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Nei prossimi 20 anni, la domanda globale di
energia è destinata ad aumentare. Nel 2020 oltre 2/3 della
domanda verrà dai Paesi di recente sviluppo (1/3 solo dalla
Cina). La “fame” di energia della Cina, dell’India e del Medio
Oriente determinerà la domanda, più di quanto possano
influenzarla i Paesi già sviluppati. Per avere un ruolo attivo,
l’Occidente dovrà essere credibile, dimostrando che uno sviluppo
sostenibile è possibile. Anche per questo, in Europa e nei paesi
più avanzati, dobbiamo individuare modelli energetici che siano
esportabili. Occorre procedere verso l’adozione di tecnologie
soft che, peraltro, hanno il vantaggio di garantire un immediato
contributo alla crescita sociale e politica dei Paesi più
poveri. Non possiamo pensare di costruire grandi impianti
centralizzati (nucleari o tradizionali) in Africa, ma dobbiamo
pensare alle tecnologie solari, agli impianti eolici, alle
biomasse, insomma alle risorse rinnovabili che sono distribuite
sul territorio e possono essere immediatamente utilizzabili
anche in realtà che non hanno infrastrutture e reti di
distribuzione. Dal punto di vista delle relazioni internazionali
e della capacità di contare in un contesto globale multipolare,
l’Europa punta su un percorso virtuoso basato sulla regola dei
tre “20”. Un anno fa, il Consiglio Europeo ha definitivamente
approvato un piano di azione per il dopo Kyoto che prevede,
entro il 2020, di ridurre le emissioni di gas serra (-20%),
agendo su efficienza energetica (+20%) e su un incremento delle
fonti rinnovabili (+20%). Di fronte a queste grandi sfide, la
situazione in Italia è preoccupante: invece di ridurre le nostre
emissioni del 6,5%, le stiamo aumentando di oltre il 15%. Per le
sole penalità, dovute ai ritardi di applicazione degli accordi
di Kyoto, lo Stato italiano dovrà pagare circa 13 miliardi.
Anziché intervenire sulla domanda, con una politica di risparmio
energetico e di aumento di efficienza, le recenti proposte del
governo Berlusconi vanno nella direzione di privilegiare
l’offerta di energia.
Per di più lo si vuol fare puntando su una parola
d’ordine che è uno slogan prima ancora che una soluzione tecnica
praticabile: tornare al nucleare. Non voglio riaprire la
discussione sulle ragioni che hanno condotto ad abbandonare
progressivamente il nucleare in Italia ed in molti paesi in
Europa e nel mondo. Voglio fare alcune considerazioni generali
su alcuni aspetti che spesso vengono volutamente ignorati nel
dibattito in corso. Primo, elettricità non è sinonimo di
energia. La produzione elettrica è una parte modesta della
produzione totale di energia, in Europa costituisce solo il 6%
dei consumi finali. La gran parte viene utilizzata nei
trasporti, nel riscaldamento e per la produzione industriale;
tutte aree in cui il consumo di petrolio non può essere
sostituito dall’energia atomica. Il dibattito nucleare si
restringe, dunque, ad un’area specifica – la produzione
elettrica – che rappresenta solo il 6% del problema energetico.
Quando il ministro Scajola dice che la “bolletta
energetica dell’Italia pesa per 60 miliardi di euro” dice una
verità, ma poi lascia credere che il nucleare fornirà energia “a
costi competitivi”, dimenticando di dire che questo presunto
risparmio potrà, al massimo, valere per il 5-6% della spesa
totale (3-4 miliardi) ed i benefici si vedranno non prima di 10
anni, quando le centrali saranno operative. Intanto, per
realizzare gli impianti si dovrebbero investire 4-5 miliardi per
ogni gigawatt di energia prodotta con il nucleare. A proposito
dei costi del nucleare, i cittadini italiani dovrebbero sapere
che, dopo 20 anni, stanno ancora pagando il costo dello
smantellamento degli impianti nucleari del passato (componente
A2 nella bolletta Enel).
Per avere energia “a costi competitivi” è meglio
utilizzare la ricetta europea. Ipotizzando un aumento di
risparmio energetico e di rinnovabili di circa il 2% per anno,
si guadagnerebbero circa 2 miliardo all’anno, arrivando a
dimezzare la nostra bolletta energetica entro il 2020. Secondo,
il problema dell’acqua. L’enorme fabbisogno idrico dei reattori
per la produzione di vapore e per il raffreddamento è in
concorrenza con la continua crescita del fabbisogno di acqua
della popolazione mondiale. Già in Francia, negli scorsi anni di
siccità, si è dovuta ridurre la potenza generata per la scarsa
disponibilità dei corsi d’acqua utilizzati per raffreddare i
reattori. Con la tendenza al riscaldamento globale la situazione
non può che peggiorare.
Il terzo aspetto riguarda il combustibile
nucleare. Si dice che il prezzo dell’uranio non sia un parametro
molto importante per l’industria nucleare: è il costo degli
impianti che conta. Questo è stato vero per un lungo periodo, ma
oggi il prezzo dell’uranio può diventare un fattore importante.
A partire dagli anni 80, le centrali nucleari consumano più
uranio di quanto l’industria minerale riesca a produrre. Lo stop
alle nuove centrali, avvenuto in quel periodo, è stato
determinato anche dalla scarsità di uranio e non solo, come si
dice di solito, dall’incidente di Chernobyl e dalle opposizioni
degli ambientalisti e delle popolazioni interessate.
Per l’uranio stanno maturando le stesse
condizioni che hanno portato all’impennata del costo del
petrolio che stiamo sperimentando in questi mesi. I costi di
lavorazione sempre maggiori e la domanda in crescita stanno
determinando un picco simile al famoso “picco del petrolio”; nei
prossimi anni il suo prezzo è destinato a crescere ben più
rapidamente che in passato. Dunque l’energia nucleare non potrà
mantenere la promessa degli anni ‘50 e ‘60 né, tantomeno, le
ottimistiche previsioni dei nuovi “profeti della modernità” che
parlano di energia abbondante e a buon mercato. Il governo
italiano dovrebbe prenderne atto invece di cullarsi
nell’illusione che il nucleare possa risolvere per magia i
nostri problemi energetici. Un’illusione pericolosa che ci
allontana dagli obiettivi europei.
Infine c’è una considerazione politica. Le scelte
energetiche non sono neutre; l’uso di determinate tecnologie ha
delle conseguenze rispetto al modello di società. Le centrali
nucleari, per definizione, sono sistemi centralizzati che
richiedono una società gerarchica, rigida e chiusa, con un
controllo monopolistico da parte dei produttori ed una
ossessione verso la sicurezza (terrorismo, radioattività).Viceversa
le fonti energetiche rinnovabili sono distribuite sul
territorio, fanno parte di una rete in cui si è al tempo stesso
produttori e consumatori. In definitiva, un sistema diffuso di
generazione dell’energia garantisce un controllo democratico dal
basso, un maggior potere di decisioni alle comunità locali. La
società aperta, plurale e democratica che vogliamo, in Italia ed
in Europa, non può puntare su una tecnologia del passato ma deve
investire sul futuro: un futuro in cui l’energia sia sostenibile
e disponibile per tutti. |