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Abbiamo voluto svolgere una grande manifestazione
nazionale del nostro partito, per la quale abbiamo ricevuto un
numero di prenotazioni da tutta Italia veramente imponente, in
una data di grande valore simbolico. Il 21 gennaio, come
sappiamo, nacque a Livorno il Pci, ormai ottantacinque anni fa.
Ma il 2007 è anche anno di particolare valore, perché ricorre il
settantesimo anniversario dell’assassinio – lento e terribile –
di Antonio Gramsci da parte del regime fascista.
La fondazione del Pci, la morte di Gramsci: è la
nostra ferma volontà di restare legati ad una storia gloriosa,
della quale siamo orgogliosi di essere, ancorché indegnamente,
eredi. Senza radici, non esiste infatti neppure futuro. Senza
consapevolezza del passato, della storia – lo scriveva proprio
Gramsci ai figli – non vi può essere solida speranza per
l’avvenire, alcuna prospettiva.
Ma sappiamo anche altrettanto bene che la
politica si fa sempre guardando avanti, da comunisti,
particolarmente verso le generazioni più giovani: e sono sempre
di più, per fortuna, le giovani e i giovani che si avvicinano ed
aderiscono ai Comunisti italiani, grazie anche alla brillante
azione della nostra Fgci. Si tratta di generazioni che, per
ovvio fatto anagrafico, non hanno conosciuto per nulla il
vecchio Pci. Chi compirà diciotto anni in questo 2007, è nato
nel 1989, mentre crollava il Muro di Berlino e si avviava il
processo di dissoluzione di quel grande partito. Per essi, per
questi giovani, i nomi di Togliatti e di Berlinguer, come quello
dello stesso Gramsci, sono evocativi di una storia lontana,
irrimediabilmente consegnati ad una sorta di Pantheon laico,
glorioso, ma – in quelle forme e con quelle caratteristiche –
oggi purtroppo irripetibile. Chi dirige il nostro partito ha
dunque il dovere di offrire ai giovani, cui è rivolto
essenzialmente questo mio contributo, non solo la salda
consapevolezza della nostra storia, ma anche – vorrei dire
soprattutto – una concreta prospettiva per il futuro.
È il dovere di un intero gruppo dirigente, di
una generazione – la mia, la nostra – che è stata protagonista
di una fase terribile del mondo: quella della trasformazione
radicale degli assetti e dei poteri del pianeta, dall’89 sino ai
nostri giorni, nei quali la guerra globale è divenuto scenario,
ahimè, permanente.
Dobbiamo spiegare le ragioni, con semplicità, del
perché siamo ancora, testardamente, comunisti: nonostante le
“dure repliche della storia”. Dobbiamo ragionare con serietà e
approfondimento sugli errori: affinché da essi si traggano
lezioni per non ripeterli.
Dobbiamo evitare ogni forma di retorica o di
demagogia, nemiche dei comunisti. Dobbiamo cancellare tra noi,
anche nel linguaggio, ogni tentazione plebeistica o populista.
Dobbiamo infine insegnare ai nostri giovani, appunto, che la
politica deve tornare ad essere – per noi comunisti, gli altri
faranno come pare a loro – manifestazione di una diversità non
solo ideologica o programmatica, ma innanzi tutto etica, morale.
Tutti compiti immani, alcuni avviati, altri ancora da
incominciare.
Vi è bisogno dei comunisti. Le ingiustizie, le
contraddizioni di classe, le povertà abissali, il divario tra
una minoranza ricca e una larga maggioranza del mondo soggiogata
dalla fame, l’analfabetismo, le guerre, le epidemie bibliche, le
dittature: tutto ci dice che non basta una semplice gestione,
migliore di quella della destra (tanto più in Italia!), un po’
più equa dello Stato, ma viceversa occorrerebbe modificare nel
profondo i rapporti tra le classi e gli equilibri tra le diverse
aree del pianeta. C’è, dunque, bisogno dei comunisti.
Paradossalmente, ve ne è necessità oggi, più di quando essi
nacquero un secolo fa, perché le ingiustizie si sono accresciute
e perché la guerra americana sta coinvolgendo – sotto il falso
alibi del contrasto al terrorismo – ormai pressoché tutti i
continenti: da ultimo, anche l’Africa.
Servono comunisti che sappiano leggere il mondo
di oggi – globalizzazione, neocolonialismo,
finanziariarizzazione dell’economia, assottigliamento dei
diritti democratici, sempre in nome della guerra al terrorismo –
con categorie moderne, rinnovate. Ed occorrerà quindi studiare,
studiare ed ancora studiare, senza alcuna forma di pigrizia
intellettuale o di faciloneria. Servono comunisti che sappiano
rinnovare l’analisi teorica dello sfruttamento, che si è
accentuato, ma ha assunto dinamiche spesso molto diverse dal
passato. Servono comunisti che facciano i conti con le nuove
forme di comunicazione privata e collettiva (si pensi al web,
che ha annullato la stessa nozione della fisicità e della
materialità). Servono comunisti che sappiano proporre anche
un’idea di società ove il superamento della contraddizione
capitale-lavoro, ancor oggi fondativa dello sfruttamento
capitalistico, si congiunga con il superamento delle altre forme
di disuguaglianza ed ingiustizia: penso alla contraddizione di
genere, a quella ambientale, ai diritti di libertà,
all’irrompere nella nostra società della contraddizione –
sociale, ma anche culturale e religiosa – connessa al fenomeno
migratorio di massa: conseguenza reale e terribile proprio delle
ingiustizie planetarie di cui ho parlato poc’anzi.
Servono comunisti, tuttavia, che non si limitino
ad una pur giusta (e questo lo dirà la storia a venire) analisi,
ma siano sempre impegnati anche nell’azione politica quotidiana,
calati interamente nella fase che viviamo: ciascuno nel proprio
Paese, con caratteri, diversità, peculiarità originali. Non vi è
più – né potrà più esservi – un modello valido per tutti, una
rivoluzione uguale ad ogni latitudine, da esportare, un’idea
sulla quale battagliare e magari dividersi (come non di rado è
accaduto nel passato tra comunisti): non essendoci più dogmi,
non vi possono più essere neppure eresie. Ciascuno, da Cuba alla
Cina Popolare, passando per la vecchia Europa e le
originalissime esperienze sud-americane, è comunista a modo suo.
E la nostra proposta, oggi, in Italia, è quella
che si può (e, secondo noi, si dovrebbe) essere comunisti
accentuando proprio gli aspetti “lavoristici” della nostra
azione politica (cosa sono, in fondo, la falce e il martello, se
non, appunto, i simboli del lavoro e dei lavoratori ?): sento
impellente la necessità di dare rappresentanza politica agli
interessi materiali dei lavoratori subalterni, nelle diverse
forme della subalternità, spesso del tutto nuove rispetto ai
decenni passati e il più delle volte ancor più sfruttate: penso
ai mille lavori precari nei quali si è parcellizzato il mondo
del lavoro salariato o alle forme di lavoro fintamente autonomo,
in realtà dipendente e magari ancor meno garantito.
Per fare tutto ciò, all’interno della coalizione
della quale facciamo parte, occorre non solo essere determinati,
ma anche essere più forti: perché i rapporti di forza sono e
saranno evidentemente determinanti anche per il futuro
dell’azione del governo di centro-sinistra. Quest’ultimo
rappresenta, sì, negli attuali rapporti di forza, l’equilibrio
più avanzato possibile per il nostro Paese, ma dobbiamo cercare
di indurre l’esecutivo a politiche più coraggiose sul terreno
sociale e dei diritti (penso al precariato, per il quale
l’azione dei Comunisti italiani ha ottenuto risultati importanti
nella recente legge finanziaria, ma anche alla scuola e alla
ricerca, ancora inadeguatamente trattate dal governo): solo
mutati rapporti di forza all’interno della coalizione potranno
ottenere questo risultato.
Il nostro partito è cresciuto, negli ultimi
cinque anni. E continua a crescere. Il tesseramento dell’ultimo
anno – del partito come della Fgci – registra un aumento degli
iscritti intorno al 25%. I dati elettorali sono sempre più
incoraggianti. 900.000 voti alle elezioni politiche sono un
successo di ciascuno di noi. Ma anche il recente dato delle
regionali del Molise testimonia tale crescita, in termini
percentuali ed assoluti. La flessione, in qualche caso molto
significativa, di altri partiti della sinistra non ha coinvolto
noi, che viceversa continuiamo ad andare avanti. Possiamo
crescere ulteriormente. Ma siamo ancora piccoli.
Non dobbiamo dunque coltivare alcuna tentazione
di autosufficienza o, peggio, di chiusura settaria. La nostra
vocazione unitaria è doppia: verso il centro-sinistra nel suo
complesso, unico possibile argine nei confronti della destra, e
verso la sinistra in senso stretto, tanto più ove dovesse
nascere il Partito democratico, che traghetterebbe i Democratici
di sinistra in un contenitore ove la sinistra non avrebbe, al di
là delle intenzioni, cittadinanza e peso reale.
La nostra linea è chiara. Unità e diversità: su
di essa, tra pochi mesi, al congresso, si pronunceranno le
nostre compagne e i nostri compagni: ricomporre la sinistra;
avere l’ambizioso progetto di costruire le possibili forme di
unità con tutti coloro che non aderiranno, da sinistra, al
futuro Pd; superare vecchi steccati – ormai francamente
incomprensibili. Ma, al contempo, intendiamo partecipare a
questo processo unitario, che proponiamo da anni, da comunisti:
più saranno forti i comunisti, più forte sarà anche l’unità
della sinistra.
Ma diversità significa essere diversi da tutti
gli altri non con le parole (è facilissimo), ma nei
comportamenti, anche quelli individuali.
Abbiamo incominciato a farlo. Occorre
contrastare, a partire dai territori sino alla direzione
nazionale, ogni forma di opportunismo e di carrierismo. Occorre
sconfiggere una sorta di virus che ha infettato la politica,
l’ambizione verso le istituzioni, i posti, le poltrone. Abbiamo
iniziato a dare segnali concreti facendo rispettare la regola
dei due mandati legislativi e non partecipando alla corsa verso
le collocazioni istituzionali e ministeriali. È necessario
proseguire. È la sfida dei prossimi anni, per restituire dignità
alla politica e ai partiti politici.
È, se vogliamo, proprio la sfida che viene dal
pensiero di chi – come Gramsci – in nome dei propri ideali ha
sacrificato la vita. Ma è anche la sfida di chi, come Enrico
Berlinguer, fece della questione morale uno degli assi portanti
della propria proposta politica.
Concludo. Quando i ragazzi dei movimenti
scandiscono lo slogan – bellissimo e tremendamente impegnativo –
“un altro mondo è possibile”, in fondo non affermano
sostanzialmente niente di diverso da quanto dicevamo noi trent’anni
fa: è il motivo per il quale, allora, siamo divenuti comunisti.
Questo mondo ingiusto non ci piace e vogliamo cambiarlo. Per
parlare ad essi, a quei giovani, per non abbandonarli
all’isolamento ed alla protesta senza sbocco politico, dobbiamo
far in modo che il nostro partito diventi un luogo accogliente e
che la politica torni ad essere permeata di ideali.
Sì, noi comunisti vogliamo ancora cambiare il
mondo. Non basta proclamarlo. Bisogna agire, certo. Ma occorre,
innanzi tutto, crederci. |