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Duecentomila persone che scendono in piazza per
rivendicare una condizione di vita dignitosa non possono mai
essere relegate a fattore marginale o essere considerate frutto
di strumentalizzazioni. Tanto più se questo avviene in presenza
di un governo "amico" di centro-sinistra che proprio quelle
aspirazioni e richieste dovrebbe, per vocazione, fare proprie.
Sabato scorso a Roma una marea umana ha
manifestato per chiedere al governo misure concrete contro la
precarietà: uomini e donne, giovani, anziani e migranti. Una
composita platea che ha voluto con questo atto dare uno scossone
al mondo della politica, uno scossone che sarebbe gravissimo se
le forze che compongono l’Unione non riuscissero a cogliere
appieno. I duecentomila che hanno manifestato a Roma non erano
nemici di questo governo, critici sì, ma non nemici. Nemici
semmai lo sono quanti in questi mesi hanno ingessato l’attività
di Prodi con richieste corporative e con ricatti meschini.
Nemici lo sono quanti hanno anteposto logiche di potere
personale e di conquista di poltrone al bene della maggioranza.
Quanti, infine, hanno creduto di poter fare carta straccia del
programma dell’Unione, sottoscritto da tutti, con il quale si
sono vinte le elezioni dello scorso aprile. Lottare contro la
precarietà significa ridare speranze di futuro a quegli uomini e
quelle donne che oggi faticano ad immaginare la loro vita oltre
il quotidiano. Significa senza retorica aiutare le famiglie,
significa accogliere degnamente quanti cercano qui da noi quelle
possibilità che gli sono negate nei loro Paesi, significa dare
risposte a quei lavoratori marginalizzati da sistemi di
produzione sempre più escludenti e nemici dell’uomo.
Ed
allora bisogna saper cogliere in pieno le richieste che
provenivano dalla piazza romana. Bisogna recepire la criticità
verso quelle scelte del governo che sembravano prestare ascolto
più ai consigli di Confindustria che ai bisogni reali della
gente, senza farne drammi personali e soprattutto senza arrivare
a conclusioni sbagliate. Nessuno di quelli che hanno sfilato
sabato nella capitale invocavano governi neocentristi, ne
tantomeno il ritorno di Berlusconi. Nessuno pensava che sinistra
e destra uguali sono. Ma detto questo non si può negare il
rischio diffuso di delusione e disillusione verso questa
esperienza di governo. Un rischio già conosciuto in passato e
pericolosissimo. L’elettorato di sinistra non è disponibile da
tempo a firmare cambiali in bianco a nessuno e non ritiene di
poter fare sconti neanche a governi "amici". Servono quindi atti
concreti. Un primo segnale è possibile darlo fin da queste ore,
correggendo la Finanziaria, mettendo in soffitta, gradualmente
ma con scelte precise, la legge 30 e superando la legge
Bossi-Fini sull’immigrazione. Nulla di particolarmente
rivoluzionario, solo quanto già scritto e previsto nel programma
dell’Unione. Un segnale positivo sarebbe certamente quello di
trasformare i 250mila precari nel pubblico impiego in posti
fissi. Una misura che peserebbe solo minimamente sulle casse
dello Stato ma che riconoscerebbe la piena dignità a lavoratori
condannati ad una situazione di precarietà a fronte di un posto
di lavoro sempre più "fisso". |