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«Alla Camera si respira un clima che sino a poco
tempo fa era inimmaginabile. Tra le parti c’è reciproca volontà
di dialogo sulle riforme. Questo clima è nuovo perché gli
italiani vogliono una semplificazione del dialogo politico che
non ha precedenti nella nostra storia». E ancora: «Le forze di
governo e di opposizione hanno il dovere di dialogare, non per
governare insieme, perché gli italiani hanno deciso chi deve
governare e chi deve fare opposizione, ma per fare quelle
riforme di cui tutto il Paese ha bisogno». Parole di Gianfranco
Fini nell’anno I del Berlusconi IV. Il presidente della Camera
elenca le riforme «di cui tutto il paese ha bisogno: riduzione
del numero dei parlamentari, fine del bicameralismo perfetto e
rafforzamento dei poteri del presidente del Consiglio attraverso
la sua elezione diretta. È evidente che è quest’ultimo punto
l’architrave del ragionamento dell’ex leader di An. Se non
bastasse lui il peana sulle riforme arriva anche dallo scranno
più altro di palazzo Madama, dove Renato Schifani assicura che
«faremo di tutto perché questa sia una legislatura costituente».
La parola d’ordine è mettere mano, in un clima «sereno», alla
seconda parte della Costituzione che «deve essere attualizzata e
migliorata con attenzione particolare ad una riforma federale
dello Stato». Ora anche uno studente al primo anno di
Giurisprudenza sa che toccando la seconda parte, «un piccolo
maquillage» dice Schifani, si incrina esattamente quella prima
parte della Carta a cui tutti si inchinano deferenti. Deferenti
e con la pistola in mano.
Facciamo un salto indietro. «Non è affatto vero,
non è neppure sensato, che la carta costituzionale debba restare
perennemente la stessa... È invece verità storica visibile ad
occhio nudo che la vita sociale, le consuetudini di governo, le
esigenze statali e nazionali hanno logorato o contorto o
superato le norme principali della carta costituzionale... Ma
perché un governo possa compiere la sua missione non può essere
sottoposto alle vicende parlamentari, alla piccola politica dei
colpi di mano, alle vicende di una volubile maggioranza». Non è
Fini e nemmeno il presidente del Senato a parlare. E non siamo
neanche nell’Italia repubblicana e democratica uscita dal fuoco
del conflitto mondiale e dalla Resistenza. Siamo nell’Italia
fascista (ma non ancora fascistissima). Si tratta di un articolo
pubblicato su Il Popolo d’Italia il 10 gennaio del 1924.
L’autore è Agostino Lanzillo, professore universitario, avvocato
e giornalista, che, come Mussolini, viene dal partito socialista
e dal sindacalismo rivoluzionario. Lanzillo è un intellettuale
di primo piano del fascismo, uomo di fiducia del duce. E
l’articolo che viene ospitato nella prima pagina del Popolo
d’Italia non è uno tra tanti, rappresenta un ballon d’essai, una
notizia fatta filtrare per saggiare la reazione dei mass media e
dell’opinione pubblica, e in questo caso dell’opposizione
antifascista, di fronte alla questione della riforma
costituzionale.
C’è un parallelo forte, fortissimo, con quanto
sta avvenendo nel dibattito politico di queste settimane. La
destra oggi vincente offre graziosamente alla minoranza la corda
cui impiccarsi. Allora, nel 1924, i tempi furono bruciati e già
nei primi mesi dell’anno seguente (col discorso del 3 gennaio di
Mussolini alla Camera) si gettano le basi del regime totalitario
che sarà poi attuato nel 1926 con la fine della democrazia
liberale. Certo la storia non si ripete mai allo stesso modo.
Certo i vincitori di oggi (quelli che sono gli sconfitti del
‘48, ma la gente non lo ricorda) non intendono fuoriuscire dalla
democrazia. Vogliono uscire però dalla democrazia parlamentare,
vogliono farla finita con la centralità del parlamento per
consegnare all’esecutivo un potere che mai nella storia
repubblicana i governi hanno avuto. Rileggiamo Lanzillo: «La
riforma costituzionale deve tendere a correggere il sistema
rappresentativo nel senso di dare alla Camera elettiva la
funzione di corpo di collegamento fra governo e paese, di
strumento di deliberazione delle grandi linee della politica
nazionale. Ma i poteri effettivi della Camera devono essere
ridotti, limitati, armonizzati alle vere e ragionevoli
possibilità di un’assemblea necessariamente caotica». Guardando
i primi passi e alcune gaffe del presidente della Camera si
coglie bene come Montecitorio rischi davvero di diventare “corpo
di collegamento”.
Per operare questo colpo di mano che cambia la
natura della democrazia italiana il Pdl e la Lega hanno bisogno
dell’apporto del Pd. Un apporto che dal loft sembrano pronti a
dare. «Siamo disposti a trattare sulle riforme perché noi
preferiamo attuarle per via pacifica, l’alternativa sarebbe una
lotta di liberazione», eversiveggia Bossi. E la risposta del Pd
non lascia ombra di dubbio: siamo pronti a «trovare una
convergenza con la maggioranza per approvare in tempi
rapidissimi, già entro la fine dell’anno, il federalismo
fiscale» assicura Morando. Lo scoglio del modello lombardo è
finto, tanto è che il bellicoso Bossi a domanda risponde che è
«una base di partenza». E Calderoli assicura che «questa è la
volta buona». I tatticismi e la voce grossa servono agli uni e
agli altri. Ma la sostanza è altra e la spiega bene il sindaco
di Torino e ministro ombra delle Riforme quando sostiene che lui
non ha «difficoltà a dire che con la Lega bisogna ragionare,
soprattutto in vista delle scadenze elettorali locali».
Chiamparino forse accelera ma non è che Veltroni stia fermo: nei
giorni tesi della vicenda Rete 4 il suo chiodo fisso è che il
dialogo sulle riforme non può essere influenzato dalle dinamiche
parlamentari. «Il dialogo non è in pericolo» si affretta a
dichiarare, anche se questo non esclude una «opposizione
intransigente» sui singoli provvedimenti del governo. Intanto
l’accordo per far fuori la sinistra anche dal parlamento europeo
con l’introduzione dello sbarramento vede Berlusconi e Veltroni
quasi concordi. Il Cavaliere lo vuole al 5, Veltroni al 3%, ma è
l’accordo sulla soglia - vero colpo di maglio sulla
rappresentanza - in sé che è pernicioso. La stagione dei
pasticcini è più velenosa della stagione dei veleni.
L’interesse di Walter è «creare le condizioni per
cui cadano i muri ideologici e si faccia una competizione basata
sui programmi e gli schieramenti». Cosa che a destra di guardano
bene dal fare. E se sulla via ad Almirante Alemanno non si
impunta più di tanto è perché comunque, strada o non strada,
l’obiettivo l’ha raggiunto: i perdenti di ieri, oggi sono quelli
che hanno vinto. E’ qualcosa di più dell’inciucio. Qualcosa di
peggio se possibile. E’ un colpo di stato concordato. E
ritorniamo a Lanzillo: «Se l’opposizione fosse spinta non da
rancori, non dalla preoccupazione della propria vecchiezza
impotente, non dalla paura di essere stata superata per sempre,
ma da sano amor di patria, la discussone sulla forma e i modi di
correggere le anomalie del regime parlamentare e democratico
potrebbe svolgersi con grande utilità per la pubblica cosa».
Come la storia sia andata è inutile ricordarlo. Gli antifascisti
di ieri fecero fronte (troppo tardi) e furono sconfitti. Oggi il
quadro è mutato. Destra e Pd vanno alla costruzione consensuale
di un regime che duri nel tempo. Continueranno a chiamarla
democrazia ma... |