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L’ininterrotta militanza comunista (e l’età) mi
ha consegnato, col passare degli anni, una certa dose di
realismo. Le passioni e gli entusiasmi restano, è di realismo
che parlo e non di cinismo. E con realismo ho riflettuto sullo
stato del partito dopo i risultati elettorali. Mi sono posta una
domanda: c’è stato un tempo in cui noi del Pdci siamo stati
meglio di oggi ?
Se per meglio s’intende la presenza nelle
istituzioni, una situazione finanziaria meno disgraziata, un
maggior ascolto dei media, va risposto di sì, siamo stati
meglio. C’era un sistema elettorale, senza lo sbarramento
attuale, che ci ha consentito di esistere superando problemi e
difficoltà.
Non è sempre stato così. Dopo la scissione da
Rifondazione - che per alcuni versi oggi più di ieri considero
giusta viste le progressive derive bertinottiane - il neonato
Pdci fu relegato allora e nei tempi immediatamente successivi in
una sorta di ghetto. Ci fu una responsabilità direttamente
nostra, perché mancò un dibattito largo sulle ragioni della
scissione, non fu possibile o non si scelse la strada del
congresso e del coinvolgimento degli iscritti. La scissione da
Rifondazione fu vissuta nella “sinistra larga” e dentro
Rifondazione più come un tradimento che come un irriducibile
dissenso. E il tentativo di tenere in piedi il governo Prodi,
contro la volontà di Bertinotti, fu considerato un opportunismo
più che la presa di coscienza dell’avanzata berlusconiana.
Abbiamo stretto i denti, siamo andati avanti. Con fatica, da un
pietrificato 1,7% siamo passati al 2,3 e in alcune aree del
paese abbiamo riscosso successi e consolidato il partito. Eppure
per parecchio tempo è rimasto in noi un senso deleterio di
precarietà: ad ogni difficoltà nasceva il dubbio che stessimo
per scioglierci, e s’è sprecato molto tempo e molta energia a
rassicurare. Durante l’arcobaleno il senso della precarietà ha
raggiunto, in alcune aree, vette esplosive. Ricordo la campagna
elettorale in Toscana e la necessità, prima di ogni iniziativa,
di convincere i compagni che il Pdci non si stava sciogliendo,
né confluendo in un’indistinta sinistra. Eppure è stato proprio
dopo la sconfitta dell’arcobaleno – vai a vedere perché,
difficile da spiegare – che la precarietà s’è sciolta. Le
questioni che ci avevano dilaniato sono diventate una forza, una
consapevolezza. Come se la sconfitta avesse lavato il
“tradimento” del sostegno al governo Prodi fino alla scissione
da Rifondazione.
Naturalmente questi passaggi politici sono stati
accompagnati da tante incoerenze, da errori e chi più ne ha più
ne metta, e c’è stato qualcuno che ha lavorato per il proprio
tornaconto. Ma questo succede ovunque, anche, come si dice,
nelle migliori famiglie.
Poi c’è stato il congresso di Salsomaggiore e un
mutamento deciso della nostra linea. L’ha voluto Diliberto in
prima persona, scontando le perplessità di tanti compagni, anche
le mie, e addirittura una piccola scissione. E sulla linea
dell’unità dei comunisti, il Pdci ha assunto una forte dignità
politica: la fisionomia di un partito ancora piccolo, che non ha
paura di battersi contro la “storia”, che non ricerca le
soluzioni facili ma quelle giuste. Dall’arcobaleno ad oggi –
questa è la mia opinione - abbiamo fatto molta strada. Anche
in termini di voti. Non voglio far torti a Rifondazione, so che
vive una scissione interna che l’ha spaccata a metà, in qualche
modo disorganizzando e spaesando la sua base. Ho grande rispetto
– perché anche nel nostro passato c’è stata disorganizzazione e
spaesamento – del difficile lavoro che i compagni di
Rifondazione compiono quotidianamente. Ma voglio dire con
sincerità che considero il 3,4% un risultato essenzialmente del
nostro rafforzamento e della nettezza della linea politica. E
non apprezzo affatto, e ormai mi annoiano, i santoni della
sinistra che ci rimproverano di non essere andati tutti assieme
in una sorta di rinnovato arcobaleno. Quei voti – il nostro 3,4
e il 3,1 dei vendoliani – non sono allo stato sommabili. Se quei
risultati hanno nuovamente dispiegato nella politica italiana
una preziosa presenza di sinistra, è stato proprio perché
l’equivoco dell’arcobaleno è stato scongiurato. E l’equivoco
dell’arcobaleno era nel tratto anticomunista che, per dirla
tutta, ne faceva una forza assolutamente antiunitaria.
Dopo le elezioni Oliviero Diliberto ha presentato
le dimissioni. Lo ha fatto con fermezza, ma le sue sono
dimissioni impossibili. Se il Pdci è oggi un partito senza le
ambiguità del passato, lo deve a lui. E Diliberto è oggi l’unico
che può guidare il partito nella strada difficile della
ricomposizione unitaria dei comunisti e della sinistra. Le
sensibilità di Rifondazione sono diverse dalle nostre. Legittime
come le nostre. Ma questo non toglie che incontreremo ostacoli
e, forse, qualche scomposizione interna. Ci saranno alcuni di
Rifondazione più sensibili alle nostre ragioni e alcuni del Pdci
più pronti alle loro. Già ci sono. Ma tutto ciò fa appunto parte
di un cammino unitario. Diliberto resta a capo del partito con
la stessa, intatta determinazione che ha messo nella sua
difficile costruzione. |