Un'ipotesi irricevibile

Scuola: i tagli impossibili
Istruzione investimento sociale

 

di Piergiorgio Bergonzi

Roma, 27 settembre 2006

 

Fa sobbalzare la notizia di tagli alla scuola che sarebbero contenuti in una bozza delle legge Finanziaria predisposta dal Governo, per di più all’indomani dei dati OCSE che registrano e confermano pesanti ritardi e fortissime sperequazioni nel livello culturale e di istruzione del nostro rispetto agli altri paesi avanzati.

Il disaccordo con una simile ipotesi è totale: perché tale scelta produrrebbe un’ulteriore caduta di qualità della scuola pubblica italiana; perché è l’esatto contrario di ciò che il mondo della scuola si aspetta dal Governo dell’Unione; perché contrasta con le esigenze di sviluppo e di trasformazione della società; perché contraddice il Programma dell’Unione nel quale scuola, università e ricerca vengono elette a grandi priorità nazionale.

Lascia ancor più strabiliati una simile ipotesi perché sicuramente non si porrebbe in discontinuità con la politica di tagli pesantissimi operati per cinque anni dalla destra contro la scuola pubblica italiana scontrandosi con l’opposizione intransigente del mondo della scuola, di settori estesi della società, dei partiti dell’(allora) opposizione, dell’intera Unione.

Per questo bozze della Finanziaria contenenti tali ipotesi non dovevano essere neppure pensate, pensiamo siano ipotesi di singoli ministri e comunque vanno immediatamente cestinate, pena la credibilità del Governo e della maggioranza che lo sostiene.

Tanto più che le motivazioni alla base di una simile ipotesi di tagli sono inconsistenti e false.

Si vorrebbe infatti tagliare sugli insegnanti che risulterebbero in soprannumero (considerando il rapporto insegnanti/alunni) rispetto agli altri paesi europei.

Una tesi falsa, ripetiamo. Infatti operando un simile confronto si deve tener conto di fattori quali: in Italia esistono circa 20.000 insegnanti di religione cattolica, negli altri paesi no; in Italia ci sono circa 80.000 insegnanti di sostegno per l’integrazione dell’handicap (una scelta sociale e pedagogica unica in Europa), negli altri paesi no; in Italia esistono zone montane dove, per garantire l’assolvimento dell’obbligo devono essere istituite e mantenute piccole scuole (circa 80.000 insegnanti), negli altri paesi OCSE molto meno.

Poiché i tagli non potrebbero realizzarsi sugli insegnanti di religione (che una famigerata legge della destra ha provveduto ad immettere in ruolo per il presente e per il futuro), essi potrebbero colpire solo negli altri settori: insegnanti di sostegno, il numero di alunni per classe in presenza di portatori di handicap, le scuole di montagna, l’organico funzionale per la realizzazione del tempo pieno, i 140.000 insegnanti precari.

Chi opera nella scuola italiana sa cosa significherebbe tutto questo: un colpo terribile alla scuola pubblica, la crisi della grande scommessa dell’integrazione, il riacutizzarsi della discriminazione fra le classi sociali e le diverse aree del paese  nella fruizione del diritto di istruzione.

Ciò accadrebbe in ragione del fatto che già oggi il sostegno all’handicap si rivela del tutto insufficiente sia per ciò che concerne il numero degli insegnanti (pochissimi sono i portatori di handicap che vedono coperto dal sostegno l’intero orario scolastico, mentre la grande maggioranza ne vede coperta solo una minima parte, alcune ore), sia in termini di affollamento delle classi.

Tagli ulteriori in questo settore colpirebbero insieme la possibilità dell’integrazione e la capacità della scuola di assicurare un’istruzione qualificata alla generalità degli alunni.

E ancora. Se risultassero ridotte le possibilità del tempo pieno  si colpirebbe una pratica scolastica che si è rivelata fattore decisivo per assicurare a tutti pari opportunità nella fruizione del diritto di istruzione.

Osservazioni  che siamo certi di non dover avanzare mai più al governo dell’Unione o a suoi ministri. Diversamente significherebbe mettere in discussione un programma da tutti sottoscritto, e ciò non è possibile. Perché sulle basi di tale programma i cittadini ci hanno votato e quindi esso, in una democrazia parlamentare, risulta per ognuno e per tutti noi vincolante. Certo coi tempi e gli adattamenti necessari e determinati anche dalla concreta situazione del bilancio dello Stato, di cui ognuno deve essere consapevole e farsi responsabilmente carico, ma che mai può muoversi in contrasto o contro gli impegni assunti con i cittadini. Pena non tanto le coerenze di una o più forze di governo, ma la credibilità dell’intera coalizione e quindi il rischio per il futuro del Paese.



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