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L’unica nota positiva dopo il disastro
dell’Arcobaleno è l’importante appello per l’unità dei
comunisti. È positivo perché va incontro all’esigenza di un
confronto rapido e necessariamente pubblico tra le realtà della
sinistra anticapitalista in Italia. L’appello sarà ancor più
efficace se invece di ripiegarsi su una pura sacrosanta ricerca
di identità cercherà di costruire una controtendenza organizzata
e coerente, senza sottrarsi in alcun modo a rivedere le
contraddizioni accumulate e non risolte in questi ultimi vent’anni.
Partiamo da una semplice domanda: perché i
lavoratori e gli strati più deboli della popolazione non votano
più a sinistra ? Addirittura sempre più spesso si sono sentiti
di dare alla destra questa loro rappresentanza.
Alla fine degli anni ’60 gli operai arrabbiati
per una sinistra forte ma tiepida verso di loro e per un
sindacato presente ma non sufficientemente battagliero
obbligarono entrambi a diventare decisamente più combattivi.
Arrivò infatti la stagione dell”autunno caldo” e del “potere
operaio”.
Oggi invece tra la “nostra gente” l’amarezza è
tale che interi settori di proletariato si sentono “perduti” e
si aggrappano non a possibili soluzioni del loro profondo e
crescente disagio economico, ma a disvalori e stili di vita che
li “consolano” artificialmente: identità territoriale,
sicurezza, demonizzazione del diverso.
In questi ultimi due anni di governo Prodi questo
processo si è moltiplicato indefinitivamente, determinando poi
le premesse del disastro. Mentre gli altri lavoratori, i
precari, i pacifisti, i giovani di Genova, le popolazioni della
Val di Susa e di Vicenza si sono sentiti traditi ed abbandonati.
Eppure di segnali ne erano arrivati! I fischi
indirizzati ai sindacalisti alla Fiat Mirafiori erano infatti il
sintomo di una classe operaia che non si sentiva più
rappresentatala da una sinistra che “tanto diceva e che nulla
faceva”. Nel migliore dei casi erano “strilli” sulle agenzie
stampa subito sedati dalle “rassicuranti” interviste in cui si
ricordava che “mai si farà cadere il governo”.
Ricordate quel 9 giugno dell’anno scorso, quando
i quartieri generali della “sinistra radicale”si ritrovarono a
Roma in una Piazza del Popolo deserta, soli mentre il loro
popolo, in oltre centomila persone, aveva giustamente scelto di
manifestare contro Bush, al di là delle indicazioni di un ceto
politico poco credibile e subalterno alle compatibilità del “governismo”?
E poi ancora l’ultimo grande segnale dato dalla
manifestazione del 20 ottobre: un milione in piazza per chiedere
ai due partiti comunisti al governo di dimostrare la loro
identità, commisurandola alla loro “utilità sociale” nella
battaglia contro il pessimo protocollo su pensioni e welfare.
Ed anche lì nessuna comprensione di cosa stava
accadendo, poi ancora la miopia sull’abolizione della “falce e
martello” ed infine è arrivato lo tzunami.
Ora si riparte da quell’appello unitario, ma, per
favore, non facciamo più errori!
Lo spazio è breve, ma alcune verità si possono
ricordare in poche righe: siamo stati vittime del “voto utile”?
In parte certo, anche perché notandosi poco la differenza tra PD
e Arcobaleno, molti hanno votato l’originale (tanto più con
premio di maggioranza) e non la fotocopia. Però anche l’UDC era
minacciata dal voto utile e invece ha preso addirittura più
voti. E allora? Certo molti altri compagni non hanno votato o
hanno scelto il PCL o Sinistra Critica, ma appunto quando si
perde in tutte le direzioni il problema sta nella totale assenza
di credibilità sia del progetto che dei gruppi dirigenti che lo
hanno “coltivato”.
Per evitare quindi ulteriori fughe verso un
vicolo definitivamente “cieco”, ricordiamo con “buon senso” che
l’Arcobaleno non era l’unica scelta possibile e mettiamo davvero
in campo tutte le nostre energie per ripartire con una opzione
realmente anticapitalista contro l’americanizzazione della
politica, riconoscendo quindi la necessità di essere totalmente
alternativi al PD.
L’Unità dei Comunisti poi si potrà fare ma senza
steccati, facendo tutti un passo indietro e attivando da subito
una severa riflessione sui progetti, sulle culture e sui
comportamenti dei gruppi dirigenti che hanno partorito questo
disastro, che arriva purtroppo da lontano. |