La Sinistra il futuro

«Una nuova
speranza»

Intervista al presidente del Pdci, Antonino Cuffaro

di Giampiero Cazzato

Da "La Rinascita della Sinistra"
del 13 dicembre 2007

 

«Non sono comunista per difendere semplicemente una posizione di principio, ancorché giusta e iscritta a grandi lettere nella storia di questo paese. Sono comunista per lavorare ad un disegno alto di mutamento della società italiana, per tentare di fermarne l’americanizzazione, per ridare coscienza della propria forza ai proletari di ieri e di oggi». Con poche e suggestive parole Antonino Cuffaro ti mostra una strada da percorrere e quella già percorsa: la strada dei comunisti italiani, una forza che non si arrende all’idea che viviamo nel migliore dei mondi possibili, che pensa che il capitalismo non sia il capolinea della storia. Un partito che agisce e si muove sulla scena come una forza di governo. Col presidente del Pdci parliamo della fase politica, delle tensioni interne alla maggioranza, del progetto unitario a sinistra.

Una prima considerazione: come leggi l’intervista di Bertinotti a Repubblica ed il vespaio di polemiche che ha sollevato?

Siamo in un momento delicato in cui si avvia concretamente il processo di unità a sinistra. Bertinotti con la sua intervista tocca indubbiamente argomenti urgenti e scottanti - salari, tasse, precariato - coglie disagi acutissimi ed errori del governo Prodi, veri ed intollerabili. Noi stessi abbiamo reagito con fermezza al ricatto di Dini, al successivo cedimento del governo sul welfare e all’offesa fatta alla Camera con la fiducia. Non a caso parliamo di nuova fase nei rapporti interni alla coalizione e rispetto all’azione e ai programmi di governo. Ma da questo a sottoscrivere una sentenza di fallimento del centrosinistra ce ne vuole! C’è il rischio che una mossa tattica fuori misura sconvolga una strategia e disegni di lungo respiro e finisca per costringere la sinistra all’isolamento per negarle la possibilità di partecipare alla guida del paese (e con essa ai lavoratori) per generazioni. Ci sono dei punti fermi da tenere sempre ben presenti. Uno di questi è la pericolosità della destra. Malgrado l’apparente disgregazione (dovuta certamente alla tenuta del governo di centrosinistra), gli insulti, le contumelie tra i vari leader di quello schieramento, la destra è pronta a ricomporsi. Sottovalutarla - e dare persino credito a Berlusconi per le riforme - sarebbe un errore gravissimo che il paese finirebbe per scontare.

Bertinotti sostiene il diritto del Pd «di allearsi con chi vuole» purché sia garantito alla sinistra «il diritto di tornare all’opposizione». Per fare questo pare sarebbe pronto anche ad un governo tecnico....

Oggi qualsiasi alternativa (sia essa un governo istituzionale o lo scioglimento della Camere o, ancora, le paradossali spinte al Pd per nuove alleanze a destra) sarebbe peggiore del mantenimento di un governo in cui, comunque, la sinistra ha un peso. In questo anno e mezzo abbiamo ottenuto dei risultati che non si possono gettare a mare e che consentono ora di impegnarsi ed esigere che si vada incontro alle istanze dei lavoratori, alle richieste del sindacato, alle attese dei movimenti. Siamo ad un terzo della legislatura, l’obiettivo deve essere quello di costringere la maggioranza a rispettare le promesse di rinnovamento che ha fatto all’elettorato e al popolo italiano. Occorre, inoltre, intervenire sul caro vita che erode stipendi e salari. In questo rilancio degli obiettivi programmatici del governo un forte impulso può venire dalla stessa unità a sinistra.

Unità della sinistra. Lo sforzo per arrivare a questo punto è stato grande. Ma per fare cosa?

Unità non è solo la ricerca di una “massa critica” per la sopravvivenza. Sarebbe ben poca cosa. L’unità è necessaria per riportare in questo paese una nuova speranza e per riaprire la strada, attraverso le lotte e la battaglie delle idee, ad una forza capace di conquistare ed esercitare egemonia. Il nostro cimento è la costruzione di una sinistra maggioritaria che abbia non solo l’ambizione, ma l’effettivo consenso per candidarsi alla guida del paese.

Insomma una “sinistra di lotta e di governo” per usare una vecchia e storica parola d’ordine del Pci?

Ci sono obiettivi immediati da raggiungere, che sollevino le condizioni materiali di chi in questo momento è sottoposto a un massacro sociale, di chi lavora con la morte accanto, ma è anche necessario riaprire il conflitto sui grandi temi, della cultura, della pace, della comunicazione di massa e sulla sua influenza nel formarsi del “senso comune”, sulle caratteristiche della nostra democrazia, puntando sulle energie delle forze del lavoro, sulle potenzialità intellettuali del paese e soprattutto sulla carica rigeneratrice della nuove generazioni.

Siamo arrivati all’appuntamento dell’8 e 9 dicembre forti di una idea che ci accompagna da sempre, quella della costruzione di una forza unitaria, plurale e federata. Si può dire “ce l’abbiamo fatta?”.

Sì, si può. L’unità che va prendendo forma è l’unità oggi possibile, che rispetta storia, identità, simboli di tutte le componenti, una sinistra che si aggreghi sulla base di valori, idee comuni e soprattutto di un programma che riprenda il tema di un nuovo sviluppo della democrazia italiana e che affronti non solo il problema delle modifiche strutturali da introdurre nella società, ma, anche, punti alla riforma morale ed intellettuale del paese.

La nascita del Pd e il conseguente annullamento dei Ds ha provocato un vero e proprio terremoto. Nasce una forza dalla forte impronta moderata. Eppure, paradosso non di poco conto, molti uomini e donne della sinistra hanno scelto di entrare in quel soggetto politico.

Auguro ogni bene, nell’area che si è scelto, al Pd, ma a chi, sfiduciato, si è adattato ad entrare in una formazione moderata senza esserlo dobbiamo dare la prova attraverso la nostra unità e le nostre idee, attraverso la nostra capacità egemonica, che una strada diversa si può battere e chiedere allora a chi - insisto- moderato non è di unirsi a noi per un grande disegno di vero rinnovamento, che i moderati in tutte le epoche non hanno mai saputo dare a questo paese. Per questo non occorrono colpi di testa e tatticismi. Lungo questa strada occorre agire con grande equilibrio e saggezza; unità interna e rafforzamento del nostro partito compresi.

Legge elettorale. È il convitato permanente al tavolo del dibattito politico, motivo di tensioni e forzature. Si cercano altrove modelli elettorali, qualcuno di questi è fatto apposta per tenere la sinistra fuori dal governo per i prossimi decenni. Le posizioni nei partiti e dentro gli stessi partiti sono molteplici e contrastanti. C’è l’ombra di un referendum pericoloso all’orizzonte ma non meno pericolosi sono i tentativi di cancellare le forze “minori”.

È una questione essenziale anche perché è necessario contrastare la campagna martellante che si sta conducendo nel paese contro le forze minori, in realtà contro di noi. Sarebbe lungo descrivere quante volte la nostra presenza nelle istituzioni ha impedito errori gravi ed ha saputo proporre soluzioni a problemi che altrimenti sarebbero stati ignorati o peggio ancora calpestati. È essenziale che la legge elettorale sia proporzionale, nel rispetto pieno del disegno originale della Carta costituzionale. Le esercitazioni di ingegneria del voto possono, io credo, concludersi perché in alcune regioni italiane abbiamo buoni esempi di leggi elettorali che consentono la governabilità, il rispetto delle minoranze, la preventiva indicazione dei candidati alla presidenza, la formazione delle coalizioni di governo sulla base di programmi sottoposti al vaglio dell’elettorato.

Sulle legge elettorale Prodi, con un po’ di ritardo in verità, ha deciso di intervenire...

Il presidente del Consiglio non può restare neutrale su questo problema. Deve, anzi, impegnarsi decisamente. Fra l’altro egli sa o deve sapere che chi lavora contro di noi lavora anche contro il suo governo.


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