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Si è chiuso un confronto difficile, iniziato lo
scorso agosto sotto l’ombrellone e disseminato via via di
trappole. Alla fine ci troviamo di fronte ad un accordo
deludente, figlio di un allarmismo ingiustificato riguardo alla
dimensione finanziaria del problema previdenziale e con la
sottovalutazione delle ricadute sociali. Non si tratta di
soffermarsi, in questa sede, sulle particolarità tecniche
dell’intesa; lanciamo piuttosto una sfida a tutta la maggioranza
di centrosinistra al fine di ragionare assieme sul significato
politico dell’accordo, rapportandone gli esiti alle aspettative
coltivate tra i lavoratori in questi mesi. Mi chiedo: che
filosofia sottintende l’intesa ? E ancora: è in grado di
raccogliere le istanze di cambiamento manifestate dal nostro
popolo ? Risponde alla sacrosanta rivendicazione di risarcimento
sociale dopo cinque anni di berlusconismo ?
Partire da qui significa mettere a fuoco il tema
vero della discussione, anche per dare un senso compiuto alla
partecipazione attiva dei Comunisti Italiani alla maggioranza
che sostiene il governo. E se scegliamo di condurre
un’operazione-verità non possiamo nasconderci l’errore di fondo
che ha alimentato l’intera trattativa sulle pensioni: vale a
dire l’aver concentrato ogni energia sulla riduzione delle
uscite senza ragionare concretamente sull’incremento delle
entrate. La trasposizione pratica di tale errore l’abbiamo
vissuta giorno dopo giorno scorrendo le agenzie di stampa
ricolme di proclami sull’innalzamento dell’età (per posticipare
l’accesso alla pensione e spostare in avanti i costi che gravano
sull’Inps) mentre un silenzio assordante avvolgeva il tema della
precarietà (affrontando il quale sarebbe possibile regolarizzare
tanti giovani allargando la platea contributiva). Questo
strabismo, ritengo, è alla base dell’insuccesso. E ai danni si
aggiungono le beffe, se è vero che gli ispiratori di tanta
demagogia, di altrettanti luoghi comuni e, in ultima analisi,
della mediazione al ribasso (leggi: il ministro Bonino,
l’economista Giavazzi e tutti coloro che da mesi contrappongono
i destini dei figli ai diritti dei padri) si proclamano
insoddisfatti e qualcuno di loro si permette addirittura di
sparare a zero “da destra” sul governo. Se al contrario si fosse
scelto di ragionare sull’aumento delle entrate, si sarebbe
collocato il tema pensioni in favore della ricostruzione del
patto tra generazioni, ribaltando la logica imperante e
imponendo alla discussione l’urgenza di affrontare la necessità
di allargare la base occupazionale e di aggredire il precariato.
Mi si permetta al riguardo una breve digressione: quando in
questi mesi è stato gettato nell’arena politica il dramma dei
lavoratori precari, di tutti coloro impossibilitati ad
immaginare un futuro, quando si è tentato di forzare sui temi
impregnati della vita delle persone, lo dico con amarezza, ci
siamo sentiti soli.
Ecco perché l’accordo sulle pensioni spicca di
più per tutto ciò che non contiene piuttosto che per le misure
inadeguate che introduce. Non sono stati dipanati alcuni nodi
centrali e indispensabili a riformare davvero il sistema.
Pensiamo all’irrisolta separazione tra assistenza e previdenza
(che finisce col caricare costi impropri sui lavoratori), alla
mancata scelta di alzare le aliquote contributive a chi utilizza
lavoro precario con l’obiettivo di renderlo meno conveniente, o
alla reiterata penalizzazione del lavoro dipendente che continua
a pagare le anomalie del sistema annidate altrove. Basti
ricordare che il fondo pensioni dei dirigenti d’azienda ha
accumulato, nel 2007, oltre 2 miliardi di deficit; vien da
chiedersi retoricamente se è giusto che un impiegato o un
operaio paghino con l’innalzamento della loro età previdenziale
la cattiva gestione di chi procura pensioni d’oro ad una
minoranza privilegiata. In un Paese normale si farebbe quadrato
snocciolando le anomalie, finendo con lo scoprire che il fondo
pensioni dei lavoratori dipendenti, opportunamente “depurato”
dagli altrui svarioni, garantirebbe un attivo di 3 miliardi e
cinquecento milioni. Come troppo spesso accade in Italia, si è
preferito nascondere la polvere sotto il tappeto, rifiutando un
approccio realmente riformista e scegliendo di diluire negli
anni la “Maroni” con un meccanismo di quote abbinate ad aumenti
rigidi di età anagrafica; introducendo così dalla finestra i
discussi “scalini” fatti uscire dalla porta.
Il diritto-dovere dei comunisti era ed è
esprimersi su un tema così rilevante. Peraltro noi sappiamo bene
che le battaglie necessarie spesso sono quelle più scomode.
Alternative non ne esistono, pena il rischio di appiattirci sui
peggiori luoghi comuni e rendere un pessimo servizio al Paese e
ai lavoratori. Perciò siamo al loro fianco e garantiamo tutto il
nostro impegno in Parlamento, a settembre, per modificare in
Finanziaria un accordo inadeguato. |