Manifestazione nazionale del P.d.C.I.

Roma 21 gennaio 2007 : una giornata particolare

 

di Giampiero Cazzato e Domenico Giovinazzo

Da "La Rinascita della Sinistra"
del 26 gennaio 2007

 

«Siamo qui non per celebrare, non per guardare al passato, ma, viceversa, per volgere lo sguardo al futuro. Orgogliosi della nostra storia, delle nostre radici» dice Oliviero Diliberto di fronte a migliaia di militanti. Cinquemila persone, cinquemila bandiere rosse che sventolano nell'arena del teatro Tendastrisce di Roma. E’ sicuramente la più grande manifestazione del Pdci dalla sua nascita. C’è nell’aria l’orgoglio di avercela fatta, di aver sfidato tutto e tutti nella costruzione, nel terzo millennio, di un nuovo partito comunista. Il Tendastrisce è pieno come un uovo.

Deve essere difficile per Lucia Ioime iniziare con la presentazione davanti a una platea così gremita e festante; anche se, a ben vedere, non si lascia prendere dall’emozione e comincia col ricordare uno dei motivi (e sono tanti) per i quali, a 86 anni dalla fondazione del Pci, c’è ancora bisogno dei comunisti: la sicurezza sul lavoro. Lucia offre un tributo alla memoria di due operai, Andrea Guaita e Riccardo Azzoni che hanno perso la vita nell’ultimo incidente mortale sul lavoro, mostrando quanto sia ancora necessario l’impegno di chi, come i Comunisti italiani, si batte per la sicurezza dei lavoratori.

Dopo la toccante introduzione, Roberto Mastrantoni, presidente del VII municipio di Roma (quello che ospita il Tendastrisce), fa gli onori di casa. «Sui giornali - dice Mastrantoni - si legge che il Pdci è un partito in crescita di consensi elettorali. Ma quello che non dicono è che il partito cresce anche nella società, riesce a proporsi come un interlocutore per le richieste dei cittadini». Questo, secondo Roberto, è possibile perché i Comunisti italiani raccolgono l’eredità del Pci anche nei modi di affrontare i problemi: «Ricordo bene le riunioni del Pci dove si iniziava a parlare di politica internazionale per arrivare, con la stessa attenzione, a trattare anche le questioni locali».

E sull’importanza dell’eredità del Pci inizia anche l’intervento del professore Luciano Canfora: «Oggi non ci siamo riuniti per celebrare un partito che non c’è più da 15 anni, ma per riflettere su ciò che quell’esperienza ci ha insegnato». Nel ripercorrere la storia del Pci, «che è storia di cambiamento», Canfora si sofferma sulla figura di Antonio Gramsci: «Dalla nascita del partito, nel 1921, al congresso di Lione, nel ’26, con la sua intelligenza Gramsci riuscì a conquistare il consenso attorno alle proprie tesi politiche» che costituiscono ancora oggi un importante spunto di riflessione. Canfora, davanti a una platea appassionata e attenta, spiega che ci sono due linee lungo le quali si è sviluppata negli anni l’analisi del pensiero gramsciano: da una parte la necessità di conciliare il comunismo italiano con il marxismo e il leninismo, e dall’altra «un’operazione politicamente discutibile, quella che ha posto enfasi sulle specificità delle teorie di Gramsci sottolineando le differenze con l’esperienza sovietica».

«La Rivoluzione russa fu condotta da uomini convinti che il capitalismo avesse raggiunto la maturazione sufficiente per il suo superamento», e Gramsci, animato dalla stessa convinzione, «spese la propria vita ragionando sulle vie per realizzare il socialismo». Partendo da queste considerazioni il professore stimola la riflessione con due domande: «Che altra scelta avevano i rivoluzionari russi? Perché Gramsci è ancora importante?». La risposta alla prima domanda ci riporta alle origini della lotta che ancora oggi i comunisti combattono: «L’imbarbarimento del conflitto di classe - spiega Canfora - nasce in quel periodo, e quegli uomini decisero di dare subito una risposta decisa». Sul il secondo quesito sono diversi i motivi dell’attualità del pensiero gramsciano; il professore ne sceglie uno che suona da messaggio per chi, pretendendo di rifarsi all’eredità di Gramsci, ne distorce il pensiero per i propri interessi politici: «In un suo scritto Gramsci fa un’analisi del trasformismo criticando le operazioni con cui il neo-guelfismo, il mazzinismo e il cavourismo si sono tutti trovati a convergere al centro. Dubito - conclude Canfora - che un uomo capace di una simile analisi oggi avrebbe potuto accettare la nascita del Partito democratico».

Sul palco sale poi Patrizia Lotti, che con la sua testimonianza di anni di lavoro con contratti a termine è la dimostrazione di quanto sia fondamentale continuare nella lotta contro il precariato. «La stabilizzazione dei lavoratori del pubblico impiego, per cui il Pdci si è impegnato, è un’importante conquista - dice Patrizia - ma dobbiamo spingere perché anche nel privato si ottenga lo stesso risultato».

Anche tra i giovani e nelle scuole c’è bisogno dei comunisti, e a ricordarlo è il giovanissimo Alessandro Mustillo, presidente della Consulta provinciale degli studenti di Roma: «In uno scenario in cui il neo-liberismo detta legge anche nella scuola, con riforme che portano a un sistema in cui chi ha i soldi può studiare e gli altri devono accontentarsi della “formazione professionale”, è fondamentale la presenza dei comunisti per riaffermare il principio che l’istruzione non può essere un privilegio».

Nel salire sul palco, al segretario brillano gli occhi dalla gioia. E ringrazia tutti i compagni che hanno contribuito, il più delle volte nell’ombra, a costruire questo evento; a partire da Alessandro Pignatiello, coordinatore del dipartimento Organizzazione del Pdci, che ha seguito passo passo la realizzazione dell’iniziativa. Le ragioni della soddisfazione ci sono tutte. Basta guardare i numeri: gli iscritti hanno sfondato quota 40mila, oltre 10mila tessere nel 2006, 6mila gli aderenti all’organizzazione giovanile, la Fgci. E poi i risultati elettorali, in cui «dal 2001 ad oggi siamo sempre andati avanti»: avanti alle politiche dove si  è passati da 600mila voti a 900mila; avanti in Molise, dove, unico partito del centrosinistra, il Pdci non solo va avanti, ma conquista un consigliere. Segno della salute del partito, segno della validità della linea politica che si fonda sul binomio unità-diversità. «Fuori dal centrosinistra - sottolinea il segretario - non c’è salvezza per la democrazia e per le classi popolari. La destra è lacerata e divisa, ma ancora forte».

Unità dunque, perché nel Paese ci sono «forti e preoccupanti sacche di conservatorismo»; unità perché tra le forze dell’Unione c’è un dato di fondo, un insieme comune di valori: «sono le eredi di quelle che hanno combattuto il fascismo, di quelle che hanno scritto insieme la Costituzione repubblicana». Il senso forte dell’unità «ce lo portiamo appresso dalla nascita, da quel cupo ottobre del 1998», quando, per la scelta di Bertinotti, cadeva il primo governo Prodi. Un’unità non solo declamata ma praticata, ci tiene a precisare Diliberto che ricorda come «siamo stati i soli a non candidarci alle primarie in contrapposizione a Prodi». Ma unità non è, non può essere, omologazione, e meno che mai subalternità. «Siamo e saremo leali al governo, ma non schiacciati su di esso» scandisce tra gli applausi. «La nostra gente ci chiede: “non litigate, state uniti”, ma ci chiede anche la discontinuità, di abolire la legge 30, di restituire ai lavoratori e ai pensionati quel che gli è stato tolto in questi anni. La nostra gente ci chiede la pace».

Occorre allora premere, «portare il conflitto anche nella maggioranza, se vogliamo ottenere risultati». Perché se è vero che il governo «è oggi l’equilibrio più avanzato possibile», è altresì vero che lacune ed errori non mancano. A partire dall’ultimo in ordine di tempo, la decisione di dare disco verde all’allargamento della base americana di Vicenza. «Noi non ci stiamo - e un boato attraversa il teatro - Si tratta di una scelta che non solo ferisce la sovranità nazionale, ma è anche assai pericolosa per la sicurezza». A Prodi, che ha sostenuto che non si possono non rispettare i patti presi dal precedente governo, Diliberto ricorda «con tutto il rispetto che è esattamente il contrario. Noi siamo in Parlamento e al governo del Paese proprio per ribaltare gli impegni presi da Berlusconi, per cancellare le leggi vergogna». Dal palco Diliberto lancia una mobilitazione nazionale contro le basi Usa. Vicenza e l’Afghanistan sono due facce di una stessa medaglia. Sull’Afghanistan i Comunisti italiani chiedono di discutere, di riconsiderare la presenza delle nostre truppe. Serve un forte segno di discontinuità in vista del rifinanziamento della missione. «Io non voglio nella maniera più assoluta far cadere il governo, ma spero che il governo non voglia far cadere sé stesso. Dico questo per aiutare il governo, non per indebolirlo. Siamo alla vigilia di elezioni importanti e il rischio è che torni l’astensionismo di sinistra».

Il rispetto del programma è la condizione prima. «Il programma è stato sottoscritto da tutti, è su quello che abbiamo preso i voti che ci hanno mandato al governo. Qualcuno vuole aumentare l’età pensionabile? Lo doveva dire prima agli elettori, visto che nel programma non c’è scritto nulla. Possibile - incalza Diliberto - che su centinaia di pagine di programma vadano a cercare proprio una cosa che non c’è?». Conclusione: «siamo lontani dall’andare incontro alle richieste e alle aspettative di chi ci ha votato, di chi ha pagato sulla propria pelle i cinque anni terribili del centrodestra». Richieste, verrebbe da dire, di assoluto buon senso. Richieste riformiste. E infatti Diliberto smonta la visione caricaturale della sinistra italiana tra presunti riformisti e presunti radicali. «Riformisti vuol dire tutto e nulla. Il nodo è quali riforme e a favore di chi. I riformisti sono quelli che i diritti li allargano, non quelli che li restringono».

Il Pdci accetta la sfida sul terreno delle riforme. Un guanto che lancia ai moderati dell’Unione. Due le proposte che Diliberto sottopone a tutta la coalizione, due le «missioni»: una lotta alla povertà, alle ingiustizie e, simmetricamente, ai privilegi, e una gigantesca opera di investimenti nella scuola, nelle università, nella ricerca. «Dobbiamo aumentare le pensioni minime e porre la questione salariale al centro del dibattito politico. Occorre, al contempo, ridurre drasticamente le retribuzioni dei manager pubblici, che oltre a guadagnare somme incredibili sono, spesso, degli incompetenti». Per quel che riguarda la seconda mission Diliberto propone l’innalzamento dell’obbligo scolastico per tutti a 16 anni, per poi portarlo a 18 entro fine legislatura. Obbligo scolastico - precisa - non formazione professionale che non serve a niente e costituisce solo una fonte di reddito per istituzioni pubbliche e private.

Riforme vere dunque. E per fare tutto questo serve più sinistra. Più sinistra per bilanciare le spinte moderate e neocentriste e l’offensiva dei poteri forti. Più sinistra «per respingere l’attacco di un clericalismo agguerrito». La strada imboccata con il Partito democratico va esattamente nella direzione opposta. «Sposterebbe la nostra coalizione su un asse moderato e l’egemonia starebbe dalla parte più conservatrice». A questa deriva i Comunisti italiani non si rassegnano e rinnovano la proposta a tutta la sinistra, a tutti i Ds e ai Verdi, di «rimetterci insieme. E’ la nostra proposta da anni. Inascoltata per mere logiche di nicchia». Se poi  il Partito democratico dovesse andare avanti, «ci attende un cimento ulteriore: che si avvii un processo di aggregazione per ricomporre la sinistra che vuole rimanere tale». La confederazione, per incidere davvero. Per riportare alla politica il partito più grande nato dalla fine del Pci: il partito dei senza partito. Non solo, la confederazione servirebbe anche a restituire dignità alla politica. «Un virus si è insinuato in tutti noi. I partiti sono percepiti come luogo del malaffare e dell’ammiccamento, dell’opportunismo, delle camarille in cui tutti sono e appaiono uguali. Se vogliamo cambiare l’Italia dobbiamo in primo luogo cambiare noi stessi», incalza Diliberto. Il Pdci ha già iniziato: dal rispetto delle regole che prevedono massimo due mandati parlamentari, alla non partecipazione alla lotta per le poltrone governative, dalla scelta di portare in Parlamento i lavoratori, e assieme ai lavoratori gli intellettuali, alla scelta di un nuovo linguaggio, libero dall’ipocrisia del politicamente corretto. «A far rispettare le regole ci si fa un sacco di nemici» dice il segretario. E un sassolino dalla scarpa se lo leva. «Chi ha lasciato il partito perché non ha ottenuto una poltrona è un bene che sia andato via. Non ce ne facciamo niente». Perché il futuro del partito sono i giovani, quelli che - come i vecchi comunisti - vogliono un mondo migliore. E’ a loro che passerà il testimone e quel simbolo glorioso. «La storia è un pagina bianca. Quando la riempirete siatene fieri». Cinquemila bandiere ondeggiano per dire di sì.




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