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«Non sono comunista per difendere semplicemente
una posizione di principio, ancorché giusta e iscritta a grandi
lettere nella storia di questo paese. Sono comunista per
lavorare ad un disegno alto di mutamento della società italiana,
per tentare di fermarne l’americanizzazione, per ridare
coscienza della propria forza ai proletari di ieri e di oggi».
Con poche e suggestive parole Antonino Cuffaro ti mostra una
strada da percorrere e quella già percorsa: la strada dei
comunisti italiani, una forza che non si arrende all’idea che
viviamo nel migliore dei mondi possibili, che pensa che il
capitalismo non sia il capolinea della storia. Un partito che
agisce e si muove sulla scena come una forza di governo. Col
presidente del Pdci parliamo della fase politica, delle tensioni
interne alla maggioranza, del progetto unitario a sinistra.
Una prima considerazione: come leggi
l’intervista di Bertinotti a Repubblica ed il vespaio di
polemiche che ha sollevato?
Siamo in un momento delicato in cui si avvia
concretamente il processo di unità a sinistra. Bertinotti con la
sua intervista tocca indubbiamente argomenti urgenti e scottanti
- salari, tasse, precariato - coglie disagi acutissimi ed errori
del governo Prodi, veri ed intollerabili. Noi stessi abbiamo
reagito con fermezza al ricatto di Dini, al successivo cedimento
del governo sul welfare e all’offesa fatta alla Camera con la
fiducia. Non a caso parliamo di nuova fase nei rapporti interni
alla coalizione e rispetto all’azione e ai programmi di governo.
Ma da questo a sottoscrivere una sentenza di fallimento del
centrosinistra ce ne vuole! C’è il rischio che una mossa tattica
fuori misura sconvolga una strategia e disegni di lungo respiro
e finisca per costringere la sinistra all’isolamento per negarle
la possibilità di partecipare alla guida del paese (e con essa
ai lavoratori) per generazioni. Ci sono dei punti fermi da
tenere sempre ben presenti. Uno di questi è la pericolosità
della destra. Malgrado l’apparente disgregazione (dovuta
certamente alla tenuta del governo di centrosinistra), gli
insulti, le contumelie tra i vari leader di quello schieramento,
la destra è pronta a ricomporsi. Sottovalutarla - e dare persino
credito a Berlusconi per le riforme - sarebbe un errore
gravissimo che il paese finirebbe per scontare.
Bertinotti sostiene il diritto del Pd «di
allearsi con chi vuole» purché sia garantito alla sinistra «il
diritto di tornare all’opposizione». Per fare questo pare
sarebbe pronto anche ad un governo tecnico....
Oggi qualsiasi alternativa (sia essa un governo
istituzionale o lo scioglimento della Camere o, ancora, le
paradossali spinte al Pd per nuove alleanze a destra) sarebbe
peggiore del mantenimento di un governo in cui, comunque, la
sinistra ha un peso. In questo anno e mezzo abbiamo ottenuto dei
risultati che non si possono gettare a mare e che consentono ora
di impegnarsi ed esigere che si vada incontro alle istanze dei
lavoratori, alle richieste del sindacato, alle attese dei
movimenti. Siamo ad un terzo della legislatura, l’obiettivo deve
essere quello di costringere la maggioranza a rispettare le
promesse di rinnovamento che ha fatto all’elettorato e al popolo
italiano. Occorre, inoltre, intervenire sul caro vita che erode
stipendi e salari. In questo rilancio degli obiettivi
programmatici del governo un forte impulso può venire dalla
stessa unità a sinistra.
Unità della sinistra. Lo sforzo per arrivare a
questo punto è stato grande. Ma per fare cosa?
Unità non è solo la ricerca di una “massa
critica” per la sopravvivenza. Sarebbe ben poca cosa. L’unità è
necessaria per riportare in questo paese una nuova speranza e
per riaprire la strada, attraverso le lotte e la battaglie delle
idee, ad una forza capace di conquistare ed esercitare egemonia.
Il nostro cimento è la costruzione di una sinistra maggioritaria
che abbia non solo l’ambizione, ma l’effettivo consenso per
candidarsi alla guida del paese.
Insomma una “sinistra di lotta e di governo”
per usare una vecchia e storica parola d’ordine del Pci?
Ci sono obiettivi immediati da raggiungere, che
sollevino le condizioni materiali di chi in questo momento è
sottoposto a un massacro sociale, di chi lavora con la morte
accanto, ma è anche necessario riaprire il conflitto sui grandi
temi, della cultura, della pace, della comunicazione di massa e
sulla sua influenza nel formarsi del “senso comune”, sulle
caratteristiche della nostra democrazia, puntando sulle energie
delle forze del lavoro, sulle potenzialità intellettuali del
paese e soprattutto sulla carica rigeneratrice della nuove
generazioni.
Siamo arrivati all’appuntamento dell’8 e 9
dicembre forti di una idea che ci accompagna da sempre, quella
della costruzione di una forza unitaria, plurale e federata. Si
può dire “ce l’abbiamo fatta?”.
Sì, si può. L’unità che va prendendo forma è
l’unità oggi possibile, che rispetta storia, identità, simboli
di tutte le componenti, una sinistra che si aggreghi sulla base
di valori, idee comuni e soprattutto di un programma che
riprenda il tema di un nuovo sviluppo della democrazia italiana
e che affronti non solo il problema delle modifiche strutturali
da introdurre nella società, ma, anche, punti alla riforma
morale ed intellettuale del paese.
La nascita del Pd e il conseguente
annullamento dei Ds ha provocato un vero e proprio terremoto.
Nasce una forza dalla forte impronta moderata. Eppure, paradosso
non di poco conto, molti uomini e donne della sinistra hanno
scelto di entrare in quel soggetto politico.
Auguro ogni bene, nell’area che si è scelto, al
Pd, ma a chi, sfiduciato, si è adattato ad entrare in una
formazione moderata senza esserlo dobbiamo dare la prova
attraverso la nostra unità e le nostre idee, attraverso la
nostra capacità egemonica, che una strada diversa si può battere
e chiedere allora a chi - insisto- moderato non è di unirsi a
noi per un grande disegno di vero rinnovamento, che i moderati
in tutte le epoche non hanno mai saputo dare a questo paese. Per
questo non occorrono colpi di testa e tatticismi. Lungo questa
strada occorre agire con grande equilibrio e saggezza; unità
interna e rafforzamento del nostro partito compresi.
Legge elettorale. È il convitato permanente al
tavolo del dibattito politico, motivo di tensioni e forzature.
Si cercano altrove modelli elettorali, qualcuno di questi è
fatto apposta per tenere la sinistra fuori dal governo per i
prossimi decenni. Le posizioni nei partiti e dentro gli stessi
partiti sono molteplici e contrastanti. C’è l’ombra di un
referendum pericoloso all’orizzonte ma non meno pericolosi sono
i tentativi di cancellare le forze “minori”.
È una questione essenziale anche perché è
necessario contrastare la campagna martellante che si sta
conducendo nel paese contro le forze minori, in realtà contro di
noi. Sarebbe lungo descrivere quante volte la nostra presenza
nelle istituzioni ha impedito errori gravi ed ha saputo proporre
soluzioni a problemi che altrimenti sarebbero stati ignorati o
peggio ancora calpestati. È essenziale che la legge elettorale
sia proporzionale, nel rispetto pieno del disegno originale
della Carta costituzionale. Le esercitazioni di ingegneria del
voto possono, io credo, concludersi perché in alcune regioni
italiane abbiamo buoni esempi di leggi elettorali che consentono
la governabilità, il rispetto delle minoranze, la preventiva
indicazione dei candidati alla presidenza, la formazione delle
coalizioni di governo sulla base di programmi sottoposti al
vaglio dell’elettorato.
Sulle legge elettorale Prodi, con un po’ di
ritardo in verità, ha deciso di intervenire...
Il
presidente del Consiglio non può restare neutrale su questo
problema. Deve, anzi, impegnarsi decisamente. Fra l’altro egli
sa o deve sapere che chi lavora contro di noi lavora anche
contro il suo governo. |