Giustizia

La repressione
non dà sicurezza

di Silvio Crapolicchio

Da "La Rinascita della Sinistra"
del 15 novembre 2007

 

Nel decreto legge sulla sicurezza, varato qualche giorno fa dal Consiglio dei ministri, emergono alcune zone d’ombra che avrebbero avuto bisogno di un maggiore approfondimento, soprattutto in occasione di una adeguata trattazione della problematica da parte del Parlamento.

È chiaro che sull’onda di quanto accaduto a Tor di Quinto fosse da più parti avvertita la necessità di dare una risposta immediata al Paese, ma è altresì chiaro che il complesso problema, oggi di assoluta attualità, vada affrontato a tutto tondo.

Innanzitutto, è necessario un segnale sul piano della certezza della pena ancorché si tratti di un’esigenza che non riguarda soltanto l’orribile fatto di Tor di Quinto, ma qualunque crimine.

Va poi sottolineato come il decreto non possa assumere i contorni di un provvedimento generalizzato e discriminatorio contro i romeni, la stragrande maggioranza dei quali, in Italia, vive una vita assolutamente dignitosa e laboriosa. Certo, molti di loro vivono in baraccopoli come quella di Tor di Quinto o come quelle lungo il Tevere ma, anche in questo caso, il problema non si risolve con un’espulsione generalizzata, né lasciando le famiglie e i bambini senza un tetto, sia pure quello di una baracca fatiscente, perché così si rischia di ottenere l’effetto esattamente contrario a quello auspicato; le baraccopoli vanno invece sostituite con dignitosi centri di accoglienza.

 Intendiamoci, la sicurezza è un tema importante: né di destra né di sinistra. Piuttosto, di destra o di sinistra sono i modi di risolvere il problema. Quanto accaduto a Tor di Quinto ci indigna, ma la politica ha il compito di non generalizzare ipocritamente; il problema sicuramente esiste, ma va affrontato in maniera organica, non soltanto sul piano della repressione, che sembra dettato per lo più dall’onda emotiva, ma anche - e soprattutto - su quello della prevenzione e dell’integrazione.

Scendendo nel dettaglio del provvedimento, risultano piuttosto vaghi e generici i riferimenti ai non meglio precisati motivi di «pubblica sicurezza» o «ordine pubblico» che legittimerebbero l’espulsione del cittadino comunitario, con il grave e intollerabile rischio di espulsioni indiscriminate, come populisticamente da sempre chiede la destra, a danno di chi semplicemente si trovi in situazione di indigenza, senza tuttavia avere alcuna propensione a delinquere.

Sarebbe stato opportuno – al di là della puntuale definizione dei motivi “imperativi” di pubblica sicurezza – fornire una definizione più circostanziata di questi concetti, così come sanciti e garantiti dalla direttiva comunitaria n.38 del 2004 e dai principi fondamentali del nostro ordinamento in tema di tipicità delle fattispecie restrittive.

Non a caso, la stessa direttiva citata chiarisce che «l’allontanamento dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari per motivi d’ordine pubblico o di pubblica sicurezza costituisce una misura che può nuocere gravemente alle persone che, essendosi avvalse dei diritti e delle libertà loro conferite dal trattato, si siano effettivamente integrate nello Stato membro ospitante»; di questi criteri e della loro ponderazione non vi è al momento traccia nel decreto legge in questione.

Tra l’altro, la direttiva prosegue chiarendo che: «quanto più forte è l’integrazione dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari nello Stato membro ospitante, tanto più elevata dovrebbe essere la protezione contro l’allontanamento. Soltanto in circostanze eccezionali, qualora vi siano motivi imperativi di pubblica sicurezza, dovrebbe essere presa una misura di allontanamento nei confronti di cittadini dell’Unione che hanno soggiornato per molti anni nel territorio dello Stato membro ospitante».

In buona sostanza, in una materia così delicata, è di fondamentale importanza ridurre al minimo il margine interpretativo delle norme da parte dell’autorità amministrativa, ponendo la misura dell’allontanamento coattivo quale misura restrittiva di carattere eccezionale da utilizzare soltanto per fattispecie di reato assai rilevanti e in modo, comunque, non discriminatorio contro questa o quella particolare etnia; il tutto, ovviamente – e si tratta di uno dei principali aspetti dei quali dovrà occuparsi il Parlamento – sulla base di un serio e attento vaglio dell’autorità giurisdizionale. Il decreto legge in questione non soltanto non sembra tenere conto di questo problema, ma probabilmente non tiene neppure conto di tutte le prescrizioni comunitarie menzionate nella direttiva, oltre che dei principi fondamentali in materia di tutela dei diritti umani. Soltanto tenendo conto dei più profondi valori fin qui menzionati, tuttavia, il provvedimento in esame potrà porre principi di diritto idonei a garantire adeguate risposte al Paese in tema di sicurezza e tutela dell’ordine pubblico e, nel contempo, a rafforzare una cultura dell’integrazione e della solidarietà degna di un Paese civile e indenne da censure di incostituzionalità.



GIUSTIZIA
L’impegno a chiudere la parentesi Castelli
di Silvio Crapolicchio
da "La Rinascita della Sinistra"

Su misura per gli amici
di Sergio Pastore Alinante
da "La Rinascita della Sinistra"