La favola atomica

Nube Atomica
 

di Umberto Guidoni

Da "La Rinascita della Sinistra"
del 5 giugno 2008

 

Nei prossimi 20 anni, la domanda globale di energia è destinata ad aumentare. Nel 2020 oltre 2/3 della domanda verrà dai Paesi di recente sviluppo (1/3 solo dalla Cina). La “fame” di energia della Cina, dell’India e del Medio Oriente determinerà la domanda, più di quanto possano influenzarla i Paesi già sviluppati. Per avere un ruolo attivo, l’Occidente dovrà essere credibile, dimostrando che uno sviluppo sostenibile è possibile. Anche per questo, in Europa e nei paesi più avanzati, dobbiamo individuare modelli energetici che siano esportabili. Occorre procedere verso l’adozione di tecnologie soft che, peraltro, hanno il vantaggio di garantire un immediato contributo alla crescita sociale e politica dei Paesi più poveri. Non possiamo pensare di costruire grandi impianti centralizzati (nucleari o tradizionali) in Africa, ma dobbiamo pensare alle tecnologie solari, agli impianti eolici, alle biomasse, insomma alle risorse rinnovabili che sono distribuite sul territorio e possono essere immediatamente utilizzabili anche in realtà che non hanno infrastrutture e reti di distribuzione. Dal punto di vista delle relazioni internazionali e della capacità di contare in un contesto globale multipolare, l’Europa punta su un percorso virtuoso basato sulla regola dei tre “20”. Un anno fa, il Consiglio Europeo ha definitivamente approvato un piano di azione per il dopo Kyoto che prevede, entro il 2020, di ridurre le emissioni di gas serra (-20%), agendo su efficienza energetica (+20%) e su un incremento delle fonti rinnovabili (+20%). Di fronte a queste grandi sfide, la situazione in Italia è preoccupante: invece di ridurre le nostre emissioni del 6,5%, le stiamo aumentando di oltre il 15%. Per le sole penalità, dovute ai ritardi di applicazione degli accordi di Kyoto, lo Stato italiano dovrà pagare circa 13 miliardi. Anziché intervenire sulla domanda, con una politica di risparmio energetico e di aumento di efficienza, le recenti proposte del governo Berlusconi vanno nella direzione di privilegiare l’offerta di energia.

Per di più lo si vuol fare puntando su una parola d’ordine che è uno slogan prima ancora che una soluzione tecnica praticabile: tornare al nucleare. Non voglio riaprire la discussione sulle ragioni che hanno condotto ad abbandonare progressivamente il nucleare in Italia ed in molti paesi in Europa e nel mondo. Voglio fare alcune considerazioni generali su alcuni aspetti che spesso vengono volutamente ignorati nel dibattito in corso. Primo, elettricità non è sinonimo di energia. La produzione elettrica è una parte modesta della produzione totale di energia, in Europa costituisce solo il 6% dei consumi finali. La gran parte viene utilizzata nei trasporti, nel riscaldamento e per la produzione industriale; tutte aree in cui il consumo di petrolio non può essere sostituito dall’energia atomica. Il dibattito nucleare si restringe, dunque, ad un’area specifica – la produzione elettrica – che rappresenta solo il 6% del problema energetico.

Quando il ministro Scajola dice che la “bolletta energetica dell’Italia pesa per 60 miliardi di euro” dice una verità, ma poi lascia credere che il nucleare fornirà energia “a costi competitivi”, dimenticando di dire che questo presunto risparmio potrà, al massimo, valere per il 5-6% della spesa totale (3-4 miliardi) ed i benefici si vedranno non prima di 10 anni, quando le centrali saranno operative. Intanto, per realizzare gli impianti si dovrebbero investire 4-5 miliardi per ogni gigawatt di energia prodotta con il nucleare. A proposito dei costi del nucleare, i cittadini italiani dovrebbero sapere che, dopo 20 anni, stanno ancora pagando il costo dello smantellamento degli impianti nucleari del passato (componente A2 nella bolletta Enel).

Per avere energia “a costi competitivi” è meglio utilizzare la ricetta europea. Ipotizzando un aumento di risparmio energetico e di rinnovabili di circa il 2% per anno, si guadagnerebbero circa 2 miliardo all’anno, arrivando a dimezzare la nostra bolletta energetica entro il 2020. Secondo, il problema dell’acqua. L’enorme fabbisogno idrico dei reattori per la produzione di vapore e per il raffreddamento è in concorrenza con la continua crescita del fabbisogno di acqua della popolazione mondiale. Già in Francia, negli scorsi anni di siccità, si è dovuta ridurre la potenza generata per la scarsa disponibilità dei corsi d’acqua utilizzati per raffreddare i reattori. Con la tendenza al riscaldamento globale la situazione non può che peggiorare.

Il terzo aspetto riguarda il combustibile nucleare. Si dice che il prezzo dell’uranio non sia un parametro molto importante per l’industria nucleare: è il costo degli impianti che conta. Questo è stato vero per un lungo periodo, ma oggi il prezzo dell’uranio può diventare un fattore importante. A partire dagli anni 80, le centrali nucleari consumano più uranio di quanto l’industria minerale riesca a produrre. Lo stop alle nuove centrali, avvenuto in quel periodo, è stato determinato anche dalla scarsità di uranio e non solo, come si dice di solito, dall’incidente di Chernobyl e dalle opposizioni degli ambientalisti e delle popolazioni interessate.

Per l’uranio stanno maturando le stesse condizioni che hanno portato all’impennata del costo del petrolio che stiamo sperimentando in questi mesi. I costi di lavorazione sempre maggiori e la domanda in crescita stanno determinando un picco simile al famoso “picco del petrolio”; nei prossimi anni il suo prezzo è destinato a crescere ben più rapidamente che in passato. Dunque l’energia nucleare non potrà mantenere la promessa degli anni ‘50 e ‘60 né, tantomeno, le ottimistiche previsioni dei nuovi “profeti della modernità” che parlano di energia abbondante e a buon mercato. Il governo italiano dovrebbe prenderne atto invece di cullarsi nell’illusione che il nucleare possa risolvere per magia i nostri problemi energetici. Un’illusione pericolosa che ci allontana dagli obiettivi europei.

Infine c’è una considerazione politica. Le scelte energetiche non sono neutre; l’uso di determinate tecnologie ha delle conseguenze rispetto al modello di società. Le centrali nucleari, per definizione, sono sistemi centralizzati che richiedono una società gerarchica, rigida e chiusa, con un controllo monopolistico da parte dei produttori ed una ossessione verso la sicurezza (terrorismo, radioattività).Viceversa le fonti energetiche rinnovabili sono distribuite sul territorio, fanno parte di una rete in cui si è al tempo stesso produttori e consumatori. In definitiva, un sistema diffuso di generazione dell’energia garantisce un controllo democratico dal basso, un maggior potere di decisioni alle comunità locali. La società aperta, plurale e democratica che vogliamo, in Italia ed in Europa, non può puntare su una tecnologia del passato ma deve investire sul futuro: un futuro in cui l’energia sia sostenibile e disponibile per tutti.



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