Una strettoia difficile

Lo snodo della
riforma elettorale

di Maurizio Musolino

Da "La Rinascita della Sinistra"
del 20 dicembre 2007

 

La riforma del sistema elettorale è sempre più una cartina tornasole utile per comprendere cosa cova sotto le ceneri di un quadro politico - al centro come a destra e sinistra - gravemente ammalato.

Dietro la “bozza Bianco” si nasconde infatti la voglia di Veltroni e Berlusconi, nemmeno troppo celata, di abbandonare un sistema bipolare, elemento che ha caratterizzato le ultime tornate elettorali dalla fine della prima Repubblica ad oggi, per abbracciare un bipartitismo all’italiana, del tutto imperfetto, che potrebbe consegnare il governo del Paese ad una forza del 25%. Il tutto, come spesso avviene, nel nome della governabilità e del bene nazionale.

A fare da battistrada in questa direzione è stato il neoleader del Partito democratico. Veltroni ha più volte ribadito la sua intenzione di liberarsi dei lacci e laccioli rappresentati dalle forze di sinistra (Comunisti italiani in testa) che a suo dire impedirebbero la possibilità di sviluppare politiche di “modernizzazione”. Qual è la modernità che ha in testa il sindaco di Roma, non è difficile indovinare, e anche in questo caso a pensar male non si fa certamente peccato. Il progetto di Veltroni è quello di liquidare in Italia qualsiasi embrione di lotta di classe per trasformare le classi sociali in cittadini consumatori. In questo modo i compagni di lavoro dei cinque operai della ThyssenKrupp e quell’allegra combriccola che risponde al nome di Confindustria uguali sono, con buona pace di chi - come i comunisti - all’alba del nuovo millennio si ostina a chiedere diritti e dignità per un mondo del lavoro sempre più clandestino nella condizione effettiva e nella visibilità pubblica: un progetto già ben avviato in Europa grazie alle eccellenze di Blair in Inghilterra e della Ségolène Royal in Francia. Fin qui quello che il Walter nazionale può ammettere. Meno confessabile è invece il terrore di vedere respinto dall’elettorato quell’innaturale progetto di unità che porta il nome di Partito democratico, che mette insieme parte della tradizione laica e progressista con settori clerical-conservatori. Risultato: la paralisi di qualsiasi riforma nel campo dei diritti della persona.

Dal canto suo le motivazioni di Berlusconi non sono molto diverse. Anche lui, certamente con una maggiore dose di coerenza, vuole veder sparire qualsiasi ombra di conflitto sociale. Anche lui attraverso il bipartitismo vorrebbe emanciparsi da alleati a volte troppo tiepidi nel difendere i suoi personali interessi. Infine, anche l’eventuale forza politica che Berlusconi vorrebbe far uscire dal suo cilindro dovrebbe passare per il vaglio di un elettorato che potrebbe dimostrarsi stanco di concedere fiducia a chi in questi anni ha pensato esclusivamente ai propri affari. Ma bastano queste ragioni per giustificare il vergognoso accordo che il Pd ricerca da settimane con Berlusconi? In parte sì, ma non del tutto. Resta un mistero comprendere perché la leadership del Partito democratico abbia voluto ridare respiro ad un Berlusconi sconfitto e in un angolo, dopo l’approvazione in Senato della Finanziaria. Non si comprende come, quello che resta della tradizione democratica e antifascista del nostro Paese, possa cercare pastette con il principale corruttore della nazione, e le ultime inchieste sono lì per ricordarcelo.

In questo contesto, altissima è la responsabilità che grava sulle spalle delle forze di sinistra. Ancora una volta queste, a partire da quelle di tradizione comunista, sono chiamate a difendere la democrazia, e non si tratta di parole enfatiche o di maniera. Far cadere da sinistra questo governo sarebbe un atto irresponsabile. Consegnerebbe ambiguità e indeterminatezza ad una crisi voluta e pilotata da ben altri settori. Tuttavia, ugualmente difficile è senza dubbio continuare a sostenere un esecutivo - che pur ha realizzato in questi mesi importanti risultati - sempre più oggi nelle mani dei poteri forti, siano questi di volta in volta il Vaticano, gli Stati Uniti e il capitale economico e industriale. Abbiamo davanti una strettoia difficile. Una strettoia che ci impone di perseguire con maggiore caparbietà la strada - approvata in tutti i congressi del Pdci - dell’unità e della confederazione della sinistra. Ci attendono scelte difficili, lungo una strada lastricata di problemi e di incognite. Scelte che richiedono nervi saldi e unità, fuori e dentro il partito. Non possiamo deludere e tradire proprio quel mondo del lavoro che altri vorrebbero cancellare dalla storia.



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