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Una vittoria schiacciante e la Cdl è crollata
sotto il 61,70 dei No. Non ci aspettavamo un successo così ampio
e ne siamo felici. Eravamo preoccupati viste le brutte ipoteche
sedimentate in anni di attacchi all’impianto costituzionale:
dalla retorica federalista, andata ben oltre la Lega di Bossi,
alla mala pianta dell’uomo forte al comando, personalismo della
politica e modello presidenzialista. E in ultimo la martellante
campagna mediatica sulla riduzione del numero dei parlamentari.
Eppure dopo anni di appelli al nuovo, (ha ragione Scalfaro: solo
la malafede interessata può definire "vecchia" una Costituzione
di 60 anni!), gli elettori italiani hanno opposto un secco No
allo stravolgimento della Carta che è stata la base per la
ricerca della libertà, dell’uguaglianza, della solidarietà di
questo paese.
L’amore per la Costituzione e per i valori a cui
s’ispira sembrava incrinato e sopito da anni di discredito.
Quell’amore si è risvegliato e bisogna tenerne conto. Il No è
stato il rifiuto di concentrare il potere nelle mani d’una
maggioranza e del suo leader di turno e di disgregare i valori
unitari di cittadinanza. Questo voto referendario assume così un
peso politico decisivo: chiude definitivamente un ciclo della
politica italiana, segna la fine del progetto di rivincita sul 9
aprile, consegna alle forze del centrosinistra l’onere di
realizzare quell’alternativa programmatica e ideale invocata dai
suoi elettori.
Se qualcuno pensava di poter usare il referendum
per indebolire Prodi ha certo subito una sonora sconfitta, ma
anche chi pensasse che questo voto non debba avere voce in
merito al profilo generale dell’azione della maggioranza avrà
cocenti delusioni. Con più del 61 dei No, il popolo italiano ha
detto che non intende rinunciare alle conquiste di civiltà
democratica che 60 anni fa, con la Resistenza, divennero la base
della nostra convivenza civile e di nuovi rapporti sociali,
economici, politici. Questa Costituzione ha riconosciuto a donne
e uomini di questo paese i diritti di libertà, i diritti civili,
politici e, oltre il lascito del vecchio stato liberale, ha
definito anche i diritti sociali e un diritto del tutto nuovo
sancito all’art. 3, il diritto al pieno sviluppo di ciascuno e
di tutti indicato nei compiti della Repubblica. Questa
Costituzione è stata in gioco per questo, perché riconosce il
diritto alla salute, all’istruzione, il diritto dei lavoratori a
una retribuzione adeguata e in ogni caso sufficiente ad
assicurare a ciascuno di essi e alle loro famiglie un’esistenza
libera e dignitosa. L’opera di delegittimazione di questa
Costituzione iniziata anni fa con l’idea craxiana della "Grande
Riforma" è stata tenace e insidiosa.
La riforma berlusconiana ha rappresentato il
tentativo estremo di concludere quel ciclo eversivo che solo
uomini legati alla P2 da un patto mai rinnegato potevano provare
a realizzare: degradando, distorcendo, corrompendo istituzioni,
rapporti, equilibri, spezzando l’unità dell’ordinamento
giuridico, negando la solidarietà, base della convivenza civile
e l’eguaglianza dei cittadini. La vittoria del No è stata dunque
una grande vittoria del costituzionalismo e dello stato di
diritto, contro ogni regressione della nostra struttura sociale
ed istituzionale: abbiamo salvato conquiste di civiltà giuridica
e politica, il valore della rappresentanza politica e il ruolo
del Parlamento. Chi volesse gettarsi subito nell’avventura di un
nuovo tavolo dimostrerebbe poca saggezza e una pervicace voglia
di perdere. C’è da chiedersi poi se sarebbe davvero una garanzia
la modifica del quorum previsto dal 138. Tale modifica potrebbe
rivelarsi un trucco teso a coprire la volontà di alcuni di
accordarsi comunque, forzando il confronto parlamentare.
Insomma, invece di una garanzia ci potremmo trovare una coperta
bella e pronta per le larghe intese. Ora è più che mai
necessaria una pausa di riflessione per cercare di capire
davvero ciò di cui ha bisogno il paese: non ciò che inseguono
venti ceti politici regionali, o il Mariotto Segni di turno
insieme al Riformista, o condividere il grottesco di una
"questione" settentrionale che è tale per troppa ricchezza. E
qualcuno ci spieghi per favore come la parola non indichi più
uno squilibrio da sanare ma una ricchezza egoista che non si
vuole condividere. Fermiamo questo rovesciamento, guardiamo alle
necessità profonde di sviluppo civile e sociale del paese:
questo ci hanno chiesto gli italiani con il loro No. |