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Le politiche 2006 sono state per noi un
traguardo importante. Abbiamo dimostrato che il partito c’è e ci
sarà. Abbiamo superato brillantemente la soglia di sbarramento,
nonostante molti al di fuori dal nostro partito, ed anche
qualcuno dentro al nostro partito, non ci credessero.
Prima delle elezioni è successo che alcuni compagni
abbiano lasciato il partito. Per ragioni che, francamente,
considero poco nobili. Quei compagni affermavano che non ce
l’avremmo fatta a superare il 2%. E invece non solo l'abbiamo superato,
ma i nostri voti sono aumentati. Credo di poter dire
che è stato anche il frutto di una linea politica basata sull'unità,
sull'autonomia e sulla competizione. Una linea messa in atto in
modo dinamico, non statico. Noi siamo alleati leali del
centrosinistra, ma siamo anche profondamente legati ai nostri
contenuti, ai nostri valori, ai nostri ideali: la pace, la
Costituzione, il lavoro, la scuola pubblica, lo stato sociale.
La competizione è aperta, con la destra ma anche
con il centrosinistra. Non chiediamo al governo di applicare il
programma dei comunisti, gli chiediamo però di essere fedele a
quello che insieme abbiamo concordato, quello che ha ricevuto il
consenso degli italiani e sulla base del quale si sono vinte le
elezioni politiche. Si tratta di un compromesso tra forze
diverse, certo, ma un buon compromesso.
In particolare sulla politica estera il nostro
governo sta operando forti segnali di discontinuità rispetto al
governo Berlusconi. Il ministro D’Alema ha recuperato la
tradizionale politica italiana di equivicinanza fra arabi e
israeliani. Abbiamo di nuovo un ruolo importante sulla scena
mondiale, non siamo più i servi sciocchi del presidente Bush. La
missione di pace in Libano è il frutto del nuovo atteggiamento
del governo italiano.
Rimane però aperta in politica estera una grande
questione, quella della nostra presenza in Afghanistan, dove si
sta tragicamente sperimentando la follia della "guerra
preventiva". Dobbiamo ritirare le truppe italiane
dall’Afghanistan, come si sta facendo in Iraq. La loro presenza
in un paese occupato dagli americani non ha alcun senso.
Dobbiamo ritirarle e portarle in Libano, perché dal successo di
quella missione possono discendere nuovi equilibri in Medio
Oriente. E perché il prossimo passo per una vera politica di
pace dovrà essere la presenza di un contingente analogo a Gaza.
Solo una soluzione del conflitto israelo-palestinese, solo una
politica fìna1izzata all’esistenza di "due popoli, due stati",
può riportare la normalità in una terra dilaniata da una guerra
che dura da più di quarant’anni. È un punto essenziale della
politica estera: dare ad Israele la sicurezza della sua
esistenza e restituire alla Palestina i territori occupati.
L’altra grande questione riguarda la politica
economica. Un punto sia chiaro: non accetteremo tagli alla spesa
sociale. La discussione sullo spalmare o meno la manovra su due
anni non mi ha appassionato particolarmente. La mia opinione è
che si dovrebbe congelare per cinque anni il rientro del debito,
come chiedono da tempo autorevoli economisti di sinistra. Il
punto vero, comunque, è realizzare una politica di riforma
sociale attuando allo stesso tempo un risanamento dei conti
pubblici. Ma proprio su questa questione centrale il governo va
assumendo un orientamento che non ci convince affatto. La
Finanziaria di cui si parla in questi giorni è sbagliata, ha un
impianto tutto rigorista: si vedono le forbici ma non c’è
traccia visibile di quello spirito riformatore, di quella
discontinuità di cui il paese ha urgente bisogno. Giungono voci
di un blocco del turn over nel pubblico impiego, di
blocco contrattuale, di tagli alla scuola, di ticket nella
sanità. Chiediamo, lo ripeto, il massimo rispetto del programma
con cui abbiamo vinto le elezioni e in quel programma c’è
scritto che le pensioni non si toccano, che l’iniquo scalone
pensionistico va annullato, che la sanità pubblica va
rafforzata. È tempo di passare ai fatti.
Voglio riaffermare che c’è una grande questione
aperta, la questione salariale. Gli stipendi dei lavoratori
dipendenti, dei lavoratori atipici e dei pensionati, già tra i
più bassi d’Europa, sono stati falcidiati dalle politiche delle
destre. Quei lavoratori, quei pensionati vanno risarciti, sia
sul piano salariale che dei diritti. Abbiamo avanzato da tempo
la proposta di una "nuova scala mobile". Se il termine
preoccupa, la si può chiamare altrimenti. Quello che noi
chiediamo è un meccanismo che ogni anno, automaticamente, adegui
gli stipendi dei lavoratori dipendenti al costo reale della
vita. Dovremo quindi batterci - e lo faremo - perché le risorse
disponibili siano indirizzate a vantaggio dei lavoratori.
Il congresso si avvicina e, oltre ai temi della
politica generale, dovremo ragionare con sincerità su noi
stessi. Troppe volte nel passato, anche recentemente, si sono
registrate lacerazioni nel gruppo dirigente, determinate
esclusivamente da motivazioni non esaltanti: candidature,
elezioni, ruoli. Tutto ciò non è più tollerabile in un partito
comunista che s’ispira alla tradizione del Pci di Togliatti e di
Berlinguer. È tempo di iniziare una campagna di moralizzazione
all’interno del partito, che riporti le pur legittime ambizioni
individuali nell’ambito degli obiettivi e dei progetti
collettivi. Voglio dirlo chiaramente: quando qualcuno decide di
abbandonare il partito perché non candidato alle elezioni,
allora è un bene che lasci.
Ma fortunatamente si tratta di una minoranza. Il
nostro partito è fatto per la grandissima maggioranza di
compagne e compagni che non chiedono niente, che fanno spesso un
lavoro oscuro, che durante le feste di Rinascita servono ai
tavoli, stanno nelle cucine, fanno la vigilanza. Compagne e
compagni che lavorano perché credono nel partito, perché in un
paese dove la parola "ideali" non si usa più, loro mantengono
vivi e inalterati gli ideali della pace, della giustizia e
dell’eguaglianza. A queste compagne e compagni va la mia
gratitudine e il mio ringraziamento. Grazie a loro ce la faremo,
cresceremo, diventeremo quel partito comunista di cui l’Italia
ha bisogno. |