|
Se questo è il partito a cui Vendola, ma anche
Fava, ma anche Pecoraro, intendono guardare per ricostruire
sulle macerie di una sinistra travolta dal risultato di aprile
non faranno molta strada. Se è con quel Pd, con quel leader che
si può invertire la pericolosa deriva a destra della società
italiana, se è lì la fucina di nuove alleanze di centrosinistra,
non c’è da stare allegri. Perché, semplicemente, quel partito è
esangue, lacerato da guerre intestine e correntizie, miagola
come un gattino cieco di fronte all’enormità dell’assalto alla
democrazia. È, questo Pd, come le stelle nel cielo. Si vede la
luce che brilla, ma la stella non c’è più, è esplosa da tempo,
dando vita ad un grande buco nero.
Ma guai a dirlo, guai a dire che il re è nudo. E
se qualcuno lo fa «indebolisce il partito», dichiara il solerte
Franceschini. Parisi lo ha fatto, ha avuto il coraggio personale
e politico di mettere il dito in una piaga purulenta, ha avuto
il coraggio personale e politico di dire quello che forse molti
pensano, ma nessuno ha interesse, ora, a dire: che «a questo
punto bisogna cambiare leader». Non è più tempo del Mi fido di
te, colonna sonora della campagna elettorale del Pd: nel partito
di Veltroni, che con qualche mese di ritardo ha preso atto della
sconfitta elettorale, nessuno si fida più di nessuno.
Correnti e sottocorrenti proliferano e a dare
ascolto a Parisi «in molti preferiscono lavorare a sfiancare il
partito e il suo leader senza assumersene la responsabilità».
Che significa: sono in molti a pensare che la leadership di
Veltroni abbia fatto il suo tempo, ma nessuno lo dice, con il
risultato di sfaldare il Pd e, questione più grave, dissanguare
la democrazia. Veltroni è un re ombra, o meglio, un re
travicello, tenuto sul trono per interesse, per ipocrisia,
perché ora non ci sono alternative. Nessuno gli chiede, e lui si
guarda bene dal farlo, le ragioni profonde e vere del tracollo
elettorale.
L’Assemblea costituente che si è svolta lo scorso
fine settimana a Roma ha rappresentato plasticamente lo
sfarinamento del Pd, ha smascherato la vuota retorica sulla
partecipazione, sull’ascolto, ecc ecc. Dei 2500 delegati ce
n’erano a malapena 500. Il popolo delle primarie ha mangiato la
foglia, quel popolo (in cui c’è molta sinistra) che pensava,
credeva, che il nuovo soggetto avrebbe contribuito a costruire
un paese migliore e più giusto, una nuova modalità di fare
politica, si è tirato indietro. Ancora una volta sfiduciato e
disilluso. Un dialogo col Pd? Ma per fare cosa? Su quale linea?
Non è un caso se il Pdci per bocca del segretario Oliviero
Diliberto ha commentato che la ricomposizione del fronte
democratico passa necessariamente per la sconfitta del gruppo
dirigente dei democratici. Una leadership che neppure di fronte
alla recente batosta elettorale ha messo da parte il fairplay
nei confronti del governo Berlusconi (annunciando una
manifestazione “a scoppio ritardato”) e la mistica del governo
“caduto da sinistra”.
Senza queste risposte non è possibile il dialogo,
ma solo il mero assorbimento nel partito mangiatutto pronto a
sua volta a farsi mangiare, in un boccone, dal Cavaliere. |