PENSIONI E PRECARIATO

Operazione verità sul balletto delle pensioni

di Gianni Pagliarini

Da "La Rinascita della Sinistra"
del 26 luglio 2007

 

            Si è chiuso un confronto difficile, iniziato lo scorso agosto sotto l’ombrellone e disseminato via via di trappole. Alla fine ci troviamo di fronte ad un accordo deludente, figlio di un allarmismo ingiustificato riguardo alla dimensione finanziaria del problema previdenziale e con la sottovalutazione delle ricadute sociali. Non si tratta di soffermarsi, in questa sede, sulle particolarità tecniche dell’intesa; lanciamo piuttosto una sfida a tutta la maggioranza di centrosinistra al fine di ragionare assieme sul significato politico dell’accordo, rapportandone gli esiti alle aspettative coltivate tra i lavoratori in questi mesi. Mi chiedo: che filosofia sottintende l’intesa ? E ancora: è in grado di raccogliere le istanze di cambiamento manifestate dal nostro popolo ? Risponde alla sacrosanta rivendicazione di risarcimento sociale dopo cinque anni di berlusconismo ?

Partire da qui significa mettere a fuoco il tema vero della discussione, anche per dare un senso compiuto alla partecipazione attiva dei Comunisti Italiani alla maggioranza che sostiene il governo. E se scegliamo di condurre un’operazione-verità non possiamo nasconderci l’errore di fondo che ha alimentato l’intera trattativa sulle pensioni: vale a dire l’aver concentrato ogni energia sulla riduzione delle uscite senza ragionare concretamente sull’incremento delle entrate. La trasposizione pratica di tale errore l’abbiamo vissuta giorno dopo giorno scorrendo le agenzie di stampa ricolme di proclami sull’innalzamento dell’età (per posticipare l’accesso alla pensione e spostare in avanti i costi che gravano sull’Inps) mentre un silenzio assordante avvolgeva il tema della precarietà (affrontando il quale sarebbe possibile regolarizzare tanti giovani allargando la platea contributiva). Questo strabismo, ritengo, è alla base dell’insuccesso. E ai danni si aggiungono le beffe, se è vero che gli ispiratori di tanta demagogia, di altrettanti luoghi comuni e, in ultima analisi, della mediazione al ribasso (leggi: il ministro Bonino, l’economista Giavazzi e tutti coloro che da mesi contrappongono i destini dei figli ai diritti dei padri) si proclamano insoddisfatti e qualcuno di loro si permette addirittura di sparare a zero “da destra” sul governo. Se al contrario si fosse scelto di ragionare sull’aumento delle entrate, si sarebbe collocato il tema pensioni in favore della ricostruzione del patto tra generazioni, ribaltando la logica imperante e imponendo alla discussione l’urgenza di affrontare la necessità di allargare la base occupazionale e di aggredire il precariato. Mi si permetta al riguardo una breve digressione: quando in questi mesi è stato gettato nell’arena politica il dramma dei lavoratori precari, di tutti coloro impossibilitati ad immaginare un futuro, quando si è tentato di forzare sui temi impregnati della vita delle persone, lo dico con amarezza, ci siamo sentiti soli.

Ecco perché l’accordo sulle pensioni spicca di più per tutto ciò che non contiene piuttosto che per le misure inadeguate che introduce. Non sono stati dipanati alcuni nodi centrali e indispensabili a riformare davvero il sistema. Pensiamo all’irrisolta separazione tra assistenza e previdenza (che finisce col caricare costi impropri sui lavoratori), alla mancata scelta di alzare le aliquote contributive a chi utilizza lavoro precario con l’obiettivo di renderlo meno conveniente, o alla reiterata penalizzazione del lavoro dipendente che continua a pagare le anomalie del sistema annidate altrove. Basti ricordare che il fondo pensioni dei dirigenti d’azienda ha accumulato, nel 2007, oltre 2 miliardi di deficit; vien da chiedersi retoricamente se è giusto che un impiegato o un operaio paghino con l’innalzamento della loro età previdenziale la cattiva gestione di chi procura pensioni d’oro ad una minoranza privilegiata. In un Paese normale si farebbe quadrato snocciolando le anomalie, finendo con lo scoprire che il fondo pensioni dei lavoratori dipendenti, opportunamente “depurato” dagli altrui svarioni, garantirebbe un attivo di 3 miliardi e cinquecento milioni. Come troppo spesso accade in Italia, si è preferito nascondere la polvere sotto il tappeto, rifiutando un approccio realmente riformista e scegliendo di diluire negli anni la “Maroni” con un meccanismo di quote abbinate ad aumenti rigidi di età anagrafica; introducendo così dalla finestra i discussi “scalini” fatti uscire dalla porta.

Il diritto-dovere dei comunisti era ed è esprimersi su un tema così rilevante. Peraltro noi sappiamo bene che le battaglie necessarie spesso sono quelle più scomode. Alternative non ne esistono, pena il rischio di appiattirci sui peggiori luoghi comuni e rendere un pessimo servizio al Paese e ai lavoratori. Perciò siamo al loro fianco e garantiamo tutto il nostro impegno in Parlamento, a settembre, per modificare in Finanziaria un accordo inadeguato.



Pensioni e Welfare
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dall' "Alto Adige"
del1'8 maggio 2007

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