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Sono passati quasi dieci giorni dalla notizia
dell’affondamento di un barcone con il suo drammatico carico di
vite umane, centocinquanta persone sparite, inghiottite da un
mare crudele che per molti rappresenta un ostacolo – spesso
mortale – verso la terra promessa. Quell’occidente che
dall’altra sponda del Mediterraneo appare come terra di latte e
miele, dove tutto è possibile, perfino vivere.
Già, perché le migliaia di persone che dai più
sperduti villaggi africani e asiatici intraprendono il lungo
viaggio verso le nostre coste non pensano di potersi arricchire,
non sognano paillettes colorate belle macchine o vestiti nuovi;
l’obiettivo è solo la sopravvivenza, loro e dei loro familiari.
Drammaticamente solo questo: vivere. E, per questo, si parte
mettendo nel conto anche la morte.
Sono passati dieci giorni e di quel fatto non si
parla più. Silenzio assoluto. Questa volta neanche l’entità
della cifra dei morti ha scalfito il muro di gomma dei media,
dove se sei immigrato puoi finire in prima pagina solo se compi
un atto illegale. Uno di quelli che ti portano diritto in galera
senza passare da processi lunghi dieci anni, da assoluzioni
dubbie o da provvedimenti ad hoc. Un silenzio che sembra aiutare
le nostre coscienze a liberarsi di quel dramma, dei volti di
uomini donne e bambini che aggrappati a qualche pezzo di legno
guardavano il cielo implorando il passaggio di una nave. Questi
poveri esseri, vittime cento volte, evidentemente non sapevano
che altri loro fratelli erano stati soccorsi in altre occasioni
da marinai di passaggio e che questi ultimi erano incorsi in
denunce e processi per quel loro gesto di generosità. Non
sapevano che seppur fossero riusciti a toccare terra, avrebbero
trovato uno stato che li considera nemici, invasori. Un governo
che sulla loro pelle specula e costruisce consenso fra quanti
terrorizzati dal loro futuro incerto non vogliono vedere in
faccia l’altra parte del mondo, quello che potrebbe essere il
loro domani.
Per queste ragioni, forse poco politiche,
certamente poco foriere di voti, il nostro settimanale ha
voluto con alcune pagine rendere omaggio a quelle vittime,
nuovi sfruttati del XXI secolo. |