Lettere &Commenti: contro Walter Veltroni

Meglio comunisti,
Pd è la nuova Dc

di Franco Valduga

Da "L'Adige"
del 25 aprile 2008

 

Egregio direttore, dico la verità, mi ha sorpreso alquanto il suo editoriale di sabato scorso sull’unica sinistra che avrebbe futuro.

Mi è sembrata una banalizzazione eccessiva ridurre l’analisi del voto da parte della Direzione dei Comunisti Italiani alla «decisione» che l’unica via da percorrere per il futuro sia la falce e martello, il semplice continuare a chiamarsi comunisti. Il dibattito in corso - ora ma anche prima delle elezioni - non solo all’interno dei Comunisti Italiani ma della sinistra è parecchio più serio e riguarda i temi della società italiana, il che fare per risolvere davvero i problemi di una classe lavoratrice che non è più la classe operaia di cent’anni fa ma che come quella per vivere ha solo la possibilità di vendere il proprio lavoro, in condizioni di sempre maggiore insicurezza e con retribuzioni sempre più vergognosamente basse a fronte di profitti alle stelle, specialmente negli anni scorsi. E saprebbe pure che i ministri della sinistra sono scesi in piazza con i lavoratori (un milione il 20 ottobre scorso, e non c’era l’appoggio delle confederazioni sindacali) non contro il governo, ma per richiamarlo al rispetto del programma col quale si era presentato all’elettorato.

Ma la ridicolizzazione della sinistra serviva forse per poter parlare di un’altra «sinistra», l’unica che secondo lei ha un futuro in Italia: il Partito Democratico, che corre per governare. Ma con chi, visto che si è presentato alle elezioni da solo con Di Pietro? Che poi il programma fosse proprio alternativo a quello della destra, la polemichetta sui programmi copiati la dice lunga.

Ma il punto è un altro. È che il Partito Democratico è tutt’altro che di sinistra. Lo ha riconosciuto il professor Fabbrini, ma lo ha dichiarato ufficialmente lo stesso Veltroni annunciando che sarebbe andato alle elezioni da solo, con le mani libere da quella sinistra che secondo lui aveva intralciato l’azione del governo (in realtà la sinistra aveva sempre sostenuto il governo anche a rischio di una pericolosa frattura con parte del proprio elettorato, perché riteneva prioritario non riconsegnare l’Italia nelle mani di una destra. E, ripeto, in piazza è scesa non contro il governo ma per richiamarlo al rispetto del programma col quale si era presentato all’elettorato).

Di non essere un partito di sinistra il Pd lo ha dimostrato nei fatti, non solo aprendo le proprie liste a rappresentanti della classe padronale quali Caleari, Colaninno e altri, ma dichiarando apertamente che lo sviluppo economico richiede la collaborazione «di tutti»: il che significa, come insegna un’esperienza ormai secolare, che sono i dipendenti a dover «collaborare», cioè non insistere troppo su richieste che i padroni non possono sopportare, anche se riconoscono che le paghe e le condizioni di lavoro sono un insulto.

Un partito interclassista insomma, una nuova Dc, sia pure purgata degli elementi peggiori, trasmigrati a suo tempo in An, Forza Italia, nella Lega.

Non vedo come si possa parlare di sinistra con queste premesse. È interessante notare invece, anche a proposito del futuro di questa «sinistra», che questo è lo sbocco finale, effettivo, della «grande» operazione politica lanciata nel 1989 da Occhetto ma seguita poi dalla maggioranza del gruppo dirigente dell’allora Pci che nelle intenzioni avrebbe dovuto unire tutte le forze della sinistra italiana in una nuova grande formazione politica che potesse governare e rinnovare l’Italia.

Anche allora a chi non accettò di considerare insuperabile una società in cui il 20 per cento della popolazione mondiale possiede l’80 per cento della ricchezza - e continua ad aumentarla impoverendo sempre di più gli altri - fu rimproverato di restare attaccato a una visione superata del mondo, a vecchie ideologie ottocentesche. Sarebbe rimasto un movimento residuale, di semplice testimonianza. Questa previsione sembra essersi avverata ora con l’uscita della sinistra (e dei Verdi) dal Parlamento.

Ma i risultati per il Senato nei tre collegi della nostra provincia, dove si votava con un sistema elettorale diverso da quello nazionale e non era così forte la preoccupazione del voto utile, dà una realtà ben diversa da quella della Camera. È vero che c’erano meno liste, ma questo non significa che i voti andati al Pd alla Lega per la Camera non potessero tornarci per il Senato. Significa che il 33 per cento raggiunto dal Pd è dovuto ad un buon 4-5 per cento di voti conferiti dall’elettorato di sinistra nel disperato tentativo di evitare, con un voto «utile» rivelatosi purtroppo del tutto inutile, di consegnare l’Italia a Berlusconi e soci. Non è detto che una coalizione allargata alla sinistra avrebbe avuto uno sbocco diverso. Troppo vasta la delusione dell’elettorato nei due anni passati. È un fatto però che la chiusura a sinistra ha riconsegnato l’Italia a Berlusconi e ai padroni, e il sacrificio della sinistra è servito solo a nascondere in qualche modo il disastro del Pd.

Franco Valduga, già candidato al Senato per la lista Sinistra - Arcobaleno nel collegio di Rovereto



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