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Il congresso che ci siamo lasciati alle spalle
non sarà ricordato per l’entusiasmo suscitato, e del resto non
poteva essere altrimenti. Non sono questi tempi di vittorie e
speranze, anzi. Eppure per ricominciare, dopo il voto di aprile,
era un passaggio obbligato. Quel risultato infatti ha segnato
per la sinistra italiana, tutta, una ineludibile cesura,
esplicitando un distacco con la nostra gente già esistente da
tempo, ma troppe volte ignorato o rimosso. Da questa
considerazione si deve obbligatoriamente partire per leggere e
capire le nostre giornate congressuali.
Siamo arrivati a Salsomaggiore dopo un mese di
congressi territoriali dove per la prima volta i nostri compagni
sono stati chiamati ad esprimersi su due documenti; non era
scontata l’abitudine a questo tipo di confronto ma la risposta è
stata positiva. Salvo piccole ed isolate eccezioni il Partito ha
dimostrato di essere vitale e di volersi giocare a pieno la
scommessa della propria esistenza. Ci si è divisi, a volte si è
anche discusso con toni animati, ma mai si è perso il senso di
comunità fondamentale per portare avanti un progetto politico
ambizioso come il nostro. Ha vinto il documento del comitato
centrale, con numeri schiaccianti, ma nessuno ha ritenuto mai di
negare dignità e cittadinanza alle idee e alle sensibilità di
quanti avevano presentato il documento alternativo. Voci
diverse, che sono ricchezza collettiva se non si sclerotizzano
in correnti. Divisioni di ieri, che dopo il congresso devono
essere messe da parte per lavorare tutti insieme agli obiettivi
che ci siamo dati.
Oggi possiamo dire che il primo responso uscito
dal V congresso è che ci siamo: i Comunisti italiani non si
arrendono mettono in campo un progetto concreto e ambizioso per
provare a riconquistare una egemonia sulla società italiana. Non
poco di questi tempi. Un risultato reso possibile da quello che
in questi anni è stato il vero e proprio collante di questo
popolo di uomini e donne, Oliviero Diliberto. Fuori da ogni
retorica o celebrazione è infatti innegabile che gran parte del
merito della tenuta, psicologica e politica, del Pdci dopo lo
tsunami elettorale è dovuta a lui.
Suo il merito di aver capito prima di tanti altri
lo scollamento con la società e di aver cercato risposte
concrete per contrastarlo: dalla scelta di non candidare per più
di due legislature i parlamentari (scelta che ha avuto un costo
con l’abbandono di alcuni di quanti non si vedevano
riconfermati) a quella di non partecipare a quel mercato delle
poltrone che aveva sciaguratamente caratterizzato l’inizio della
scorsa legislatura; sua la volontà di non partecipare con
ministri di partito al governo Prodi e infine sua la coraggiosa
scelta di cedere quello che sembrava un seggio sicuro ad un
operaio di Torino. Segnali importanti, che non vanno
sottovalutati, e che ci hanno consentito di rappresentare una
eccezione nel panorama della sinistra italiana, anche evitando
litigiosità estreme e frantumazioni incomprensibili. Parte di
quella diversità comunista di cui tanto andiamo fieri. Segnali
dai quali ripartire per riallacciare quel rapporto con i luoghi
di lavoro e il territorio.
A Salsomaggiore il segretario nazionale ha
sferzato il Partito, lo ha richiamato a tutte le difficoltà, ma
ha anche dato un obiettivo e una via di uscita da questa crisi.
La parola d’ordine è “ricominciamo da noi, dai comunisti”. Un
obiettivo che deve essere declinato con la proposta a
Rifondazione di unità. Non sappiamo come finirà il congresso del
Prc, ma la convinzione che chiunque dovesse prevalere dovrà fare
i conti con questo appello è dettata da semplice buonsenso. Come
spiegare altrimenti alle donne e agli uomini che faticano ad
arrivare alla fine del mese, ai pensionati, ai giovani
stritolati da una scuola inefficiente e da una prospettiva di
precariato a vita, che mentre la destra la fa da padrona e mina
la nostra stessa democrazia i nostri egoismi prevalgono e
impediscono quel naturale processo di unità? Unire i comunisti,
sia chiaro, significa anche guardare con interesse al resto
della sinistra; significa auspicare collaborazioni e percorsi
comuni anche con quanti da altri punti di osservazione criticano
questo modello di sviluppo. Mi riferisco ad esempio ai Verdi per
l’ambientalismo o ai socialisti per i temi della laicità.
Significa avere l’ambizione di strappare al Partito democratico,
per autodefinizione forza moderata, quel popolo progressista e
di sinistra (legato con un filo rosso alla storia del vecchio
Pci) che invece è gran parte del suo elettorato. Insomma l’unità
dei comunisti come punto di partenza. Se non facessimo tutto
questo il richiamo al comunismo sarebbe sterile e vuoto di ogni
prospettiva. Di questo ha parlato il congresso del Pdci, di come
stare nella società, di come marcare la nostra diversità
riaffermando quei valori di moralità e di austerità della
politica cari ad Enrico Berlinguer. Ha ricordato le ingiustizie
italiane e internazionali, ha dato voce a chi normalmente non la
ha, come Milena Ben, mamma di un giovane operaio rimasto ucciso
sul luogo di lavoro. Eppure di tutto questo nulla è emerso sulla
stampa nazionale, che quando non ci ha ignorato ha cercato di
fare di noi una caricatura. E così giù titoli sulla qualità dei
vini o articoli per spiegare la scelta di un centralismo
democratico descritto come una pratica vetero-sovietica. Nulla
di nuovo vero, solo la conferma – ma non ce ne era proprio
bisogno - di una informazione malata e condizionata dai poteri
forti.
Un discorso a parte meriterebbe invece il
manifesto. Anche il quotidiano diretto da Gabriele Polo infatti
ha partecipato a questo gioco. Non è certo la prima volta, ma
stupisce di come un giornale che si autodefinisce “quotidiano
comunista” non si senta parte in causa del tentativo di
ricomporre questa comunità. Si può, certo, anche non condividere
la strada proposta da Diliberto, ma forse, con modestia, avrebbe
meritato ben altra attenzione.
Giornate intense quelle di Salsomaggiore. Si
poteva fare di più e meglio ? Forse. Ma i rischi erano dietro
l’angolo e per fortuna sono stati dissipati dal cuore e dalla
testa di tante delegate e delegati. La discussione è stata
davvero alta e appassionata. L’unità del gruppo dirigente è un
bene prezioso che è stato riconfermato. Detto ciò però non
dobbiamo nasconderci che ancora lunga è la strada per dare
coerenza alle proposte e ai discorsi. Ripartire da noi significa
riuscire a cambiare vizi e cattive abitudini. Una scommessa,
anche questa, che vogliamo vincere, da comunisti. |