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La riforma del sistema elettorale è sempre più
una cartina tornasole utile per comprendere cosa cova sotto le
ceneri di un quadro politico - al centro come a destra e
sinistra - gravemente ammalato.
Dietro la “bozza Bianco” si nasconde infatti la
voglia di Veltroni e Berlusconi, nemmeno troppo celata, di
abbandonare un sistema bipolare, elemento che ha caratterizzato
le ultime tornate elettorali dalla fine della prima Repubblica
ad oggi, per abbracciare un bipartitismo all’italiana, del tutto
imperfetto, che potrebbe consegnare il governo del Paese ad una
forza del 25%. Il tutto, come spesso avviene, nel nome della
governabilità e del bene nazionale.
A fare da battistrada in questa direzione è stato
il neoleader del Partito democratico. Veltroni ha più volte
ribadito la sua intenzione di liberarsi dei lacci e laccioli
rappresentati dalle forze di sinistra (Comunisti italiani in
testa) che a suo dire impedirebbero la possibilità di sviluppare
politiche di “modernizzazione”. Qual è la modernità che ha in
testa il sindaco di Roma, non è difficile indovinare, e anche in
questo caso a pensar male non si fa certamente peccato. Il
progetto di Veltroni è quello di liquidare in Italia qualsiasi
embrione di lotta di classe per trasformare le classi sociali in
cittadini consumatori. In questo modo i compagni di lavoro dei
cinque operai della ThyssenKrupp e quell’allegra combriccola che
risponde al nome di Confindustria uguali sono, con buona pace di
chi - come i comunisti - all’alba del nuovo millennio si ostina
a chiedere diritti e dignità per un mondo del lavoro sempre più
clandestino nella condizione effettiva e nella visibilità
pubblica: un progetto già ben avviato in Europa grazie alle
eccellenze di Blair in Inghilterra e della Ségolène Royal in
Francia. Fin qui quello che il Walter nazionale può ammettere.
Meno confessabile è invece il terrore di vedere respinto
dall’elettorato quell’innaturale progetto di unità che porta il
nome di Partito democratico, che mette insieme parte della
tradizione laica e progressista con settori
clerical-conservatori. Risultato: la paralisi di qualsiasi
riforma nel campo dei diritti della persona.
Dal canto suo le motivazioni di Berlusconi non
sono molto diverse. Anche lui, certamente con una maggiore dose
di coerenza, vuole veder sparire qualsiasi ombra di conflitto
sociale. Anche lui attraverso il bipartitismo vorrebbe
emanciparsi da alleati a volte troppo tiepidi nel difendere i
suoi personali interessi. Infine, anche l’eventuale forza
politica che Berlusconi vorrebbe far uscire dal suo cilindro
dovrebbe passare per il vaglio di un elettorato che potrebbe
dimostrarsi stanco di concedere fiducia a chi in questi anni ha
pensato esclusivamente ai propri affari. Ma bastano queste
ragioni per giustificare il vergognoso accordo che il Pd ricerca
da settimane con Berlusconi? In parte sì, ma non del tutto.
Resta un mistero comprendere perché la leadership del Partito
democratico abbia voluto ridare respiro ad un Berlusconi
sconfitto e in un angolo, dopo l’approvazione in Senato della
Finanziaria. Non si comprende come, quello che resta della
tradizione democratica e antifascista del nostro Paese, possa
cercare pastette con il principale corruttore della nazione, e
le ultime inchieste sono lì per ricordarcelo.
In
questo contesto, altissima è la responsabilità che grava sulle
spalle delle forze di sinistra. Ancora una volta queste, a
partire da quelle di tradizione comunista, sono chiamate a
difendere la democrazia, e non si tratta di parole enfatiche o
di maniera. Far cadere da sinistra questo governo sarebbe un
atto irresponsabile. Consegnerebbe ambiguità e indeterminatezza
ad una crisi voluta e pilotata da ben altri settori. Tuttavia,
ugualmente difficile è senza dubbio continuare a sostenere un
esecutivo - che pur ha realizzato in questi mesi importanti
risultati - sempre più oggi nelle mani dei poteri forti, siano
questi di volta in volta il Vaticano, gli Stati Uniti e il
capitale economico e industriale. Abbiamo davanti una strettoia
difficile. Una strettoia che ci impone di perseguire con
maggiore caparbietà la strada - approvata in tutti i congressi
del Pdci - dell’unità e della confederazione della sinistra. Ci
attendono scelte difficili, lungo una strada lastricata di
problemi e di incognite. Scelte che richiedono nervi saldi e
unità, fuori e dentro il partito. Non possiamo deludere e
tradire proprio quel mondo del lavoro che altri vorrebbero
cancellare dalla storia. |