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A sinistra ferve il confronto su un ambizioso
progetto unitario, cui siamo impegnati a dare corpo e sostanza.
Siamo arrivati finalmente al “che fare”, dopo che per tanti anni
il motore del dialogo ha girato a vuoto. Peccheremo forse di
presunzione, ma su questo terreno il Pdci non ha colpe da farsi
perdonare. Il nostro partito si è infatti cimentato a fondo, dal
congresso di Bellaria del 2001, al fine di favorire il confronto
(pensiamo alla proposta della “confederazione”) proprio per non
sacrificare le ragioni dei “contenuti” sull’altare della
sacrosanta difesa dei “contenitori”. Per anni i termini del
problema sono rimasti frastagliati in tanti compartimenti
stagni, finché l’avvento del Partito democratico ha aperto gli
occhi anche ai più scettici.
Il Congresso nazionale dei Comunisti italiani ha
indubbiamente rappresentato il principale crocevia del dialogo
unitario: la convincente analisi proposta da Oliviero Diliberto
per una sinistra “senza aggettivi” ha sortito una pronta
interlocuzione. La prima risposta è arrivata dal capogruppo Prc
al Senato Russo Spena, che ha proposto una “camera di
consultazione” permanente dei gruppi della sinistra al Senato, e
poi da Cesare Salvi, assai persuaso dall’idea di avviare un
percorso all’insegna dell’unità.
Ma dal nostro Congresso è uscito rafforzato anche
il merito di una proposta possibile, vale a dire la “bussola”
indicata dal documento congressuale e rappresentata dalla
centralità del lavoro. Del resto, la vera emergenza che offre un
terreno comune alla sinistra riguarda le condizioni materiali di
lavoro: stiamo parlando della sua organizzazione, dai ritmi fino
agli orari, ma anche di precarietà, di insicurezza e infortuni,
di pensioni e di salario. Stiamo parlando di quell’incertezza
che affligge milioni di lavoratori (più o meno giovani) troppo
spesso impossibilitati ad accendere un mutuo, a programmare una
famiglia, ad arrivare alla fine del mese o anche solo a tornare
a casa sani e salvi la sera.
Eppure, di questa condizione paiono non
accorgersi i promotori del Partito democratico. Ds e Margherita
hanno avviato un processo costituente cui guardiamo col dovuto
rispetto e con grande attenzione; ma prima o poi quel gruppo
dirigente dovrà chiedersi il perché di tanta voglia di sinistra
e dovrà anche rendersi conto di quanto appaia inaccettabile,
agli occhi di larga parte del suo popolo, l’equiparazione tra
impresa e lavoro. Si può andare persino oltre: i promotori del
Pd propongono un salto di qualità, contrapponendo diritti
collettivi e individuali. E ricorrendo a una analisi
“modernamente” interclassista provano a presentarsi agli
elettori potenziali come nuovo “partito del lavoro”. In realtà,
quel progetto entra in cortocircuito con la storia e le esigenze
odierne della sinistra italiana, chiamata a offrire un futuro e
un riscatto a milioni di donne e uomini indeboliti dal
berlusconismo sul terreno delle tutele e della più complessiva
qualità della vita. Basti pensare all’annoso tema del salario:
da quanto tempo denunciamo – spesso inascoltati – il nodo
cruciale della “quarta settimana”? La questione salariale si
tocca con mano nell’iniqua redistribuzione del reddito e anche
nell’imbarazzante confronto con le medie degli stipendi europei.
Su
questo terreno la proposta di legge per un nuovo meccanismo di
indicizzazione salariale, presentata dai Comunisti italiani, è
uno strumento che offriamo a tutta la sinistra in vista di una
battaglia comune: a partire dalla tutela del reddito possiamo
inaugurare una nuova stagione sul grande tema dei diritti. |