V Congresso Nazionale

Salsomaggiore,
noi comunisti
e gli altri

 

di Maurizio Musolino

Da "La Rinascita della Sinistra"
del 24 luglio 2008

 

Il congresso che ci siamo lasciati alle spalle non sarà ricordato per l’entusiasmo suscitato, e del resto non poteva essere altrimenti. Non sono questi tempi di vittorie e speranze, anzi. Eppure per ricominciare, dopo il voto di aprile, era un passaggio obbligato. Quel risultato infatti ha segnato per la sinistra italiana, tutta, una ineludibile cesura, esplicitando un distacco con la nostra gente già esistente da tempo, ma troppe volte ignorato o rimosso. Da questa considerazione si deve obbligatoriamente partire per leggere e capire le nostre giornate congressuali.

Siamo arrivati a Salsomaggiore dopo un mese di congressi territoriali dove per la prima volta i nostri compagni sono stati chiamati ad esprimersi su due documenti; non era scontata l’abitudine a questo tipo di confronto ma la risposta è stata positiva. Salvo piccole ed isolate eccezioni il Partito ha dimostrato di essere vitale e di volersi giocare a pieno la scommessa della propria esistenza. Ci si è divisi, a volte si è anche discusso con toni animati, ma mai si è perso il senso di comunità fondamentale per portare avanti un progetto politico ambizioso come il nostro. Ha vinto il documento del comitato centrale, con numeri schiaccianti, ma nessuno ha ritenuto mai di negare dignità e cittadinanza alle idee e alle sensibilità di quanti avevano presentato il documento alternativo. Voci diverse, che sono ricchezza collettiva se non si sclerotizzano in correnti. Divisioni di ieri, che dopo il congresso devono essere messe da parte per lavorare tutti insieme agli obiettivi che ci siamo dati.

Oggi possiamo dire che il primo responso uscito dal V congresso è che ci siamo: i Comunisti italiani non si arrendono mettono in campo un progetto concreto e ambizioso per provare a riconquistare una egemonia sulla società italiana. Non poco di questi tempi. Un risultato reso possibile da quello che in questi anni è stato il vero e proprio collante di questo popolo di uomini e donne, Oliviero Diliberto. Fuori da ogni retorica o celebrazione è infatti innegabile che gran parte del merito della tenuta, psicologica e politica, del Pdci dopo lo tsunami elettorale è dovuta a lui.

Suo il merito di aver capito prima di tanti altri lo scollamento con la società e di aver cercato risposte concrete per contrastarlo: dalla scelta di non candidare per più di due legislature i parlamentari (scelta che ha avuto un costo con l’abbandono di alcuni di quanti non si vedevano riconfermati) a quella di non partecipare a quel mercato delle poltrone che aveva sciaguratamente caratterizzato l’inizio della scorsa legislatura; sua la volontà di non partecipare con ministri di partito al governo Prodi e infine sua la coraggiosa scelta di cedere quello che sembrava un seggio sicuro ad un operaio di Torino. Segnali importanti, che non vanno sottovalutati, e che ci hanno consentito di rappresentare una eccezione nel panorama della sinistra italiana, anche evitando litigiosità estreme e frantumazioni incomprensibili. Parte di quella diversità comunista di cui tanto andiamo fieri. Segnali dai quali ripartire per riallacciare quel rapporto con i luoghi di lavoro e il territorio.

A Salsomaggiore il segretario nazionale ha sferzato il Partito, lo ha richiamato a tutte le difficoltà, ma ha anche dato un obiettivo e una via di uscita da questa crisi. La parola d’ordine è “ricominciamo da noi, dai comunisti”. Un obiettivo che deve essere declinato con la proposta a Rifondazione di unità. Non sappiamo come finirà il congresso del Prc, ma la convinzione che chiunque dovesse prevalere dovrà fare i conti con questo appello è dettata da semplice buonsenso. Come spiegare altrimenti alle donne e agli uomini che faticano ad arrivare alla fine del mese, ai pensionati, ai giovani stritolati da una scuola inefficiente e da una prospettiva di precariato a vita, che mentre la destra la fa da padrona e mina la nostra stessa democrazia i nostri egoismi prevalgono e impediscono quel naturale processo di unità? Unire i comunisti, sia chiaro, significa anche guardare con interesse al resto della sinistra; significa auspicare collaborazioni e percorsi comuni anche con quanti da altri punti di osservazione criticano questo modello di sviluppo. Mi riferisco ad esempio ai Verdi per l’ambientalismo o ai socialisti per i temi della laicità. Significa avere l’ambizione di strappare al Partito democratico, per autodefinizione forza moderata, quel popolo progressista e di sinistra (legato con un filo rosso alla storia del vecchio Pci) che invece è gran parte del suo elettorato. Insomma l’unità dei comunisti come punto di partenza. Se non facessimo tutto questo il richiamo al comunismo sarebbe sterile e vuoto di ogni prospettiva. Di questo ha parlato il congresso del Pdci, di come stare nella società, di come marcare la nostra diversità riaffermando quei valori di moralità e di austerità della politica cari ad Enrico Berlinguer. Ha ricordato le ingiustizie italiane e internazionali, ha dato voce a chi normalmente non la ha, come Milena Ben, mamma di un giovane operaio rimasto ucciso sul luogo di lavoro. Eppure di tutto questo nulla è emerso sulla stampa nazionale, che quando non ci ha ignorato ha cercato di fare di noi una caricatura. E così giù titoli sulla qualità dei vini o articoli per spiegare la scelta di un centralismo democratico descritto come una pratica vetero-sovietica. Nulla di nuovo vero, solo la conferma – ma non ce ne era proprio bisogno - di una informazione malata e condizionata dai poteri forti.

Un discorso a parte meriterebbe invece il manifesto. Anche il quotidiano diretto da Gabriele Polo infatti ha partecipato a questo gioco. Non è certo la prima volta, ma stupisce di come un giornale che si autodefinisce “quotidiano comunista” non si senta parte in causa del tentativo di ricomporre questa comunità. Si può, certo, anche non condividere la strada proposta da Diliberto, ma forse, con modestia, avrebbe meritato ben altra attenzione.

Giornate intense quelle di Salsomaggiore. Si poteva fare di più e meglio ? Forse. Ma i rischi erano dietro l’angolo e per fortuna sono stati dissipati dal cuore e dalla testa di tante delegate e delegati. La discussione è stata davvero alta e appassionata. L’unità del gruppo dirigente è un bene prezioso che è stato riconfermato. Detto ciò però non dobbiamo nasconderci che ancora lunga è la strada per dare coerenza alle proposte e ai discorsi. Ripartire da noi significa riuscire a cambiare vizi e cattive abitudini. Una scommessa, anche questa, che vogliamo vincere, da comunisti.



Il V Congresso del PdCI



Ricostruire la presenza comunista

di Oliviero Diliberto
da "La Rinascita della Sinistra"


il IV Congresso del PdCI :
Le conclusioni di Diliberto al IV Congresso del PdCI
Rimini,  29 aprile 2007

Dall'Appello
ai Comunisti
al "Che Fare"

di Marco Rizzo
da "La Rinascita della Sinistra"