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Che non fosse mai stato comunista lo scoprimmo
anni fa e la cosa francamente non stupì quasi nessuno se non
quei soliti, ingenui che si chiedevano come mai uno che non era
mai stato comunista avesse costruito la sua carriera politica
dietro la falce e il martello. Ora scopriamo che Walter non è
nemmeno di sinistra, che è un sincero democratico che piace
sinceramente alla razza padrona. Ora che piaccia ai padroni,
come dice Diliberto «è un problema suo», certo è che sarebbe
stato preferibile che ad apprezzarlo fossero stati i lavoratori
«perché - sottolinea il segretario del Pdci - mentre gli
imprenditori hanno avuto molto da questo governo, i lavoratori
hanno avuto troppo poco e devono recuperare». Ma il Veltroni
leader del Pd ha indirizzato il timone del nuovo soggetto nato
dalla dissolvenza di Margherita e Ds su una rotta che di
sinistra ha poco o nulla. L’uomo non ha gli impacci
postcomunisti di D’Alema e nemmeno quella cultura del
solidarismo cattolico cara agli ex Dc e da questo punto di vista
è quanto di meglio per un partito che nasce sull’assunto della
fine delle ideologie e che si candida a esaurire la politica
italiana sotto un ombrello moderato, condito con qualche
spruzzata di filantropia.
Montezemolo si è spellato le mani per il discorso
del sindaco di Roma e neanche questo stupisce più di tanto.
Entrambi sono uomini immagine, entrambi hanno preso in mano le
rispettive "aziende" (l’uno la Fiat l’altro il Campidoglio)
ridandogli smalto e protagonismo. Hanno rialzato gli utili e le
loro personali quotazioni tra Testarossa e Notti bianche. Uomini
forti che si credono nuovi.
I care, "mi faccio
carico", era lo slogan del congresso Ds che tanti, anni fa portò
Veltroni alla segreteria del partito. Tornato al Lingotto Walter
si fa di nuovo carico. Non di un paese che arranca e che arriva
alla fine del mese con la lingua di fuori. Non di un esercito di
paria che si chiamano precari e disoccupati, non di una riforma
della politica che apra porte e finestre all’apporto della
articolazioni sociali. Nulla di tutto questo. Il buon sindaco si
fa carico dei desiderata del padronato italiano, di un progetto
di società competitivo ed escludente. Ecco allora che il nuovo
leader del Partito democratico spiega, pallottoliere alla mano,
che «è un fatto matematico che si debba allungare l’età
pensionabile», perché «considerando l’allungamento delle
aspettative di vita è normale che in tanti cerchino di
trattenersi di più al lavoro» (alzi la mano chi ha incontrato
uno, uno normale, che si voglia "trattenere" al lavoro). Insomma
non è giusto che si «tuteli chi è già tutelato» e non si pensi
«a chi le tutele non ne ha». Conclusione ovvia di questa
artificiosa contrapposizione tra giovani e pensionati è che le
tutele vanno rivisitate al ribasso per tutti. Nel nuovo
veltronismo non c’è «più spazio per i sogni» (per quelli basta
al massimo l’Estate romana che sarà presto ribattezzata Estate
italiana) ma viene immessa una dose massiccia di decisionismo:
si va dalla Tav che va fatta in barba alle proteste delle
popolazioni locali, alla Finanziaria che una volta discussa in
commissione, «per una elementare razionalizzazione». andrebbe
approvata «in blocco dal Parlamento». Perché il tutto proceda
senza scosse occorre un impianto elettorale ed istituzionale
idoneo. «Oggi - ha detto Veltroni - la maggioranza di governo è
quella uscita dal voto. Domani se ci sarà una legge elettorale
che permetta ai cittadini di scegliere coalizioni omogenee, si
potrà vedere...».
Quel che si potrà vedere è come scaricare la
sinistra per dare vita a maggioranze variabili. Legge elettorale
da una parte e rafforzamento dei poteri del premier dall’altra
sono due pericoli che non basta scongiurare ma che occorre
sconfiggere. Come ? Intanto dando vita il più presto possibile
al processo di unità della sinistra. Poi si vedrà... |