ELEZIONI POLITICHE 2008

Un pessimo risultato
 

di Maurizio Musolino

Da "La Rinascita della Sinistra"
del 17 aprile 2008

 

Un pessimo risultato, non ci possono essere altri termini per commentare il voto politico. Pessimo per il Paese, pessimo per la sinistra. Le elezioni ci hanno infatti consegnato per altri cinque anni, gli ennesimi, ad un governo di centrodestra, e i segni che si sono avuti fin dalle prime ore dopo il voto sono in questo senso eloquenti: Berlusconi si è affrettato a riaffermare la sua intenzione di cambiare le regole della nostra democrazia a partire dalla Costituzione; la Lega ha promesso una devolution che altro non significa che la vittoria degli egoismi sulla solidarietà; Fini vorrebbe segnare questa legislatura con leggi d’ordine dal sapore neoautoritario. Nessun riferimento, invece, neanche generico, da parte dello schieramento di Berlusconi sui salari da lavoro dipendente e sulle pensioni, non meno bassi e vergognosi dopo il voto di domenica e lunedì. Solo silenzio. Lo stesso silenzio che nella lunga serata del 14 di commenti al voto ha accompagnato la notizia dell’ennesima morte sul lavoro, questa volta di un operaio della ThyssenKrupp di Terni.

Sulle conseguenze del voto discuteranno in questa settimana gli organismi dirigenti del Pdci - Segreteria e direzione nazionale - una discussione che sarà sicuramente appassionata e seria. Oggi, pertanto, mi permetto solo di abbozzare il mio pensiero in attesa di quanto si deciderà in questi organismi.

Dalle brevi considerazioni espresse in testa a questo articolo emerge con grande forza la necessità di una sinistra influente, di un partito comunista unito e forte. Invece, il risultato elettorale ci consegna una sconfitta storica della lista della Sinistra arcobaleno che raccoglieva oltre al nostro Partito anche Rifondazione, i Verdi e la Sinistra democratica. Una vera e propria batosta. Gli elettori hanno duramente punito questo schieramento, impedendogli di raggiungere quella soglia necessaria ad avere una rappresentanza parlamentare. Quel popolo della sinistra, uomini e donne che hanno segnato con la loro partecipazione la storia di questo paese, ha risposto da solo ai molti che si chiedevano, a poche ore dal voto – anche in maniera inopportuna per modi e tempi – , quale strada questa alleanza doveva prendere, ipotizzando fantasmagorici partiti unici. Una risposta terribile ma chiarissima.

Il risultato è certamente figlio della disillusione dovuta a due anni di partecipazione ad un governo che non è stato in grado di realizzare quanto il nostro elettorato si aspettava. Non la luna, ma cose concrete come un welfare più giusto, maggiore decisione a respingere i richiami a guerre “preventive”, lotta al precariato e politiche per il mondo del lavoro. Sicuramente la volontà di alcuni di mortificare gran parte dell’elettorato che sosteneva l’Arcobaleno negandogli quel segno identitario rappresentato dalla “falce e martello” ha avuto la sua influenza; di sicuro il profilo moderato del candidato leader non ha aiutato a distinguerci e a rompere il ricatto del voto utile; e poi, diciamolo, l’Arcobaleno è stato vissuto da molti compagni più che come una opportunità come una gabbia nella quale si è rimasti impigliati. Ma limitarci a ricercare oggi le ragioni della sconfitta, sicuramente cosa utile, sarebbe miope se non ci accorgiamo che il risultato ci obbliga ad un nuovo inizio, a partire dal rapporto con i tanti uomini e donne che ci hanno negato il loro voto. Una sfida difficile, irta di incognite, ma che i Comunisti italiani si sentono di dover affrontare a testa alta con quell'orgoglio che in queste settimane ho trovato girando per l'Italia fra i compagni impegnati in una difficilissima campagna elettorale. L'orgoglio di chi è chiamato a fare politica in zone difficili come il Trentino Alto Adige o la Campania o ancora in regioni dalla tradizione “rossa” come l'Umbria e l'Emilia Romagna. Da qui dobbiamo ripartire per affrontare una sfida che non può che iniziare da noi stessi e dal nostro rapporto con le piazze. Piazze intese non come luoghi di astratti conflitti, ma come agorà democratiche dove mettere al centro i temi del lavoro, del salario e della pace. In questo senso nonostante il deludente risultato dobbiamo essere fiduciosi. Le ragioni che giustificano una nostra presenza ci sono tutte e sono fortissime, e – lasciatemelo dire – una garanzia è il segretario del nostro partito Oliviero Diliberto, oscurato da una campagna elettorale tutta imperniata sui candidati a leader. Solide premesse, quindi, per il futuro.

Concludo con due considerazioni sul Partito democratico. Chi si aspettava un testa a testa fra Berlusconi e Veltroni è stato deluso. All’imbrunire di lunedì scorso tutto il bluff del Walter nazionale è stato svelato. Nessun recupero miracoloso, solo una sconfitta netta. Il Partito democratico, è innegabile, ha ottenuto alcuni risultati che si era proposto: primo fra tutti la sconfitta della sinistra, poi la rivoluzione del quadro politico e l’acquisizione coatta di un bipartitismo dal sapore statunitense. Una corsa suicida verso il modello americano che ha incrociato – ammettiamolo – una società italiana già liquefatta da reality, talk show e fiction che riempiono, rincoglionendoci, i nostri giorni.

Ma una cosa Veltroni se la è dimenticata e su questa rischia di cadere: le elezioni si fanno per vincerle e lui le ha perse, condannando non solo il suo Partito, ma tutto il Paese, a cinque anni di governo Berlusconi. Una responsabilità enorme di cui gli italiani prima o poi gli chiederanno conto.



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