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Un pessimo risultato, non ci possono essere altri
termini per commentare il voto politico. Pessimo per il Paese,
pessimo per la sinistra. Le elezioni ci hanno infatti consegnato
per altri cinque anni, gli ennesimi, ad un governo di
centrodestra, e i segni che si sono avuti fin dalle prime ore
dopo il voto sono in questo senso eloquenti: Berlusconi si è
affrettato a riaffermare la sua intenzione di cambiare le regole
della nostra democrazia a partire dalla Costituzione; la Lega ha
promesso una devolution che altro non significa che la
vittoria degli egoismi sulla solidarietà; Fini vorrebbe segnare
questa legislatura con leggi d’ordine dal sapore neoautoritario.
Nessun riferimento, invece, neanche generico, da parte dello
schieramento di Berlusconi sui salari da lavoro dipendente e
sulle pensioni, non meno bassi e vergognosi dopo il voto di
domenica e lunedì. Solo silenzio. Lo stesso silenzio che nella
lunga serata del 14 di commenti al voto ha accompagnato la
notizia dell’ennesima morte sul lavoro, questa volta di un
operaio della ThyssenKrupp di Terni.
Sulle conseguenze del voto discuteranno in questa
settimana gli organismi dirigenti del Pdci - Segreteria e
direzione nazionale - una discussione che sarà sicuramente
appassionata e seria. Oggi, pertanto, mi permetto solo di
abbozzare il mio pensiero in attesa di quanto si deciderà in
questi organismi.
Dalle brevi considerazioni espresse in testa a
questo articolo emerge con grande forza la necessità di una
sinistra influente, di un partito comunista unito e forte.
Invece, il risultato elettorale ci consegna una sconfitta
storica della lista della Sinistra arcobaleno che raccoglieva
oltre al nostro Partito anche Rifondazione, i Verdi e la
Sinistra democratica. Una vera e propria batosta. Gli elettori
hanno duramente punito questo schieramento, impedendogli di
raggiungere quella soglia necessaria ad avere una rappresentanza
parlamentare. Quel popolo della sinistra, uomini e donne che
hanno segnato con la loro partecipazione la storia di questo
paese, ha risposto da solo ai molti che si chiedevano, a poche
ore dal voto – anche in maniera inopportuna per modi e tempi – ,
quale strada questa alleanza doveva prendere, ipotizzando
fantasmagorici partiti unici. Una risposta terribile ma
chiarissima.
Il risultato è certamente figlio della
disillusione dovuta a due anni di partecipazione ad un governo
che non è stato in grado di realizzare quanto il nostro
elettorato si aspettava. Non la luna, ma cose concrete come un
welfare più giusto, maggiore decisione a respingere i richiami a
guerre “preventive”, lotta al precariato e politiche per il
mondo del lavoro. Sicuramente la volontà di alcuni di
mortificare gran parte dell’elettorato che sosteneva
l’Arcobaleno negandogli quel segno identitario rappresentato
dalla “falce e martello” ha avuto la sua influenza; di sicuro il
profilo moderato del candidato leader non ha aiutato a
distinguerci e a rompere il ricatto del voto utile; e poi,
diciamolo, l’Arcobaleno è stato vissuto da molti compagni più
che come una opportunità come una gabbia nella quale si è
rimasti impigliati. Ma limitarci a ricercare oggi le ragioni
della sconfitta, sicuramente cosa utile, sarebbe miope se non ci
accorgiamo che il risultato ci obbliga ad un nuovo inizio, a
partire dal rapporto con i tanti uomini e donne che ci hanno
negato il loro voto. Una sfida difficile, irta di incognite, ma
che i Comunisti italiani si sentono di dover affrontare a testa
alta con quell'orgoglio che in queste settimane ho trovato
girando per l'Italia fra i compagni impegnati in una
difficilissima campagna elettorale. L'orgoglio di chi è chiamato
a fare politica in zone difficili come il Trentino Alto Adige o
la Campania o ancora in regioni dalla tradizione “rossa” come
l'Umbria e l'Emilia Romagna. Da qui dobbiamo ripartire per
affrontare una sfida che non può che iniziare da noi stessi e
dal nostro rapporto con le piazze. Piazze intese non come luoghi
di astratti conflitti, ma come agorà democratiche dove mettere
al centro i temi del lavoro, del salario e della pace. In questo
senso nonostante il deludente risultato dobbiamo essere
fiduciosi. Le ragioni che giustificano una nostra presenza ci
sono tutte e sono fortissime, e – lasciatemelo dire – una
garanzia è il segretario del nostro partito Oliviero Diliberto,
oscurato da una campagna elettorale tutta imperniata sui
candidati a leader. Solide premesse, quindi, per il futuro.
Concludo con due considerazioni sul Partito
democratico. Chi si aspettava un testa a testa fra Berlusconi e
Veltroni è stato deluso. All’imbrunire di lunedì scorso tutto il
bluff del Walter nazionale è stato svelato. Nessun recupero
miracoloso, solo una sconfitta netta. Il Partito democratico, è
innegabile, ha ottenuto alcuni risultati che si era proposto:
primo fra tutti la sconfitta della sinistra, poi la rivoluzione
del quadro politico e l’acquisizione coatta di un bipartitismo
dal sapore statunitense. Una corsa suicida verso il modello
americano che ha incrociato – ammettiamolo – una società
italiana già liquefatta da reality, talk show e
fiction che riempiono, rincoglionendoci, i nostri giorni.
Ma una cosa Veltroni se la è dimenticata e su
questa rischia di cadere: le elezioni si fanno per vincerle e
lui le ha perse, condannando non solo il suo Partito, ma tutto
il Paese, a cinque anni di governo Berlusconi. Una
responsabilità enorme di cui gli italiani prima o poi gli
chiederanno conto. |