Manifestazione nazionale del P.d.C.I.

Le radici del comunismo per guardare al futuro

 

di Oliviero Diliberto

Da "La Rinascita della Sinistra"
del 19 gennaio 2007

 

Abbiamo voluto svolgere una grande manifestazione nazionale del nostro partito, per la quale abbiamo ricevuto un numero di prenotazioni da tutta Italia veramente imponente, in una data di grande valore simbolico. Il 21 gennaio, come sappiamo, nacque a Livorno il Pci, ormai ottantacinque anni fa. Ma il 2007 è anche anno di particolare valore, perché ricorre il settantesimo anniversario dell’assassinio – lento e terribile – di Antonio Gramsci da parte del regime fascista.

La fondazione del Pci, la morte di Gramsci: è la nostra ferma volontà di restare legati ad una storia gloriosa, della quale siamo orgogliosi di essere, ancorché indegnamente, eredi. Senza radici, non esiste infatti neppure futuro. Senza consapevolezza del passato, della storia – lo scriveva proprio Gramsci ai figli – non vi può essere solida speranza per l’avvenire, alcuna prospettiva.

Ma sappiamo anche altrettanto bene che la politica si fa sempre guardando avanti, da comunisti, particolarmente verso le generazioni più giovani: e sono sempre di più, per fortuna, le giovani e i giovani che si avvicinano ed aderiscono ai Comunisti italiani, grazie anche alla brillante azione della nostra Fgci. Si tratta di generazioni che, per ovvio fatto anagrafico, non hanno conosciuto per nulla il vecchio Pci. Chi compirà diciotto anni in questo 2007, è nato nel 1989, mentre crollava il Muro di Berlino e si avviava il processo di dissoluzione di quel grande partito. Per essi, per questi giovani, i nomi di Togliatti e di Berlinguer, come quello dello stesso Gramsci, sono evocativi di una storia lontana, irrimediabilmente consegnati ad una sorta di Pantheon laico, glorioso, ma – in quelle forme e con quelle caratteristiche – oggi purtroppo irripetibile. Chi dirige il nostro partito ha dunque il dovere di offrire ai giovani, cui è rivolto essenzialmente questo mio contributo, non solo la salda consapevolezza della nostra storia, ma anche – vorrei dire soprattutto – una concreta prospettiva per il futuro.

 È il dovere di un intero gruppo dirigente, di una generazione – la mia, la nostra – che è stata protagonista di una fase terribile del mondo: quella della trasformazione radicale degli assetti e dei poteri del pianeta, dall’89 sino ai nostri giorni, nei quali la guerra globale è divenuto scenario, ahimè, permanente.

Dobbiamo spiegare le ragioni, con semplicità, del perché siamo ancora, testardamente, comunisti: nonostante le “dure repliche della storia”. Dobbiamo ragionare con serietà e approfondimento sugli errori: affinché da essi si traggano lezioni per non ripeterli.

Dobbiamo evitare ogni forma di retorica o di demagogia, nemiche dei comunisti. Dobbiamo cancellare tra noi, anche nel linguaggio, ogni tentazione plebeistica o populista. Dobbiamo infine insegnare ai nostri giovani, appunto, che la politica deve tornare ad essere – per noi comunisti, gli altri faranno come pare a loro – manifestazione di una diversità non solo ideologica o programmatica, ma innanzi tutto etica, morale. Tutti compiti immani, alcuni avviati, altri ancora da incominciare.

Vi è bisogno dei comunisti. Le ingiustizie, le contraddizioni di classe, le povertà abissali, il divario tra una minoranza ricca e una larga maggioranza del mondo soggiogata dalla fame, l’analfabetismo, le guerre, le epidemie bibliche, le dittature: tutto ci dice che non basta una semplice gestione, migliore di quella della destra (tanto più in Italia!), un po’ più equa dello Stato, ma viceversa occorrerebbe modificare nel profondo i rapporti tra le classi e gli equilibri tra le diverse aree del pianeta. C’è, dunque, bisogno dei comunisti. Paradossalmente, ve ne è necessità oggi, più di quando essi nacquero un secolo fa, perché le ingiustizie si sono accresciute e perché la guerra americana sta coinvolgendo – sotto il falso alibi del contrasto al terrorismo – ormai pressoché tutti i continenti: da ultimo, anche l’Africa.

Servono comunisti che sappiano leggere il mondo di oggi – globalizzazione, neocolonialismo, finanziariarizzazione dell’economia, assottigliamento dei diritti democratici, sempre in nome della guerra al terrorismo – con categorie moderne, rinnovate. Ed occorrerà quindi studiare, studiare ed ancora studiare, senza alcuna forma di pigrizia intellettuale o di faciloneria. Servono comunisti che sappiano rinnovare l’analisi teorica dello sfruttamento, che si è accentuato, ma ha assunto dinamiche spesso molto diverse dal passato. Servono comunisti che facciano i conti con le nuove forme di comunicazione privata e collettiva (si pensi al web, che ha annullato la stessa nozione della fisicità e della materialità). Servono comunisti che sappiano proporre anche un’idea di società ove il superamento della contraddizione capitale-lavoro, ancor oggi fondativa dello sfruttamento capitalistico, si congiunga con il superamento delle altre forme di disuguaglianza ed ingiustizia: penso alla contraddizione di genere, a quella ambientale, ai diritti di libertà, all’irrompere nella nostra società della contraddizione – sociale, ma anche culturale e religiosa – connessa al fenomeno migratorio di massa: conseguenza reale e terribile proprio delle ingiustizie planetarie di cui ho parlato poc’anzi.

Servono comunisti, tuttavia, che non si limitino ad una pur giusta (e questo lo dirà la storia a venire) analisi, ma siano sempre impegnati anche nell’azione politica quotidiana, calati interamente nella fase che viviamo: ciascuno nel proprio Paese, con caratteri, diversità, peculiarità originali. Non vi è più – né potrà più esservi – un modello valido per tutti, una rivoluzione uguale ad ogni latitudine, da esportare, un’idea sulla quale battagliare e magari dividersi (come non di rado è accaduto nel passato tra comunisti): non essendoci più dogmi, non vi possono più essere neppure eresie. Ciascuno, da Cuba alla Cina Popolare, passando per la vecchia Europa e le originalissime esperienze sud-americane, è comunista a modo suo.

E la nostra proposta, oggi, in Italia, è quella che si può (e, secondo noi, si dovrebbe) essere comunisti accentuando proprio gli aspetti “lavoristici” della nostra azione politica (cosa sono, in fondo, la falce e il martello, se non, appunto, i simboli del lavoro e dei lavoratori ?): sento impellente la necessità di dare rappresentanza politica agli interessi materiali dei lavoratori subalterni, nelle diverse forme della subalternità, spesso del tutto nuove rispetto ai decenni passati e il più delle volte ancor più sfruttate: penso ai mille lavori precari nei quali si è parcellizzato il mondo del lavoro salariato o alle forme di lavoro fintamente autonomo, in realtà dipendente e magari ancor meno garantito.

Per fare tutto ciò, all’interno della coalizione della quale facciamo parte, occorre non solo essere determinati, ma anche essere più forti: perché i rapporti di forza sono e saranno evidentemente determinanti anche per il futuro dell’azione del governo di centro-sinistra. Quest’ultimo rappresenta, sì, negli attuali rapporti di forza, l’equilibrio più avanzato possibile per il nostro Paese, ma dobbiamo cercare di indurre l’esecutivo a politiche più coraggiose sul terreno sociale e dei diritti (penso al precariato, per il quale l’azione dei Comunisti italiani ha ottenuto risultati importanti nella recente legge finanziaria, ma anche alla scuola e alla ricerca, ancora inadeguatamente trattate dal governo): solo mutati rapporti di forza all’interno della coalizione potranno ottenere questo risultato.

Il nostro partito è cresciuto, negli ultimi cinque anni. E continua a crescere. Il tesseramento dell’ultimo anno – del partito come della Fgci – registra un aumento degli iscritti intorno al 25%. I dati elettorali sono sempre più incoraggianti. 900.000 voti alle elezioni politiche sono un successo di ciascuno di noi. Ma anche il recente dato delle regionali del Molise testimonia tale crescita, in termini percentuali ed assoluti. La flessione, in qualche caso molto significativa, di altri partiti della sinistra non ha coinvolto noi, che viceversa continuiamo ad andare avanti. Possiamo crescere ulteriormente. Ma siamo ancora piccoli.

Non dobbiamo dunque coltivare alcuna tentazione di autosufficienza o, peggio, di chiusura settaria. La nostra vocazione unitaria è doppia: verso il centro-sinistra nel suo complesso, unico possibile argine nei confronti della destra, e verso la sinistra in senso stretto, tanto più ove dovesse nascere il Partito democratico, che traghetterebbe i Democratici di sinistra in un contenitore ove la sinistra non avrebbe, al di là delle intenzioni, cittadinanza e peso reale.

La nostra linea è chiara. Unità e diversità: su di essa, tra pochi mesi, al congresso, si pronunceranno le nostre compagne e i nostri compagni: ricomporre la sinistra; avere l’ambizioso progetto di costruire le possibili forme di unità con tutti coloro che non aderiranno, da sinistra, al futuro Pd; superare vecchi steccati – ormai francamente incomprensibili. Ma, al contempo, intendiamo partecipare a questo processo unitario, che proponiamo da anni, da comunisti: più saranno forti i comunisti, più forte sarà anche l’unità della sinistra.

 Ma diversità significa essere diversi da tutti gli altri non con le parole (è facilissimo), ma nei comportamenti, anche quelli individuali.

 Abbiamo incominciato a farlo. Occorre contrastare, a partire dai territori sino alla direzione nazionale, ogni forma di opportunismo e di carrierismo. Occorre sconfiggere una sorta di virus che ha infettato la politica, l’ambizione verso le istituzioni, i posti, le poltrone. Abbiamo iniziato a dare segnali concreti facendo rispettare la regola dei due mandati legislativi e non partecipando alla corsa verso le collocazioni istituzionali e ministeriali. È necessario proseguire. È la sfida dei prossimi anni, per restituire dignità alla politica e ai partiti politici.

 È, se vogliamo, proprio la sfida che viene dal pensiero di chi – come Gramsci – in nome dei propri ideali ha sacrificato la vita. Ma è anche la sfida di chi, come Enrico Berlinguer, fece della questione morale uno degli assi portanti della propria proposta politica.

Concludo. Quando i ragazzi dei movimenti scandiscono lo slogan – bellissimo e tremendamente impegnativo – “un altro mondo è possibile”, in fondo non affermano sostanzialmente niente di diverso da quanto dicevamo noi trent’anni fa: è il motivo per il quale, allora, siamo divenuti comunisti. Questo mondo ingiusto non ci piace e vogliamo cambiarlo. Per parlare ad essi, a quei giovani, per non abbandonarli all’isolamento ed alla protesta senza sbocco politico, dobbiamo far in modo che il nostro partito diventi un luogo accogliente e che la politica torni ad essere permeata di ideali.

Sì, noi comunisti vogliamo ancora cambiare il mondo. Non basta proclamarlo. Bisogna agire, certo. Ma occorre, innanzi tutto, crederci.



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