E non apprezzo affatto, e ormai mi annoiano, i santoni della sinistra che ci rimproverano di non essere andati tutti assieme in una sorta di rinnovato arcobaleno. Quei voti – il nostro 3,4 e il 3,1 dei vendoliani – non sono allo stato sommabili. Se quei risultati hanno nuovamente dispiegato nella politica italiana una preziosa presenza di sinistra, è stato proprio perché l’equivoco dell’arcobaleno è stato scongiurato. E l’equivoco dell’arcobaleno era nel tratto anticomunista che, per dirla tutta, ne faceva una forza assolutamente antiunitaria.

Dopo le elezioni Oliviero Diliberto ha presentato le dimissioni. Lo ha fatto con fermezza, ma le sue sono dimissioni impossibili. Se il Pdci è oggi un partito senza le ambiguità del passato, lo deve a lui. E Diliberto è oggi l’unico che può guidare il partito nella strada difficile della ricomposizione unitaria dei comunisti e della sinistra. Le sensibilità di Rifondazione sono diverse dalle nostre. Legittime come le nostre. Ma questo non toglie che incontreremo ostacoli e, forse, qualche scomposizione interna. Ci saranno alcuni di Rifondazione più sensibili alle nostre ragioni e alcuni del Pdci più pronti alle loro. Già ci sono. Ma tutto ciò fa appunto parte di un cammino unitario. Diliberto resta a capo del partito con la stessa, intatta determinazione che ha messo nella sua difficile costruzione.



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