Piddì or not Piddì

Veltroni,
il re ombra
è nudo

 

di Raffaella Angelino e Giampiero Cazzato

Da "La Rinascita della Sinistra"
del 26 giugno 2008

 

Se questo è il partito a cui Vendola, ma anche Fava, ma anche Pecoraro, intendono guardare per ricostruire sulle macerie di una sinistra travolta dal risultato di aprile non faranno molta strada. Se è con quel Pd, con quel leader che si può invertire la pericolosa deriva a destra della società italiana, se è lì la fucina di nuove alleanze di centrosinistra, non c’è da stare allegri. Perché, semplicemente, quel partito è esangue, lacerato da guerre intestine e correntizie, miagola come un gattino cieco di fronte all’enormità dell’assalto alla democrazia. È, questo Pd, come le stelle nel cielo. Si vede la luce che brilla, ma la stella non c’è più, è esplosa da tempo, dando vita ad un grande buco nero.

Ma guai a dirlo, guai a dire che il re è nudo. E se qualcuno lo fa «indebolisce il partito», dichiara il solerte Franceschini. Parisi lo ha fatto, ha avuto il coraggio personale e politico di mettere il dito in una piaga purulenta, ha avuto il coraggio personale e politico di dire quello che forse molti pensano, ma nessuno ha interesse, ora, a dire: che «a questo punto bisogna cambiare leader». Non è più tempo del Mi fido di te, colonna sonora della campagna elettorale del Pd: nel partito di Veltroni, che con qualche mese di ritardo ha preso atto della sconfitta elettorale, nessuno si fida più di nessuno.

Correnti e sottocorrenti proliferano e a dare ascolto a Parisi «in molti preferiscono lavorare a sfiancare il partito e il suo leader senza assumersene la responsabilità». Che significa: sono in molti a pensare che la leadership di Veltroni abbia fatto il suo tempo, ma nessuno lo dice, con il risultato di sfaldare il Pd e, questione più grave, dissanguare la democrazia. Veltroni è un re ombra, o meglio, un re travicello, tenuto sul trono per interesse, per ipocrisia, perché ora non ci sono alternative. Nessuno gli chiede, e lui si guarda bene dal farlo, le ragioni profonde e vere del tracollo elettorale.

L’Assemblea costituente che si è svolta lo scorso fine settimana a Roma ha rappresentato plasticamente lo sfarinamento del Pd, ha smascherato la vuota retorica sulla partecipazione, sull’ascolto, ecc ecc. Dei 2500 delegati ce n’erano a malapena 500. Il popolo delle primarie ha mangiato la foglia, quel popolo (in cui c’è molta sinistra) che pensava, credeva, che il nuovo soggetto avrebbe contribuito a costruire un paese migliore e più giusto, una nuova modalità di fare politica, si è tirato indietro. Ancora una volta sfiduciato e disilluso. Un dialogo col Pd? Ma per fare cosa? Su quale linea? Non è un caso se il Pdci per bocca del segretario Oliviero Diliberto ha commentato che la ricomposizione del fronte democratico passa necessariamente per la sconfitta del gruppo dirigente dei democratici. Una leadership che neppure di fronte alla recente batosta elettorale ha messo da parte il fairplay nei confronti del governo Berlusconi (annunciando una manifestazione “a scoppio ritardato”) e la mistica del governo “caduto da sinistra”.

Senza queste risposte non è possibile il dialogo, ma solo il mero assorbimento nel partito mangiatutto pronto a sua volta a farsi mangiare, in un boccone, dal Cavaliere.



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