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«Siamo qui non per celebrare, non per guardare al
passato, ma, viceversa, per volgere lo sguardo al futuro.
Orgogliosi della nostra storia, delle nostre radici» dice
Oliviero Diliberto di fronte a migliaia di militanti. Cinquemila
persone, cinquemila bandiere rosse che sventolano nell'arena del
teatro Tendastrisce di Roma. E’ sicuramente la più grande
manifestazione del Pdci dalla sua nascita. C’è nell’aria
l’orgoglio di avercela fatta, di aver sfidato tutto e tutti
nella costruzione, nel terzo millennio, di un nuovo partito
comunista. Il Tendastrisce è pieno come un uovo.
Deve essere difficile per Lucia Ioime iniziare
con la presentazione davanti a una platea così gremita e
festante; anche se, a ben vedere, non si lascia prendere
dall’emozione e comincia col ricordare uno dei motivi (e sono
tanti) per i quali, a 86 anni dalla fondazione del Pci, c’è
ancora bisogno dei comunisti: la sicurezza sul lavoro. Lucia
offre un tributo alla memoria di due operai, Andrea Guaita e
Riccardo Azzoni che hanno perso la vita nell’ultimo incidente
mortale sul lavoro, mostrando quanto sia ancora necessario
l’impegno di chi, come i Comunisti italiani, si batte per la
sicurezza dei lavoratori.
Dopo la toccante introduzione, Roberto
Mastrantoni, presidente del VII municipio di Roma (quello che
ospita il Tendastrisce), fa gli onori di casa. «Sui giornali -
dice Mastrantoni - si legge che il Pdci è un partito in crescita
di consensi elettorali. Ma quello che non dicono è che il
partito cresce anche nella società, riesce a proporsi come un
interlocutore per le richieste dei cittadini». Questo, secondo
Roberto, è possibile perché i Comunisti italiani raccolgono
l’eredità del Pci anche nei modi di affrontare i problemi:
«Ricordo bene le riunioni del Pci dove si iniziava a parlare di
politica internazionale per arrivare, con la stessa attenzione,
a trattare anche le questioni locali».
E sull’importanza dell’eredità del Pci inizia
anche l’intervento del professore Luciano Canfora: «Oggi non ci
siamo riuniti per celebrare un partito che non c’è più da 15
anni, ma per riflettere su ciò che quell’esperienza ci ha
insegnato». Nel ripercorrere la storia del Pci, «che è storia di
cambiamento», Canfora si sofferma sulla figura di Antonio
Gramsci: «Dalla nascita del partito, nel 1921, al congresso di
Lione, nel ’26, con la sua intelligenza Gramsci riuscì a
conquistare il consenso attorno alle proprie tesi politiche» che
costituiscono ancora oggi un importante spunto di riflessione.
Canfora, davanti a una platea appassionata e attenta, spiega che
ci sono due linee lungo le quali si è sviluppata negli anni
l’analisi del pensiero gramsciano: da una parte la necessità di
conciliare il comunismo italiano con il marxismo e il leninismo,
e dall’altra «un’operazione politicamente discutibile, quella
che ha posto enfasi sulle specificità delle teorie di Gramsci
sottolineando le differenze con l’esperienza sovietica».
«La Rivoluzione russa fu condotta da uomini
convinti che il capitalismo avesse raggiunto la maturazione
sufficiente per il suo superamento», e Gramsci, animato dalla
stessa convinzione, «spese la propria vita ragionando sulle vie
per realizzare il socialismo». Partendo da queste considerazioni
il professore stimola la riflessione con due domande: «Che altra
scelta avevano i rivoluzionari russi? Perché Gramsci è ancora
importante?». La risposta alla prima domanda ci riporta alle
origini della lotta che ancora oggi i comunisti combattono:
«L’imbarbarimento del conflitto di classe - spiega Canfora -
nasce in quel periodo, e quegli uomini decisero di dare subito
una risposta decisa». Sul il secondo quesito sono diversi i
motivi dell’attualità del pensiero gramsciano; il professore ne
sceglie uno che suona da messaggio per chi, pretendendo di
rifarsi all’eredità di Gramsci, ne distorce il pensiero per i
propri interessi politici: «In un suo scritto Gramsci fa
un’analisi del trasformismo criticando le operazioni con cui il
neo-guelfismo, il mazzinismo e il cavourismo si sono tutti
trovati a convergere al centro. Dubito - conclude Canfora - che
un uomo capace di una simile analisi oggi avrebbe potuto
accettare la nascita del Partito democratico».
Sul palco sale poi Patrizia Lotti, che con la sua
testimonianza di anni di lavoro con contratti a termine è la
dimostrazione di quanto sia fondamentale continuare nella lotta
contro il precariato. «La stabilizzazione dei lavoratori del
pubblico impiego, per cui il Pdci si è impegnato, è
un’importante conquista - dice Patrizia - ma dobbiamo spingere
perché anche nel privato si ottenga lo stesso risultato».
Anche tra i giovani e nelle scuole c’è bisogno
dei comunisti, e a ricordarlo è il giovanissimo Alessandro
Mustillo, presidente della Consulta provinciale degli studenti
di Roma: «In uno scenario in cui il neo-liberismo detta legge
anche nella scuola, con riforme che portano a un sistema in cui
chi ha i soldi può studiare e gli altri devono accontentarsi
della “formazione professionale”, è fondamentale la presenza dei
comunisti per riaffermare il principio che l’istruzione non può
essere un privilegio».
Nel salire sul palco, al segretario brillano gli
occhi dalla gioia. E ringrazia tutti i compagni che hanno
contribuito, il più delle volte nell’ombra, a costruire questo
evento; a partire da Alessandro Pignatiello, coordinatore del
dipartimento Organizzazione del Pdci, che ha seguito passo passo
la realizzazione dell’iniziativa. Le ragioni della soddisfazione
ci sono tutte. Basta guardare i numeri: gli iscritti hanno
sfondato quota 40mila, oltre 10mila tessere nel 2006, 6mila gli
aderenti all’organizzazione giovanile, la Fgci. E poi i
risultati elettorali, in cui «dal 2001 ad oggi siamo sempre
andati avanti»: avanti alle politiche dove si è passati da
600mila voti a 900mila; avanti in Molise, dove, unico partito
del centrosinistra, il Pdci non solo va avanti, ma conquista un
consigliere. Segno della salute del partito, segno della
validità della linea politica che si fonda sul binomio
unità-diversità. «Fuori dal centrosinistra - sottolinea il
segretario - non c’è salvezza per la democrazia e per le classi
popolari. La destra è lacerata e divisa, ma ancora forte».
Unità dunque, perché nel Paese ci sono «forti e
preoccupanti sacche di conservatorismo»; unità perché tra le
forze dell’Unione c’è un dato di fondo, un insieme comune di
valori: «sono le eredi di quelle che hanno combattuto il
fascismo, di quelle che hanno scritto insieme la Costituzione
repubblicana». Il senso forte dell’unità «ce lo portiamo
appresso dalla nascita, da quel cupo ottobre del 1998», quando,
per la scelta di Bertinotti, cadeva il primo governo Prodi.
Un’unità non solo declamata ma praticata, ci tiene a precisare
Diliberto che ricorda come «siamo stati i soli a non candidarci
alle primarie in contrapposizione a Prodi». Ma unità non è, non
può essere, omologazione, e meno che mai subalternità. «Siamo e
saremo leali al governo, ma non schiacciati su di esso»
scandisce tra gli applausi. «La nostra gente ci chiede: “non
litigate, state uniti”, ma ci chiede anche la discontinuità, di
abolire la legge 30, di restituire ai lavoratori e ai pensionati
quel che gli è stato tolto in questi anni. La nostra gente ci
chiede la pace».
Occorre allora premere, «portare il conflitto
anche nella maggioranza, se vogliamo ottenere risultati». Perché
se è vero che il governo «è oggi l’equilibrio più avanzato
possibile», è altresì vero che lacune ed errori non mancano. A
partire dall’ultimo in ordine di tempo, la decisione di dare
disco verde all’allargamento della base americana di Vicenza.
«Noi non ci stiamo - e un boato attraversa il teatro - Si tratta
di una scelta che non solo ferisce la sovranità nazionale, ma è
anche assai pericolosa per la sicurezza». A Prodi, che ha
sostenuto che non si possono non rispettare i patti presi dal
precedente governo, Diliberto ricorda «con tutto il rispetto che
è esattamente il contrario. Noi siamo in Parlamento e al governo
del Paese proprio per ribaltare gli impegni presi da Berlusconi,
per cancellare le leggi vergogna». Dal palco Diliberto lancia
una mobilitazione nazionale contro le basi Usa. Vicenza e
l’Afghanistan sono due facce di una stessa medaglia.
Sull’Afghanistan i Comunisti italiani chiedono di discutere, di
riconsiderare la presenza delle nostre truppe. Serve un forte
segno di discontinuità in vista del rifinanziamento della
missione. «Io non voglio nella maniera più assoluta far cadere
il governo, ma spero che il governo non voglia far cadere sé
stesso. Dico questo per aiutare il governo, non per indebolirlo.
Siamo alla vigilia di elezioni importanti e il rischio è che
torni l’astensionismo di sinistra».
Il rispetto del programma è la condizione prima.
«Il programma è stato sottoscritto da tutti, è su quello che
abbiamo preso i voti che ci hanno mandato al governo. Qualcuno
vuole aumentare l’età pensionabile? Lo doveva dire prima agli
elettori, visto che nel programma non c’è scritto nulla.
Possibile - incalza Diliberto - che su centinaia di pagine di
programma vadano a cercare proprio una cosa che non c’è?».
Conclusione: «siamo lontani dall’andare incontro alle richieste
e alle aspettative di chi ci ha votato, di chi ha pagato sulla
propria pelle i cinque anni terribili del centrodestra».
Richieste, verrebbe da dire, di assoluto buon senso. Richieste
riformiste. E infatti Diliberto smonta la visione caricaturale
della sinistra italiana tra presunti riformisti e presunti
radicali. «Riformisti vuol dire tutto e nulla. Il nodo è quali
riforme e a favore di chi. I riformisti sono quelli che i
diritti li allargano, non quelli che li restringono».
Il Pdci accetta la sfida sul terreno delle
riforme. Un guanto che lancia ai moderati dell’Unione. Due le
proposte che Diliberto sottopone a tutta la coalizione, due le
«missioni»: una lotta alla povertà, alle ingiustizie e,
simmetricamente, ai privilegi, e una gigantesca opera di
investimenti nella scuola, nelle università, nella ricerca.
«Dobbiamo aumentare le pensioni minime e porre la questione
salariale al centro del dibattito politico. Occorre, al
contempo, ridurre drasticamente le retribuzioni dei manager
pubblici, che oltre a guadagnare somme incredibili sono, spesso,
degli incompetenti». Per quel che riguarda la seconda mission
Diliberto propone l’innalzamento dell’obbligo scolastico per
tutti a 16 anni, per poi portarlo a 18 entro fine legislatura.
Obbligo scolastico - precisa - non formazione professionale che
non serve a niente e costituisce solo una fonte di reddito per
istituzioni pubbliche e private.
Riforme vere dunque. E per fare tutto questo
serve più sinistra. Più sinistra per bilanciare le spinte
moderate e neocentriste e l’offensiva dei poteri forti. Più
sinistra «per respingere l’attacco di un clericalismo
agguerrito». La strada imboccata con il Partito democratico va
esattamente nella direzione opposta. «Sposterebbe la nostra
coalizione su un asse moderato e l’egemonia starebbe dalla parte
più conservatrice». A questa deriva i Comunisti italiani non si
rassegnano e rinnovano la proposta a tutta la sinistra, a tutti
i Ds e ai Verdi, di «rimetterci insieme. E’ la nostra proposta
da anni. Inascoltata per mere logiche di nicchia». Se poi il
Partito democratico dovesse andare avanti, «ci attende un
cimento ulteriore: che si avvii un processo di aggregazione per
ricomporre la sinistra che vuole rimanere tale». La
confederazione, per incidere davvero. Per riportare alla
politica il partito più grande nato dalla fine del Pci: il
partito dei senza partito. Non solo, la confederazione
servirebbe anche a restituire dignità alla politica. «Un virus
si è insinuato in tutti noi. I partiti sono percepiti come luogo
del malaffare e dell’ammiccamento, dell’opportunismo, delle
camarille in cui tutti sono e appaiono uguali. Se vogliamo
cambiare l’Italia dobbiamo in primo luogo cambiare noi stessi»,
incalza Diliberto. Il Pdci ha già iniziato: dal rispetto delle
regole che prevedono massimo due mandati parlamentari, alla non
partecipazione alla lotta per le poltrone governative, dalla
scelta di portare in Parlamento i lavoratori, e assieme ai
lavoratori gli intellettuali, alla scelta di un nuovo
linguaggio, libero dall’ipocrisia del politicamente corretto. «A
far rispettare le regole ci si fa un sacco di nemici» dice il
segretario. E un sassolino dalla scarpa se lo leva. «Chi ha
lasciato il partito perché non ha ottenuto una poltrona è un
bene che sia andato via. Non ce ne facciamo niente». Perché il
futuro del partito sono i giovani, quelli che - come i vecchi
comunisti - vogliono un mondo migliore. E’ a loro che passerà il
testimone e quel simbolo glorioso. «La storia è un pagina
bianca. Quando la riempirete siatene fieri». Cinquemila bandiere
ondeggiano per dire di sì. |