|
Egregio direttore, dico la verità, mi ha sorpreso
alquanto il suo editoriale di sabato scorso sull’unica sinistra
che avrebbe futuro.
Mi è sembrata una banalizzazione eccessiva
ridurre l’analisi del voto da parte della Direzione dei
Comunisti Italiani alla «decisione» che l’unica via da
percorrere per il futuro sia la falce e martello, il semplice
continuare a chiamarsi comunisti. Il dibattito in corso - ora ma
anche prima delle elezioni - non solo all’interno dei Comunisti
Italiani ma della sinistra è parecchio più serio e riguarda i
temi della società italiana, il che fare per risolvere davvero i
problemi di una classe lavoratrice che non è più la classe
operaia di cent’anni fa ma che come quella per vivere ha solo la
possibilità di vendere il proprio lavoro, in condizioni di
sempre maggiore insicurezza e con retribuzioni sempre più
vergognosamente basse a fronte di profitti alle stelle,
specialmente negli anni scorsi. E saprebbe pure che i ministri
della sinistra sono scesi in piazza con i lavoratori (un milione
il 20 ottobre scorso, e non c’era l’appoggio delle
confederazioni sindacali) non contro il governo, ma per
richiamarlo al rispetto del programma col quale si era
presentato all’elettorato.
Ma la ridicolizzazione della sinistra serviva
forse per poter parlare di un’altra «sinistra», l’unica che
secondo lei ha un futuro in Italia: il Partito Democratico, che
corre per governare. Ma con chi, visto che si è presentato alle
elezioni da solo con Di Pietro? Che poi il programma fosse
proprio alternativo a quello della destra, la polemichetta sui
programmi copiati la dice lunga.
Ma il punto è un altro. È che il Partito
Democratico è tutt’altro che di sinistra. Lo ha riconosciuto il
professor Fabbrini, ma lo ha dichiarato ufficialmente lo stesso
Veltroni annunciando che sarebbe andato alle elezioni da solo,
con le mani libere da quella sinistra che secondo lui aveva
intralciato l’azione del governo (in realtà la sinistra aveva
sempre sostenuto il governo anche a rischio di una pericolosa
frattura con parte del proprio elettorato, perché riteneva
prioritario non riconsegnare l’Italia nelle mani di una destra.
E, ripeto, in piazza è scesa non contro il governo ma per
richiamarlo al rispetto del programma col quale si era
presentato all’elettorato).
Di non essere un partito di sinistra il Pd lo ha
dimostrato nei fatti, non solo aprendo le proprie liste a
rappresentanti della classe padronale quali Caleari, Colaninno e
altri, ma dichiarando apertamente che lo sviluppo economico
richiede la collaborazione «di tutti»: il che significa, come
insegna un’esperienza ormai secolare, che sono i dipendenti a
dover «collaborare», cioè non insistere troppo su richieste che
i padroni non possono sopportare, anche se riconoscono che le
paghe e le condizioni di lavoro sono un insulto.
Un partito interclassista insomma, una nuova Dc,
sia pure purgata degli elementi peggiori, trasmigrati a suo
tempo in An, Forza Italia, nella Lega.
Non vedo come si possa parlare di sinistra con
queste premesse. È interessante notare invece, anche a proposito
del futuro di questa «sinistra», che questo è lo sbocco finale,
effettivo, della «grande» operazione politica lanciata nel 1989
da Occhetto ma seguita poi dalla maggioranza del gruppo
dirigente dell’allora Pci che nelle intenzioni avrebbe dovuto
unire tutte le forze della sinistra italiana in una nuova grande
formazione politica che potesse governare e rinnovare l’Italia.
Anche allora a chi non accettò di considerare
insuperabile una società in cui il 20 per cento della
popolazione mondiale possiede l’80 per cento della ricchezza - e
continua ad aumentarla impoverendo sempre di più gli altri - fu
rimproverato di restare attaccato a una visione superata del
mondo, a vecchie ideologie ottocentesche. Sarebbe rimasto un
movimento residuale, di semplice testimonianza. Questa
previsione sembra essersi avverata ora con l’uscita della
sinistra (e dei Verdi) dal Parlamento.
Ma i risultati per il Senato nei tre collegi
della nostra provincia, dove si votava con un sistema elettorale
diverso da quello nazionale e non era così forte la
preoccupazione del voto utile, dà una realtà ben diversa da
quella della Camera. È vero che c’erano meno liste, ma questo
non significa che i voti andati al Pd alla Lega per la Camera
non potessero tornarci per il Senato. Significa che il 33 per
cento raggiunto dal Pd è dovuto ad un buon 4-5 per cento di voti
conferiti dall’elettorato di sinistra nel disperato tentativo di
evitare, con un voto «utile» rivelatosi purtroppo del tutto
inutile, di consegnare l’Italia a Berlusconi e soci. Non è detto
che una coalizione allargata alla sinistra avrebbe avuto uno
sbocco diverso. Troppo vasta la delusione dell’elettorato nei
due anni passati. È un fatto però che la chiusura a sinistra ha
riconsegnato l’Italia a Berlusconi e ai padroni, e il sacrificio
della sinistra è servito solo a nascondere in qualche modo il
disastro del Pd.
Franco Valduga, già candidato al Senato per la
lista Sinistra - Arcobaleno nel collegio di Rovereto |