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Il nostro incontro si svolge a pochi giorni
dalla presentazione del nuovo simbolo dei comunisti per le
elezioni europee. Quali sono secondo te le prime reazioni a
questa lista finalmente unitaria?
Durante le assemblee percepisci che nel corpo
militante sia nostro sia di Rifondazione, e ancora di più tra
gli elettori, vi è un grande entusiasmo. C’è entusiasmo perché è
il primo fatto politico di ricongiungimento dopo tanti anni di
divisioni e di rancori. Noi abbiamo perseguito questo obiettivo
con molta tenacia, verrebbe da dire quasi con caparbietà. Però
quando poi i risultati arrivano, ripagano della fatica e in
qualche caso anche delle amarezze.
L’accordo per le europee è già un grande
risultato. Questo accelera la possibilità di una riunificazione
dei due partiti ?
Per noi la lista comune era e rimane una
prospettiva politica: si tratta cioè di una tappa,
importantissima ma pur sempre una tappa, rispetto al progetto
politico della riunificazione dei due partiti comunisti in
Italia. Francamente non ha davvero nessun senso che i due
partiti continuino a essere separati o a volte persino in lotta
tra di loro. Dentro Rifondazione c'è un dibattito sul "dopo" ed
evidentemente questo dibattito potrà avere uno sbocco positivo o
meno sulla base dell’esito delle elezioni.
Con il varo della lista comunista può crescere
l’ottimismo sulla possibilità di superare il 4 per cento ?
Noi non dobbiamo avere paura, perché i comunisti
sono molto al di sopra di quella percentuale e l’entusiasmo che
ha suscitato il simbolo comune è un abbrivio che dobbiamo
sfruttare. La motivazione per la quale abbiamo fatto la lista
insieme non è certamente la soglia di sbarramento, perché noi
abbiamo proposto la lista unitaria con Rifondazione addirittura
nelle europee del 2004 e poi abbiamo ribadito l’esigenza di
unità in ogni occasione, ben prima che si parlasse di soglia di
sbarramento. Credo che lo stesso ragionamento vada fatto nei
territori, è un punto politico di primaria importanza. Non
verremmo capiti da nessuno se lo stesso giorno, votando europee
e amministrative, noi andassimo alle europee con un simbolo
comune e alle provinciali e comunali divisi. C’è obiettivamente
l’esigenza di andare a liste comuni anche alle amministrative,
nonostante anni difficili nei rapporti tra noi e Rifondazione,
non in tutti i luoghi ma sicuramente in alcuni. Con quali
argomenti faremmo la campagna elettorale delle amministrative
per sostenere una lista di partito, mentre viceversa a livello
europeo andiamo insieme ad altre forze ? A me sembra un fatto di
elementare buon senso, prima ancora che una considerazione
politica. Vanno superate delle resistenze e su questo dobbiamo
incalzare ovunque Rifondazione. Siamo stati noi del Pdci, quasi
ovunque, ad aver proposto la lista insieme, abbiamo dato
un’indicazione nazionale su questo: in qualche caso Rifondazione
ha accettato, in altri no. Non c’è dubbi che ci sia grande
rammarico nei territori dove Rifondazione non ha accettato, la
cosa ovviamente ci dispiace. Ma non ne faremo motivo di polemica
perché dobbiamo marciare uniti alle europee, il cui esito è
essenziale proprio per il "dopo".
Quali saranno i temi politici principali su
cui si dovrà fare la campagna elettorale dei comu-nisti ?
Sintetizzo con uno slogan; più Stato, più
pubblico, meno mercato, meno privato. In Europa si decidono
ormai molte questioni che hanno una immediata ricaduta nella
vita dei singoli Stati. La crisi è una crisi globale,
pesantissima. Coloro che l’hanno creata, e cioè la grande
finanza internazionale, ne devono rispondere: altrimenti gli
unici che pagheranno la crisi saranno i "soliti noti" e cioè i
settori più deboli della popolazione.La disperazione è
palpabile, si stanno perdendo milioni di posti di lavoro. E in
alcuni paesi, come la Francia, manca persino il sistema di
protezioni sociali che, se pure molto colpite e provate,
comunque ancora esistono in Italia, penso alla cassa
integrazione. Noi chiediamo uno straordinario intervento
pubblico nell'economia per salvare i posti di lavoro. Intervento
pubblico che deve essere finanziato, secondo noi, con un’imposta
patrimoniale progressiva così come per altro recita la
Costituzione italiana. E pensando al futuro occorre un massiccio
intervento nel campo della cultura, della scuola,
dell’università, dell’innovazione. Perché il futuro del nostro
paese e della vecchia Europa si giocherà proprio sulla capacità
di essere competitivi nel senso migliore della parola e cioè non
abbassando i salari ma offrendo prodotti migliori degli altri.
Da questo punto di vista il governo italiano è disastroso. Siamo
indietro ormai in tutte le classifiche mondiali, i migliori tra
i paesi in via di sviluppo hanno investimenti in questi settori
strategici infinitamente più incisivi dei nostri. Un paese come
la Francia, che è governato dalla destra, ha varato alla fine
del 2008 un progetto di investimento nel campo della cultura di
un miliardo di -euro, cosa per noi fantascientifica con il
governo Berlusconi. Devo dire che pesano anche i limiti, i
ritardi e le incomprensioni del governo Prodi che non ha
investito quanto avrebbe dovuto proprio in una prospettiva di
sviluppo per il futuro, non per l’immediato. Una classe
dirigente degna di questo nome deve pensare al futuro, non solo
al presente. Nell’immediato bisogna tamponare gli effetti della
crisi, cioè la disoccupazione di massa, con un intervento
pubblico nell’economia e nel lavoro. Quindi vanno modificate le
cause della crisi attraverso interventi strutturali sul sistema
finanziario, sulle banche, con la riacquisizione da parte del
pubblico del controllo sul sistema creditizio. Ma guardando al
dopodomani serve un investimento sull’intelligenza delle nostre
ragazze e dei nostri ragazzi.
Sul piano dei rapporti internazionali, che
ruolo vedi per l’Europa sulle questioni della pace in
particolare nell’area mediterranea ?
L’Europa al momento, avrebbe detto Metternich, è
una questione geografica. Nel senso che su tutte le
grandi questioni ha fatto sentire poco o nulla la sua voce.
Penso non solo al dramma palestinese, ma a tutta la politica
mediterranea. Se si vogliono creare le condizioni per una nuova
politica di pace e cooperazione, l’Europa deve far sentire al
governo israeliano innanzitutto che non si seguiranno
pedissequamente le sue decisioni. È del tutto evidente che il
processo di pace al momento non c’è più. Soltanto con delle
pressioni, e secondo noi con delle sanzioni, verso il governo
israeliano si potrà arrivare a una soluzione pacifica ed equa.
Ma l’Europa fino adesso non ha fatto quasi niente.
Dunque abbiamo molto lavoro davanti a noi, per
una campagna elettorale importante e sotto certi aspetti
decisiva. E questa volta torniamo di fronte agli elettori con il
simbolo della falce e martello...
Dobbiamo valorizzare il simbolo
della nostra lista unitaria, un simbolo antico
e nuovo insieme. Ora il simbolo va fatto vivere, va
veicolato: in tutte le manifestazioni, in tutti
gli appuntamenti di partito bisogna propagandare questo nuovo
simbolo che è di pari dignità tra i due partiti. Ne
dobbiamo essere orgogliosi, perché è un risultato
innanzitutto del Pdci che ci ha creduto. Possiamo dire
che proprio la nostra tenacia consente oggi, dopo il
disastro del 2008, di guardare con maggiore fiducia
al nostro futuro, e quando dico nostro intendo il
futuro di tutti i comunisti in Italia. |