Referendum 25 e 26 giugno

Il fermo NO
dei Comunisti Italiani allo stravolgimento della Costituzione

 

di Paola Pellegrini

Roma, 5 giugno 2006
 

La nostra Costituzione democratica, nata all’indomani della Liberazione e dopo vent’anni di regime fascista, si è fondata su due principi fondamentali del costituzionalismo moderno: limitare il potere politico, garantire ai cittadini una serie di diritti fondamentali inalienabili, in quanto considerati beni comuni indisponibili, appunto, all’arbitrio ed alle variabili del potere politico.

Sin dagli albori del costituzionalismo il primo principio è stato garantito dalla separazione dei poteri. Ciò vale sia per i sistemi presidenziali che per i sistemi di governo parlamentare: in entrambi il potere legislativo fa da contrappeso al potere esecutivo, e in entrambi è garantita l’indipendenza del potere giudiziario.

Nella nostra Costituzione il principio di eguaglianza fa sì che ogni cittadino goda degli stessi diritti quale che sia la sua religione, sesso, o regione di appartenenza. Questi principi, fondamento di ogni buona costituzione, sono oggi a rischio in Italia. La riforma votata dal centrodestra e voluta dal governo Berlusconi, che riscrive ben 53 articoli della nostra Carta, è di fatto una nuova Costituzione. Una pessima Costituzione. Essa, infatti, delinea una forma di governo unica al mondo, ben diversa da tutte le altre democrazie europee e occidentali, basata sulla dittatura elettiva di un uomo solo e sullo svuotamento del ruolo e delle funzioni del Parlamento, che può essere sciolto a piacimento del Premier, ridotto dunque al compito di mera ratifica delle decisioni dell’esecutivo, anzi, del solo Capo del governo.

Spariti tutti i contrappesi a questo eccessivo potere, la proposta sminuisce inoltre il ruolo delle grandi istituzioni di garanzia: il Presidente della Repubblica viene privato di qualsiasi effettivo potere e relegato in un ruolo cerimoniale; la Corte Costituzionale viene stravolta nella sua natura di organo garante con l’aumento del numero dei giudici di nomina politica.

Il fondamento giuridico dell’uguaglianza dei diritti esigibili dai cittadini, anche quelli da lungo tempo conquistati con le lotte democratiche dei lavoratori, sono oggi in pericolo: con la devolution, e il conseguente aggravarsi delle differenze tra Regioni ricche e Regioni povere, si mettono a rischio l’universalità e l’eguaglianza in settori fondamentali per la vita sociale quali la sanità, l’istruzione, la sicurezza, e la cultura.

Dire che la Costituzione del 1948 può comunque essere migliorata, aggiornata, come si affrettano ad affermare oggi, alla vigilia del Referendum anche molti (troppi!!) tra coloro che voteranno NO, molti, troppi anche a sinistra e nel centrosinistra, senza dire con chiarezza che comunque la prima parte della Costituzione non deve essere toccata, né stravolta surrettiziamente con modifiche violente della stessa seconda parte, significa rinunciare a contrastare davvero l’attacco politico culturale profondo che in questo decennio la destra a sferrato contro la Costituzione.

È sufficiente leggere con attenzione la nostra Costituzione, per identificare i punti essenziali di un progetto di società che la destra vuole cancellare.

C’è già nei primi due articoli il fondamento della nostra convivenza civile, costituita dal lavoro e dalla garanzia dei diritti individuali dell’uomo e dei gruppi sociali, esercizio dei diritti che richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale, ma è nell’articolo tre del dettato costituzionale che appare quel principio di eguaglianza che non tollera distinzioni di sesso, di razza, di lingua e di religioni, opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. Ed è in quell’articolo che si indica il compito essenziale della nostra comunità nazionale, attraverso la politica repubblicana, quello di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana. Bastano, insomma, i primi tre articoli, recepiti pressoché interamente nella Carta dei Diritti votata a Nizza nel dicembre duemila, a indicare nelle libertà degli individui e dei gruppi sociali e in un’eguaglianza sostenuta e resa reale dallo Stato, i fondamenti della Repubblica. Subito dopo la Costituzione affronta uno per uno i diritti fondamentali:l’articolo quattro riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendono effettivo questo diritto; l’articolo otto afferma che tutte le convenzioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge, vietando perciò che una confessione prevalga sulle altre e abbia diritti o privilegi soltanto per se stessa. Ed è qui che si rende evidente il concetto di laicità dello Stato e di separazione tra Stato e Chiesa, che la politica di questi anni ha messo da parte, purtroppo, anche per la resa di una parte rilevante del centro-sinistra; l’articolo nove detta un principio fondamentale ripreso più volte: “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e della ricerca scientifica, tutela il paesaggio e il patrimonio storico-artistico della nazione”; e più avanti, all’articolo trentatre, detta una norma fondamentale, anch’essa violata dal governo Berlusconi, quando accanto alla libertà di insegnamento e di ricerca, stabilisce il carattere pubblico dell’istruzione. Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole e istituti di educazione senza oneri per lo Stato. Ma in questi anni, e basta leggere l’ultima legge finanziaria della destra per averne una prova evidente, il ministro dell’istruzione Letizia Moratti, ha privilegiato, in maniera sempre più chiara ed evidente, la Scuola e l’Università privata al posto di quella pubblica, attribuendo milioni di euro non alle migliori università pubbliche, bensì a quelle private come il San Raffaele di Milano o l’università europea dei legionari di Cristo, la scuola Jahn Monné dell’Università di Napoli due trasformata di colpo in facoltà e dotata di sei milioni di euro in tre anni, e tutto questo mentre si riducevano i fondi per la ricerca scientifica alla percentuale ridicola dello 0,7 per cento, che ci ha colloca agli ultimi posti del continente europeo, affamando le università. bloccando il reclutamento e promuovendo uno stato giuridico contrassegnato dalla precarietà diffusa e dall’incertezza delle condizioni di lavoro per le nuove generazioni.

L’articolo undici deve essere ricordato con speciale sottolineatura, perché qui si è compresa fin dalle sue radici la politica estera condotta dalla destra. Quell’articolo, com’è noto, segna il ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà di altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali e promuove e favorisce le organizzazioni internazionali necessarie per costruire un nuovo ordinamento che assicuri pace e giustizia tra le nazioni.

Le iniziative legislative di questi anni che hanno portato allo scardinamento della autonomia della magistratura, come la riforma Castelli dell’ordinamento giudiziario, sono un altro tassello  dell’attacco portato nel cuore del sistema di garanzie previste nella prima parte della Costituzione, e realizzate attraverso lo stravolgimento di parti essenziali della seconda parte.

La riforma costituzionale sottoposta al referendum è invece una devastante opera di modificazione – mutazione dell’intero impianto costituzionale che altera l’equilibrio tra poteri e depotenzia le garanzie offerte dalla Corte Costituzionale e dalla Presidenza della Repubblica così come oggi configurate. E soprattutto consegna tutto il potere nelle mani di un Primo Ministro onnipotente, sottoposto ogni cinque anni al voto popolare, ma nel frattempo padrone assoluto di tutte le istituzioni senza alcun reale contrappeso. Noi Comunisti italiani, che da sempre ci siamo battuti per il primato del Parlamento contro ogni forma di presidenzialismo, non possiamo che denunciare la pericolosità di una simile forma di governo, attraverso un regime plebiscitario che non ha riscontri se non nei sistemi populisti e dittatoriali di paesi di cui abbiamo una memoria tragica.

Accanto alla questione del “presidenzialismo assoluto”, come è stata definita la forma del governo prevista dalla destra, l’altro grande tema di cui abbiamo il dovere di segnalare la gravità e la pericolosità, sul piano sociale e dei diritti, spicca infine la cosiddetta devoluzione. Noi Comunisti Italiani ci siamo sempre dichiarati a favore di un forte regionalismo e per la piena autonomia dei Comuni e delle Province. Cosa diversa dal federalismo, tanto più dalla cosiddetta devoluzione leghista, in quanto riteniamo che altri siano gli approdi istituzionali necessari agli equilibri del nostro paese, e che promanano dalla storia e dalla cultura stessa dell’Italia. Non fu certo un caso che la scelta della Costituente, avesse scartato proprio l’ipotesi federalista, pur avendola discussa lungamente.

Ma la “devolution”  inserita nella riforma del centrodestra costituisce un approdo ancora più pesante della stessa scelta cd. federalista che non abbiamo mai condiviso, perché rappresenta un attentato all’unità nazionale e al sistema solidale che ne costituisce il cemento.

La “devolution” è contro i principi fondamentali dell’uguaglianza e della solidarietà, e contro il principio della Costituzione che proclama, nel suo articolo cinque, che la Repubblica è una e indivisibile, e contro il principio di uguaglianza scritto nell’articolo tre. Per questo la devoluzione è l’altro fondamentale pilastro del processo di demolizione di tutta la nostra Costituzione.

Questo disegno di legge costituzionale viola il principio secondo cui la scuola è competenza primaria dello Stato e rappresenta un attacco al sistema unitario di istruzione pubblica, orienta le scelte di governo verso lo smantellamento del Servizio sanitario nazionale.

Se poi dovessero prevalere le teorie leghiste di collegare il gettito delle entrate tributarie al territorio in cui si sono realizzate, altro che federalismo solidale: avremmo un assetto dello Stato fondato su principi egoistici, con discriminazioni pesanti tra nord, centro e sud.

Le Regioni ricche saranno più ricche e quelle meno sviluppate più povere. Avremmo una diversa tutela della salute, un diverso diritto all'istruzione e una diversa tutela del cittadino per la sicurezza.

Questa riforma costituzionale porta alla disgregazione, mentre occorre più coesione nazionale ed una azione del governo che punti al riequilibrio economico e sociale tra le diverse aree del paese.

Questa riforma costituzionale è il pedaggio che Berlusconi ha pagato negli anni scorsi alla Lega per la tenuta della sua maggioranza.

Noi Comunisti Italiani ci siamo battuti nel Parlamento e nel paese per fermare e contrastare l’attacco alla Costituzione. Oggi abbiamo la possibilità di abrogare questo vero e proprio obbrobrio giuridico e costituzionale con il referendum, al quale ci siamo preparati insieme a tutte le forze democratiche, ai lavoratori italiani, al movimento sindacale insieme alla stragrande maggioranza dei costituzionalisti e degli uomini di cultura dell’Italia.

Il 25 giugno il popolo italiano potrà, ancora una volta dare un segnale inequivocabile di democrazia e di progresso contro la rottura della nostra convivenza civile imposta a colpi di maggioranza dalla destra e dal Berlusconi.

Siamo convinti del resto, che proprio le forzature sulle riforme istituzionali abbiano costituito nel corso degli ultimi anni uno dei più gravi motivi di distacco dei cittadini, dei lavoratori, di gran parte del popolo italiano dalla maggioranza berlusconiana. Che oggi è finalmente all’opposizione, e che potrebbe voler cercare la sua rivincita proprio sull’esito del referendum costituzionale.

È per questo che facciamo appello a tutti gli elettori e a tutte le elettrici, agli uomini ed alle donne che vogliono guardare al futuro costruendo una società più giusta, più solidale, più democratica, perché il 25 Giugno la forza morale e la cultura politica della nostra Carta Costituzionale prevalgano attraverso il loro voto.

Per questo votiamo NO, contro la riforma della destra,

votiamo NO per salvare la Costituzione.

 

 

APPENDICE

I costituenti del 1948


La Costituzione repubblicana del 1948 è stata scritta, tra gli altri, da: Giorgio Amendola, Benedetto Croce, Pietro Calamandrei, Alcide de Gasperi, Giuseppe di Vittorio, Luigi Einaudi, Amintore Fanfani, Ugo La Malfa, Giorgio La Pira, Luigi Longo, Aldo Moro, Costantino Mortati, Pietro Nenni, Francesco Saverio Nitti, Umberto Nobile, Vittorio Emanuele Orlando, Sandro Pertini, Giuseppe Saragat, Ignazio Silone, Umberto Terracini, Palmiro Togliatti, Paolo Treves, Leo Valiani, Benigno Zaccagnini.

 

Gli artefici della modifica del 2005

La modifica di ben 53 articoli della Costituzione repubblicana votata dalla maggioranza di centro-destra nel 2005 è stata elaborata da Andrea Pastore, Francesco D'Onofrio, Roberto Calderoli e Domenico Nania, scelti dalle segreterie dei rispettivi partiti (FI, UDC, Lega Nord, AN), riuniti per qualche giorno in una baita di montagna (località Lorenzago).


La proposta di legge costituzionale al vaglio del prossimo referendum popolare è stata approvata, con la sola maggioranza del centro-destra, dalla Camera dei deputati nella seduta del 20 ottobre 2005, e dal Senato della Repubblica nella seduta del 16 novembre 2005. La procedura per la sottoposizione della proposta di legge a referendum popolare è stata attivata dai parlamentari appartenenti al centrosinistra, dagli elettori attraverso la raccolta di oltre ottocentomila firme, e da quasi tutti i Consigli delle regioni italiane.





E
lezioni
politiche 2006
900mila voti comunisti
Parla il segretario, Oliviero Diliberto
di Giampiero Cazzato

da "La Rinascita della Sinistra"

Un grande risultato del P.d.C.I.
di Oliviero Diliberto
da "La Rinascita della Sinistra"

Il caso Diliberto
di Manuela Palermi
da "La Rinascita della Sinistra"