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Fa sobbalzare la notizia di tagli alla scuola che
sarebbero contenuti in una bozza delle legge Finanziaria
predisposta dal Governo, per di più all’indomani dei dati OCSE
che registrano e confermano pesanti ritardi e fortissime
sperequazioni nel livello culturale e di istruzione del nostro
rispetto agli altri paesi avanzati.
Il disaccordo con una simile ipotesi è totale:
perché tale scelta produrrebbe un’ulteriore caduta di qualità
della scuola pubblica italiana; perché è l’esatto contrario di
ciò che il mondo della scuola si aspetta dal Governo
dell’Unione; perché contrasta con le esigenze di sviluppo e di
trasformazione della società; perché contraddice il Programma
dell’Unione nel quale scuola, università e ricerca vengono
elette a grandi priorità nazionale.
Lascia ancor più strabiliati una simile ipotesi
perché sicuramente non si porrebbe in discontinuità con la
politica di tagli pesantissimi operati per cinque anni dalla
destra contro la scuola pubblica italiana scontrandosi con
l’opposizione intransigente del mondo della scuola, di settori
estesi della società, dei partiti dell’(allora) opposizione,
dell’intera Unione.
Per questo bozze della Finanziaria contenenti
tali ipotesi non dovevano essere neppure pensate, pensiamo siano
ipotesi di singoli ministri e comunque vanno immediatamente
cestinate, pena la credibilità del Governo e della maggioranza
che lo sostiene.
Tanto più che le motivazioni alla base di una
simile ipotesi di tagli sono inconsistenti e false.
Si vorrebbe infatti tagliare sugli insegnanti che
risulterebbero in soprannumero (considerando il rapporto
insegnanti/alunni) rispetto agli altri paesi europei.
Una tesi falsa, ripetiamo. Infatti operando un
simile confronto si deve tener conto di fattori quali: in Italia
esistono circa 20.000 insegnanti di religione cattolica, negli
altri paesi no; in Italia ci sono circa 80.000 insegnanti di
sostegno per l’integrazione dell’handicap (una scelta sociale e
pedagogica unica in Europa), negli altri paesi no; in Italia
esistono zone montane dove, per garantire l’assolvimento
dell’obbligo devono essere istituite e mantenute piccole scuole
(circa 80.000 insegnanti), negli altri paesi OCSE molto meno.
Poiché i tagli non potrebbero realizzarsi sugli
insegnanti di religione (che una famigerata legge della destra
ha provveduto ad immettere in ruolo per il presente e per il
futuro), essi potrebbero colpire solo negli altri settori:
insegnanti di sostegno, il numero di alunni per classe in
presenza di portatori di handicap, le scuole di montagna,
l’organico funzionale per la realizzazione del tempo pieno, i
140.000 insegnanti precari.
Chi opera nella scuola italiana sa cosa
significherebbe tutto questo: un colpo terribile alla scuola
pubblica, la crisi della grande scommessa dell’integrazione, il
riacutizzarsi della discriminazione fra le classi sociali e le
diverse aree del paese nella fruizione del diritto di
istruzione.
Ciò accadrebbe in ragione del fatto che già oggi
il sostegno all’handicap si rivela del tutto insufficiente sia
per ciò che concerne il numero degli insegnanti (pochissimi sono
i portatori di handicap che vedono coperto dal sostegno l’intero
orario scolastico, mentre la grande maggioranza ne vede coperta
solo una minima parte, alcune ore), sia in termini di
affollamento delle classi.
Tagli ulteriori in questo settore colpirebbero
insieme la possibilità dell’integrazione e la capacità della
scuola di assicurare un’istruzione qualificata alla generalità
degli alunni.
E ancora. Se risultassero ridotte le possibilità
del tempo pieno si colpirebbe una pratica scolastica che si è
rivelata fattore decisivo per assicurare a tutti pari
opportunità nella fruizione del diritto di istruzione.
Osservazioni che siamo certi di non dover avanzare mai più al
governo dell’Unione o a suoi ministri. Diversamente
significherebbe mettere in discussione un programma da tutti
sottoscritto, e ciò non è possibile. Perché sulle basi di tale
programma i cittadini ci hanno votato e quindi esso, in una
democrazia parlamentare, risulta per ognuno e per tutti noi
vincolante. Certo coi tempi e gli adattamenti necessari e
determinati anche dalla concreta situazione del bilancio dello
Stato, di cui ognuno deve essere consapevole e farsi
responsabilmente carico, ma che mai può muoversi in contrasto o
contro gli impegni assunti con i cittadini. Pena non tanto le
coerenze di una o più forze di governo, ma la credibilità
dell’intera coalizione e quindi il rischio per il futuro del
Paese. |