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Oliviero Diliberto non sta a Roma per più di due
giorni di seguito. I congressi locali del Pdci lo portano a
girare in lungo e in largo per l’Italia. Il fine settimana lo ha
passato tra Genova e Torino. Stanchezza tanta ma anche la
soddisfazione di rivedere tanti e tanti compagni della
periferia. Un’occasione ghiotta per sentire il polso del
partito. Lo incontriamo a Torino dove ha toccato con mano
l’autorevolezza che i comunisti si sono conquistati sul campo
nelle battaglie politiche e sociali. Partito di lotta e di
governo: sotto la Mole come a Roma, nelle aule parlamentari. In
un equilibrio difficile ma necessario tra i due termini, «un
crinale lungo il quale muoversi cercando di non cascare né da
una parte né dall’altra». Perché, spiega, «anche le istituzioni,
non solo le fabbriche, sono il luogo del conflitto». Da lì si
può lottare ed incidere. Si può parlare al paese, «cercando di
tenere insieme l’elemento dell’unità e quello della diversità».
Una linea di azione che vale tanto per la politica estera quanto
per le vicende italiane. E allora di fronte alla scarsa
iniziativa, al disinteresse del governo per la liberazione
dell’interprete e del mediatore di Emergency che hanno
consentito la liberazione di Mastrogiacomo Diliberto usa parole
forti: «Le vite umane non sono diverse a seconda dell’etnia. Il
governo italiano chieda al governo Karzai, quello in nome del
quale sta in Afghanistan, il rilascio immediato del mediatore
afgano, perché altrimenti saremmo uguali a quelli che diciamo di
voler combattere».
E allora se Montezemolo a nome di Confindustria
chiede che il “tesoretto”, le maggiori entrate fiscali, non vada
disperso in «rivoli», che tradotto vuol dire datelo tutto a noi,
ai padroni, il segretario dei Comunisti italiani ribatte secco
che no, che gli industriali «hanno avuto già abbastanza con la
Finanziaria, 5,5 miliardi di euro di cuneo fiscale e altri 7,7
attraverso il fondo per la competitività. Ora tocca ad altri».
Ora tocca al lavoro, giusto?
Siamo al governo da circa un anno ed è tempo non
solo di risanare, ora si tratta di spendere. Quei soldi in più
non possono servire per l’ulteriore diminuzione del debito. È il
tempo di alzare le pensioni minime, di pensare ai salari. Io
chiedo al governo una nuova fase che rimetta l’esecutivo in
sintonia con un elettorato oggi sfiduciato e stanco. Propongo a
Prodi due missioni: primo, una lotta vera alle ingiustizie
sociali e nel contempo ai privilegi, quei privilegi che, solo
per fare un esempio, permettono a manager mediocri quando non
incapaci di guadagnare decine di milioni di euro; secondo, un
investimento massiccio sulla scuola, l’università, il sapere.
Non stiamo chiedendo il passaggio dei mezzi di produzione dai
capitalisti ai lavoratori, stiamo avanzando proposte riformiste.
Sembra ormai che la parola riformismo altro
non sia che un sinonimo di moderatismo. Eppure c’è stato un
tempo in cui non era così...
Un altro centrosinistra tanti anni fa fece due
riforme di questo tipo. La prima è quella della scuola media
unificata nei primi anni 60, la seconda è lo statuto dei
lavoratori nel 1970. In Italia è tempo di chiarire un equivoco
linguistico. Noi veniamo dipinti come sinistra “radicale” ed è
una cosa che mi fa imbestialire. Gli altri sono o “riformisti” o
sinistra di “governo”. Questa mistificazione linguistica è
passata nel senso comune e noi dobbiamo ribaltarla. Noi, che
siamo comunisti, la sfida delle riforme l’accettiamo. Da che
mondo è mondo riformista è colui che ricerca di estendere i
diritti non certo chi dice sempre sì ai padroni, quello non è
riformismo, è conservazione.
E in questo paese i conservatori spesso si
svelano per veri reazionari.
È l’analisi togliattiana della società italiana,
sviluppata nel dibattito con Croce. Al filosofo, che considera
il ventennio fascista una parentesi nella naturale evoluzione
dell’Italia verso la libertà, Togliatti risponde che la società
italiana ha storicamente pulsioni autoritarie e conservatrici.
Quando la borghesia nostrana vede minacciati i propri interessi
materiali, la “roba” avrebbe detto Verga, non esita un momento a
barattare la democrazia. Queste pulsioni le abbiamo viste
all’opera recentemente. I poteri forti, Confindustria, Stati
Uniti e Vaticano, hanno sferrato un attacco formidabile al
governo Prodi. Altro che Rossi e Turigliatto! I registi erano
altri, in Senato erano rappresentati da Pininfarina, Cossiga e
Andreotti. Volevano far cadere il governo e liberarsi così dei
comunisti. L’esecutivo Prodi, in questo momento storico, negli
attuali rapporti di forza, è dal punto di vista dei comunisti il
più avanzato possibile. Se Prodi dovesse cadere qualunque
soluzione sarebbe peggio. Su questo non ho dubbi.
Segretario la nascita del partito democratico
rappresenta un vero e proprio terremoto politico. Cosa significa
questo evento per la sinistra e per il paese?
Rappresenta la fine di un travaglio durato la
bellezza di 16 anni, dal 1991, anno di scioglimento del Pci. Ed
è un travaglio che non possiamo banalizzare dicendo che era
tutto scritto nella Bolognina. Non è così. La svolta della
Bolognina, che pure noi abbiamo rifiutato, non prevedeva la
fuoriuscita dalla sinistra, ma la costruzione di una formazione
socialista. Insomma l’esito non era affatto scontato ed è il
peggiore possibile. Il partito democratico lo considero un
errore storico, ma paradossalmente è anche la fine di un
equivoco. Mi spiego: per larghi strati popolari il Pds e poi i
Ds altro non erano che la prosecuzione del Pci con altro nome.
Ebbene con il Pd l’equivoco finisce perché nel momento in cui la
leadership, i gruppi dirigenti, gli orientamenti, l’egemonia
culturale di quella formazione non sarà più dei dirigenti che
vengono dalla storia comunista ma, inevitabilmente, il timone
sarà saldamente in mano da chi proviene dal fronte moderato,
molti militanti ed elettori Ds prenderanno atto che non vi è più
nessuna continuità con il passato. La nascita del Pd libera
energie a sinistra, apre spazi, non geometrici ma politici.
Libera un terreno di scontro politico che ha questo titolo:
consentire che la sinistra continui ad esistere in Italia. Il
tema dunque è capire se la sinistra ha la possibilità e la
capacità di rimettersi insieme per contare di più. Perché una
cosa è certa: c’è chi lavora per scaricare la sinistra. Massimo
D’Alema ha sostenuto alcune settimane fa che c’è una sinistra
che non serve. Ma bada, lui non pensava di certo a Rossi e
Turigliatto, bensì a Diliberto e Giordano. L’obiettivo dei
poteri forti, di Confindustria, Vaticano e Stati Uniti – gli
stessi registi dell’operazione che ha portato alla crisi di
governo - è quello di espungere la sinistra e di sostituirci con
i centristi. Oggi non lo possono fare perché non ci sono i
numeri e l’Udc di Casini non basta. È il caso di dire che il
diavolo fa le pentole ma non i coperchi, in questo caso i
numeri.
Insomma se non vuole condannarsi
all’ininfluenza la sinistra deve provare ad unirsi. Sul fatto
che si debba unire dicono tutti di sì, i problemi nascono però
quando si passa a parlare del come.
Analizziamo brevemente le forze in campo.
Rifondazione è divisa e non ha un’unica opinione. Per la prima
volta da anni Bertinotti ha aperto, parlando della famosa “massa
critica”. Ma dentro il Prc Giordano ha chiuso, e ha chiuso con
un’argomentazione che giudico molto bizzarra, che è la classica
argomentazione di chi non può dire no, ma è come se lo dicesse.
Dice Giordano che l’unità va bene, ma deve essere l’unità che
parte dal basso, non può essere l’unità dall’alto. A parte il
fatto che sono anni che in tutte le occasioni possibili il
nostro popolo ci chiede l’unità, voglio sottolineare che nella
storia del mondo l’unità la fanno i gruppi dirigenti, se sono
davvero tali. Se sanno cioè interpretare e dare forma e sostanza
alle richieste del proprio elettorato.
A volte il meglio è nemico del bene. Si parla
di partito unico della sinistra che non è, oggi, nell’ordine
delle cose. Non sarebbe meglio fare quel che si può? Insomma il
tema della confederazione ha delle possibilità?
È quello più logico, più razionale, più
rispettoso della storia e dell’autonomia dei vari soggetti della
sinistra. Ed è la proposta che continuiamo a portare avanti in
maniera lineare e trasparente. È evidente che se l’operazione
unità a sinistra dovesse essere la costruzione di un partito che
si chiama socialista non ci staremo. Noi parliamo di
confederazione perché siamo convinti che le differenze del
Novecento non si possono cancellare. L’unità socialista a noi
non interessa, né oggi né mai. Ma se i diversi soggetti della
sinistra, i comunisti, i socialisti, gli ambientalisti,
accettassero l’idea di un contenitore più ampio in cui si parla
di lavoro e di sinistra, un contenitore in cui si mette il tema
della contraddizione capitale-lavoro come tema unificante,
ebbene noi dobbiamo assolutamente starci ed essere protagonisti.
Tutti insieme, ciascuno restando quello che è. Non mi basta
sventolare la bandiera rossa. Voglio portare a casa i risultati.
Per i lavoratori di questo paese.
A proposito del rosso. Da questo numero il
settimanale sarà full color. Facci gli auguri.
Il giornale è già molto bello e ben fatto. Sarà
tanto più bello perchè farà risaltare il colore delle nostre
bandiere. |