|
Per interpretare meglio quello che è accaduto nei
giorni di questa crisi di governo serve un’analisi che racconti
la realtà per quella che è, e non per quella che appare o,
peggio, per quello che ci vogliono fare apparire.
Come ha più volte giustamente osservato Oliviero
Diliberto, questo governo è il punto di quadro politico più
avanzato. Aggiungo io, in tutta la sua prima fase fino al
fatidico 21 febbraio, veniva indicato (erroneamente) come
fortemente condizionato dalla cosiddetta sinistra radicale, al
punto tale che una pesantissima finanziaria con luci ed ombre è
stata definita addirittura con l’aggettivo di “sovietica”, in
modo tale da prefigurare successivamente una sorta di “fase 2”
in cui ci sarebbe stata una riscossa delle forze moderate della
coalizione. Oggi, dopo aver evitato il rischio di riconsegnare
il Paese a Berlusconi, siamo agli ormai famosi 12 punti del
nuovo governo Prodi. Per questo è utile rimarcare la giustezza
di una scelta che ha evitato di farci percepire dal nostro
popolo come “inguaribili guastatori” che consegnavano le sorti
della nazione a una delle peggiori destre reazionarie, così come
è giusto evidenziare che quei 12 punti, pur essendo generali,
indicano uno spostamento a destra rispetto al programma
dell’Unione.
L’ingresso di Follini nella maggioranza, se da un
lato rappresenta una condizione per andare avanti, dall’altro è
una pericolosa evidenza della virata moderata voluta dai poteri
forti. A questo punto tutto si può fare tranne che accettare
questa condizione come il male minore e traccheggiare sperando
in tempi migliori che di certo non arriveranno. In tal senso la
proposta unitaria di Diliberto, in primo luogo a Rifondazione e
alle altre forze della sinistra, è un passo importante perché ci
può consentire di avere un forza di pressione maggiore sui nodi
da affrontare proprio nei confronti del governo Prodi. In questo
processo, che io considero urgente, dobbiamo insistere sui
contenuti, perché nei confronti del ripiegamento al centro della
maggioranza occorre più movimento, più partecipazione e più
conflitto sociale. Aggiungerei addirittura che quest’anno, il
2007, sarà l’anno cruciale per capire se questa scommessa aveva
e avrà un senso.
Sostenere il nuovo governo in termini non
subordinati e, al tempo stesso, riannodare i fili con i
movimenti prendendo in mano l’agenda del conflitto sociale, sono
le condizioni essenziali per andare avanti. Sara difficile? Sarà
difficilissimo, anche perché dobbiamo scontrarci con il pensiero
unico della globalizzazione capitalistica, secondo cui chi
appoggia una qualunque azione di conflitto sociale o contro la
guerra, si colloca automaticamente contro l’interesse generale.
I lavoratori della Wind di Milano che lottano contro i
licenziamenti non avranno di fronte solo gli interessi di quella
multinazionale ma si dovranno battere contro il “senso comune”
delle “compatibilità”. Chi lotta contro la nuova base Usa a
Vicenza non si confronterà solo contro il potere
dell’imperialismo americano, ma si dovrà confrontare (sic!) con
la follia logica di chi ci racconta che non si possono
disattendere trattati internazionali, siglati quando il mondo
era diviso in due, oppure che non si possono ribaltare gli
accordi dei governi precedenti.
Altro che non fare più cortei, come abbiamo
sentito dire anche da qualche compagno! Dobbiamo combattere
spalla a spalla assieme ai compagni di Rifondazione, della Fiom,
della sinistra sociale e ambientalista al fine di premere anche
sul governo. Qualcuno può dire: oggi non è possibile. Bene,
bisogna fare come se ciò fosse possibile. Non rompere il legame
con il governo, cosi come vuole la grande maggioranza della
nostra gente, e , al tempo stesso, essere con i movimenti in
lotta. Dare cioè sostanza alla nostra partecipazione al
centro-sinistra attraverso l’organizzazione del conflitto. Dalle
manifestazioni per i Dico alla Val di Susa e allo Stretto di
Messina, dal blocco delle ruspe di Vicenza alle lotte contro la
precarietà.
Infine, fare della battaglia sulle pensioni, la
“cartina di tornasole” di questa intera strategia: altro che i
vecchi contro i giovani! Dobbiamo dire a chiare lettere che la
previdenza deve essere pagata con i contributi e che
l’assistenza va pagata con le tasse. E che quindi le spese per
l’assistenza vanno derubricate da quelle per la previdenza,
scoprendo così che il bilancio dell’Inps sarebbe in attivo per
ancora vent’anni; e che le pensioni per i giovani si avranno non
a discapito di chi ha lavorato una vita, ma solo combattendo
realmente la precarietà del lavoro. E, ancora, che la previdenza
privata è la più grossa “porcheria” che si sta preparando, anche
con l’aiuto di qualche pezzo del sindacato più interessato al
business che agli interessi dei lavoratori che dovrebbe
tutelare. E, in ultimo, che la “riforma” adombrata finora si
differenzierebbe da quella di Maroni solo per i tre “scalini” al
posto dello “scalone” di tre anni nel 2008, ma che prevederebbe
lo stesso i 61 anni di pensione d’anzianità nel 2012 ed i 62
anni nel 2014, addirittura con coefficienti ridotti del 6-8%.
Queste sono le battaglie che dobbiamo fare.
Per concludere questa riflessione, non ci si può
nascondere che queste giornate hanno pesato come macigni ed
hanno portato alla luce il problema della rappresentanza reale,
che per un partito comunista al passo con i tempi è la
condizione stessa dell’esistere. Non è infatti un caso che
Rutelli abbia più volte sottolineato che «si può anche cercare
il cambiamento ma non la rappresentanza». Non siamo d’accordo,
il “passaggio sarà stretto” , ma saranno proprio i legami di
massa che ci daranno la forza per continuare la nostra lotta.
 |