La costruzione concordata di un regime

Riforme,
clima “nuovo” che puzza di marcio

 

di Giampiero Cazzato

Da "La Rinascita della Sinistra"
del 12 giugno 2008

 

«Alla Camera si respira un clima che sino a poco tempo fa era inimmaginabile. Tra le parti c’è reciproca volontà di dialogo sulle riforme. Questo clima è nuovo perché gli italiani vogliono una semplificazione del dialogo politico che non ha precedenti nella nostra storia». E ancora: «Le forze di governo e di opposizione hanno il dovere di dialogare, non per governare insieme, perché gli italiani hanno deciso chi deve governare e chi deve fare opposizione, ma per fare quelle riforme di cui tutto il Paese ha bisogno». Parole di Gianfranco Fini nell’anno I del Berlusconi IV. Il presidente della Camera elenca le riforme «di cui tutto il paese ha bisogno: riduzione del numero dei parlamentari, fine del bicameralismo perfetto e rafforzamento dei poteri del presidente del Consiglio attraverso la sua elezione diretta. È evidente che è quest’ultimo punto l’architrave del ragionamento dell’ex leader di An. Se non bastasse lui il peana sulle riforme arriva anche dallo scranno più altro di palazzo Madama, dove Renato Schifani assicura che «faremo di tutto perché questa sia una legislatura costituente». La parola d’ordine è mettere mano, in un clima «sereno», alla seconda parte della Costituzione che «deve essere attualizzata e migliorata con attenzione particolare ad una riforma federale dello Stato». Ora anche uno studente al primo anno di Giurisprudenza sa che toccando la seconda parte, «un piccolo maquillage» dice Schifani, si incrina esattamente quella prima parte della Carta a cui tutti si inchinano deferenti. Deferenti e con la pistola in mano.

Facciamo un salto indietro. «Non è affatto vero, non è neppure sensato, che la carta costituzionale debba restare perennemente la stessa... È invece verità storica visibile ad occhio nudo che la vita sociale, le consuetudini di governo, le esigenze statali e nazionali hanno logorato o contorto o superato le norme principali della carta costituzionale... Ma perché un governo possa compiere la sua missione non può essere sottoposto alle vicende parlamentari, alla piccola politica dei colpi di mano, alle vicende di una volubile maggioranza». Non è Fini e nemmeno il presidente del Senato a parlare. E non siamo neanche nell’Italia repubblicana e democratica uscita dal fuoco del conflitto mondiale e dalla Resistenza. Siamo nell’Italia fascista (ma non ancora fascistissima). Si tratta di un articolo pubblicato su Il Popolo d’Italia il 10 gennaio del 1924. L’autore è Agostino Lanzillo, professore universitario, avvocato e giornalista, che, come Mussolini, viene dal partito socialista e dal sindacalismo rivoluzionario. Lanzillo è un intellettuale di primo piano del fascismo, uomo di fiducia del duce. E l’articolo che viene ospitato nella prima pagina del Popolo d’Italia non è uno tra tanti, rappresenta un ballon d’essai, una notizia fatta filtrare per saggiare la reazione dei mass media e dell’opinione pubblica, e in questo caso dell’opposizione antifascista, di fronte alla questione della riforma costituzionale.

C’è un parallelo forte, fortissimo, con quanto sta avvenendo nel dibattito politico di queste settimane. La destra oggi vincente offre graziosamente alla minoranza la corda cui impiccarsi. Allora, nel 1924, i tempi furono bruciati e già nei primi mesi dell’anno seguente (col discorso del 3 gennaio di Mussolini alla Camera) si gettano le basi del regime totalitario che sarà poi attuato nel 1926 con la fine della democrazia liberale. Certo la storia non si ripete mai allo stesso modo. Certo i vincitori di oggi (quelli che sono gli sconfitti del ‘48, ma la gente non lo ricorda) non intendono fuoriuscire dalla democrazia. Vogliono uscire però dalla democrazia parlamentare, vogliono farla finita con la centralità del parlamento per consegnare all’esecutivo un potere che mai nella storia repubblicana i governi hanno avuto. Rileggiamo Lanzillo: «La riforma costituzionale deve tendere a correggere il sistema rappresentativo nel senso di dare alla Camera elettiva la funzione di corpo di collegamento fra governo e paese, di strumento di deliberazione delle grandi linee della politica nazionale. Ma i poteri effettivi della Camera devono essere ridotti, limitati, armonizzati alle vere e ragionevoli possibilità di un’assemblea necessariamente caotica». Guardando i primi passi e alcune gaffe del presidente della Camera si coglie bene come Montecitorio rischi davvero di diventare “corpo di collegamento”.

Per operare questo colpo di mano che cambia la natura della democrazia italiana il Pdl e la Lega hanno bisogno dell’apporto del Pd. Un apporto che dal loft sembrano pronti a dare. «Siamo disposti a trattare sulle riforme perché noi preferiamo attuarle per via pacifica, l’alternativa sarebbe una lotta di liberazione», eversiveggia Bossi. E la risposta del Pd non lascia ombra di dubbio: siamo pronti a «trovare una convergenza con la maggioranza per approvare in tempi rapidissimi, già entro la fine dell’anno, il federalismo fiscale» assicura Morando. Lo scoglio del modello lombardo è finto, tanto è che il bellicoso Bossi a domanda risponde che è «una base di partenza». E Calderoli assicura che «questa è la volta buona». I tatticismi e la voce grossa servono agli uni e agli altri. Ma la sostanza è altra e la spiega bene il sindaco di Torino e ministro ombra delle Riforme quando sostiene che lui non ha «difficoltà a dire che con la Lega bisogna ragionare, soprattutto in vista delle scadenze elettorali locali». Chiamparino forse accelera ma non è che Veltroni stia fermo: nei giorni tesi della vicenda Rete 4 il suo chiodo fisso è che il dialogo sulle riforme non può essere influenzato dalle dinamiche parlamentari. «Il dialogo non è in pericolo» si  affretta a dichiarare, anche se questo non esclude una «opposizione intransigente» sui singoli provvedimenti del governo. Intanto l’accordo per far fuori la sinistra anche dal parlamento europeo con l’introduzione dello sbarramento vede Berlusconi e Veltroni quasi concordi. Il Cavaliere lo vuole al 5, Veltroni al 3%, ma è l’accordo sulla soglia - vero colpo di maglio sulla rappresentanza - in sé che è pernicioso. La stagione dei pasticcini è più velenosa della stagione dei veleni.

L’interesse di Walter è «creare le condizioni per cui cadano i muri ideologici e si faccia una competizione basata sui programmi e gli schieramenti». Cosa che a destra di guardano bene dal fare. E se sulla via ad Almirante Alemanno non  si impunta più di tanto è perché comunque, strada o non strada, l’obiettivo l’ha raggiunto: i perdenti di ieri, oggi sono quelli che hanno vinto. E’ qualcosa di più dell’inciucio. Qualcosa di peggio se possibile. E’ un colpo di stato concordato.  E ritorniamo a Lanzillo: «Se l’opposizione fosse spinta non da rancori, non dalla preoccupazione della propria vecchiezza impotente, non dalla paura di essere stata superata per sempre, ma da sano amor di patria, la discussone sulla forma e i modi di correggere le anomalie del regime parlamentare e democratico potrebbe svolgersi con grande utilità per la pubblica cosa». Come la storia sia andata è inutile ricordarlo. Gli antifascisti di ieri fecero fronte (troppo tardi) e furono sconfitti. Oggi il quadro è mutato. Destra e Pd vanno alla costruzione consensuale di un regime che duri nel tempo. Continueranno a chiamarla democrazia ma...



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