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Ancora una volta a discutere del corpo delle
donne. Ancora una volta a discutere sul corpo delle donne.
Ancora una volta a trattarlo come se fosse merce di scambio.
Ancora una volta a dire al Vaticano chi tra i partiti è il suo
migliore amico. Ancora una volta a stringere amicizie passando
sopra al nostro corpo e alla sua straordinaria capacità di dare
la vita. Talmente favoloso questo corpo, che tutti cercano di
metterci le mani sopra, di imporci di nasconderlo, mostrarlo, di
infilarci a forza tre embrioni dopo averlo bombardato
chimicamente, violentarlo impunemente per ragioni culturali,
picchiarlo, ucciderlo. Nel caso specifico imporgli una
gravidanza.
Si dimentica sempre che quel corpo appartiene ad
una persona, che è corpo cuore e mente. Che è donna. E da donna
decide – finalmente – come gestire quel corpo, liberamente e
consapevolmente, nonostante i tentativi mitraglianti di
controllo che il patriarcato ha scatenato. Non si sono
rassegnati ad aver perso. Noi non ci siamo stufate di aver
vinto. E per “noi” non intendo “noi donne”, ma noi persone
laiche e democratiche. La legge 194/78 è stata davvero una
conquista di civiltà, e non è retorica continuare ad affermarlo
e a difenderla. C’è da rabbrividire di fronte alle dichiarazioni
di Ferrara, Ruini e Bondi: equiparare l’aborto alla pena di
morte, equiparare le donne a delle assassine è un atto vile,
così come sostenere che l’interruzione volontaria di gravidanza
abbia una qualche somiglianza con l’eugenetica o con la
pianificazione famigliare. C’è da rabbrividire sì, ma perché
provare stupore?
Perché rimanere indignati dalle esaltazioni della
sacerdotessa Binetti, non possiamo davvero aspettarci nulla di
diverso da chi sostiene che si debbano curare gli omosessuali
(che a me suona tale e quale a “bruciamo le streghe” o “la terra
è piatta”). Chiariamolo una volta per tutte, a noi donne
l’aborto non piace, non lo facciamo per leggerezza o perché
siamo “inconsapevoli del dono della vita che nasce in noi”…
siamo assolutamente coscienti di questo così come lo siamo del
fatto che il nostro corpo è l’unico modo in cui quella vita
potrà svilupparsi, il nostro “sì” è l’unico intermediario tra la
vita in potenza e la sua realizzazione. Il nostro “sì” è
l’inizio di una relazione. Per questo quel “sì” non può esserci
estorto. Ancor meno facendo entrare movimenti paravaticani nei
nostri consultori, con licenza di violentarci psicologicamente
mostrandoci foto di feti morti, recitare rosari o parlarci per
convincerci a non abortire… per renderci “consapevoli”, dicono…
beh, noi donne siamo consapevoli da un pezzo.
E soprattutto, noi non possiamo accettare che
possa essere messo in discussione il ruolo o la professionalità
delle operatrici e degli operatori che ogni giorno lavorano per
garantire che i consultori rimangano degli spazi laici,
efficienti, nonostante l’indebolimento delle risorse ad essi
destinate. Ma se sostenessimo che la legge 194/78 ha davvero
eliminato l’aborto clandestino diremmo una fesseria.
L’aborto clandestino sopravvive in diverse forme,
specie al sud, nelle città dove i medici obiettori si rifiutano
di uscire allo scoperto negli ospedali pubblici (ma sono pronti
ad invitarti dove operano privatamente), tra le donne straniere
che non conoscono i loro diritti, e tra le giovani. I nuovi
ferri da calza si chiamano Cytotec, un farmaco di successo
grazie al passaparola ed internet dove sui siti le giovani
ragazze adolescenti (ma non solo) si scambiano consigli su
quante pastiglie utilizzare per provocare l’aborto, senza finire
emorragiche negli ospedali dove i molti ricoveri non sono che la
punta dell’iceberg di una terribile consuetudine sulla quale
abbiamo il dovere di intervenire, e soprattutto di non
nascondere. Di nuovo una questione di genere, di nuovo una
questione di classe, mica tanto diversa da quando le signorine
della buona borghesia partivano per certi viaggi all’estero…
Quindi siamo pronte, parliamo pure di riprendere in mano la
Legge 194/78, ma per favore asteniamoci da derive confessionali,
così come da controproducenti alzate di scudi che non rendono
giustizia alla realtà.
Eccome se vogliamo discutere! Discutiamo di come
potenziare i nostri consultori, perché possano davvero dare
risposte efficienti, a partire dal sostegno psicologico prima e
dopo l’intervento.
Interveniamo perché si possa interrompere la
gravidanza in tutte le strutture. Perché le donne straniere
possano essere adeguatamente informate sui loro diritti. E
soprattutto sbrighiamoci a realizzare in tutte le scuole dei
veri programmi di educazione sessuale. Applichiamo l’articolo 15
della legge e quindi riapriamo la discussione sulla possibilità
di abortire chimicamente. Siamo pronti a parlare di interruzione
di gravidanza. Siamo pronte a parlarne, con tutto il nostro
corpo, la nostra mente e il nostro cuore. Con tutta la nostra
consapevolezza. |