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Quando una settimana fa a Salsomaggiore sì
chiudeva il congresso dei Comunisti italiani, la quasi totalità
dei media si riduceva a raccontare quei tre giorni di
discussione come una sorta di macchietta fatta da reduci dediti
solo a parlar di vino o a resuscitare pratiche vetero-staliniste.
A dir il vero a questa pratica si è esercitata anche la
minoranza interna, quella della Bellillo-Robotti, che non ha
perso occasione - a dispetto della regola del centralismo
democratico votata dalla stragrande maggioranza dei delegati
del Pdci - per disegnare la posizione uscita dal congresso come
velleitaria e destinata al sicuro isolamento. Del resto, sempre
ad onor del vero, bisogna ammettere che la chiusura nei nostri
confronti sembrava assoluta: Sinistra democratica dichiarava che
giammai avrebbe accettato di aver a che fare con il Pdci, i
Verdi ci ignoravano impegnati in un aspro confronto interno che
alla fine ha visto prevalere la Francescato, Vendola ci trattava
come appestati e il resto di Rifondazione evitava a pochi giorni
dall’inizio della sua assise di prendere posizione. In questo
contesto si inseriva la nostra proposta di cominciare dall’unire
i comunisti nel difficile percorso di riportare la sinistra ad
avere un ruolo di protagonista in Italia.
Ad una settimana di distanza le carte in tavola
sono però visibilmente cambiate. Con l’elezione di Paolo Ferrero
a segretario di Rifondazione comunista si chiude infatti un mese
importante per la sinistra italiana.
Le quattro forze che avevano dato vita
all'esperienza dell’Arcobaleno, si sono dovute confrontare con
il fallimento di quella proposta e hanno - in maniera diversa -
ipotizzato un nuovo inizio: alcune di queste, Sinistra
democratica, strizzando l’occhio al Partito democratico, altre
come i Verdi navigando a vista in attesa di una terra promessa
che appare ancora indefinita e lontana, altre ancora come il
Pdci e il Prc scommettendo su un mix fatto di identità e di
protagonismo sociale. Un binomio questo che nella pratica
significa ritornare nelle piazze per dare voce a quanti privati
di una rappresentanza parlamentare si vedono oggi vessati da un
governo di classe - quella della finanza e di Confindustria -
che in appena tre mesi ha dato segni più che preoccupanti.
L’attacco alla scuola pubblica, i passi indietro sulla lotta
alla precarietà e all’evasione fiscale, le minacce di aumentare
l’età pensionabile, i tagli ai salari reali di tanti lavoratori
pubblici, le recrudescenze xenofobe e razziste, la dipendenza
dagli Usa, sono solo parte di una politica che a dispetto di
quanto affermato da Veltroni e da novelli profeti di un "nuovismo"
che ha avvelenato questi decenni, dalla svolta della Bolognina a
oggi, impongono una adeguata risposta, anche questa di classe.
Attendere ulteriormente allora sarebbe inutile e
dannoso. In autunno serve una grande manifestazione di popolo,
che dia respiro alla nostra gente che dimostri come anche fuori
dalle stanze dei palazzi romani è possibile fare politica e
soprattutto influenzare la politica. Penso innanzitutto ad un
sindacato che difficilmente potrà ancora tacere o eludere il
problema di un attacco al mondo del lavoro in tutte le sue
espressioni che riparte proprio dai diritti e dal salario.
Su questi temi chiameremo tutta la sinistra e i
movimenti a confrontarsi. Su queste cose vogliamo discutere con
tutti i nostri vecchi alleati, anche con il Partito democratico.
Su queste cose potranno rinascere in futuro nuove alleanze e
nuove coalizioni.
Ma qualcuno deve rompere gli indulgi: chi se non
i Comunisti! |