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La nostra Costituzione democratica, nata
all’indomani della Liberazione e dopo vent’anni di regime
fascista, si è fondata su due principi fondamentali
del costituzionalismo moderno: limitare il potere politico,
garantire ai cittadini una serie di diritti fondamentali
inalienabili, in quanto considerati beni comuni indisponibili,
appunto, all’arbitrio ed alle variabili del potere politico.
Sin dagli albori del costituzionalismo il primo
principio è stato garantito dalla separazione dei poteri. Ciò
vale sia per i sistemi presidenziali che per i sistemi di
governo parlamentare: in entrambi il potere legislativo fa da
contrappeso al potere esecutivo, e in entrambi è garantita
l’indipendenza del potere giudiziario.
Nella nostra Costituzione il principio di
eguaglianza fa sì che ogni cittadino goda degli stessi diritti
quale che sia la sua religione, sesso, o regione di
appartenenza. Questi principi, fondamento di ogni buona
costituzione, sono oggi a rischio in Italia. La riforma votata
dal centrodestra e voluta dal governo Berlusconi, che riscrive
ben 53 articoli della nostra Carta, è di fatto una nuova
Costituzione. Una pessima Costituzione. Essa, infatti, delinea
una forma di governo unica al mondo, ben diversa da tutte le
altre democrazie europee e occidentali, basata sulla dittatura
elettiva di un uomo solo e sullo svuotamento del ruolo e delle
funzioni del Parlamento, che può essere sciolto a piacimento del
Premier, ridotto dunque al compito di mera ratifica delle
decisioni dell’esecutivo, anzi, del solo Capo del governo.
Spariti tutti i contrappesi a questo eccessivo
potere, la proposta sminuisce inoltre il ruolo delle grandi
istituzioni di garanzia: il Presidente della Repubblica viene
privato di qualsiasi effettivo potere e relegato in un ruolo
cerimoniale; la Corte Costituzionale viene stravolta nella sua
natura di organo garante con l’aumento del numero dei giudici di
nomina politica.
Il fondamento giuridico dell’uguaglianza dei
diritti esigibili dai cittadini, anche quelli da lungo tempo
conquistati con le lotte democratiche dei lavoratori, sono oggi
in pericolo: con la devolution, e il conseguente aggravarsi
delle differenze tra Regioni ricche e Regioni povere, si mettono
a rischio l’universalità e l’eguaglianza in settori fondamentali
per la vita sociale quali la sanità, l’istruzione, la sicurezza,
e la cultura.
Dire che la Costituzione del 1948 può comunque
essere migliorata, aggiornata, come si affrettano ad affermare
oggi, alla vigilia del Referendum anche molti (troppi!!) tra
coloro che voteranno NO, molti, troppi anche a sinistra e nel
centrosinistra, senza dire con chiarezza che comunque la prima
parte della Costituzione non deve essere toccata, né stravolta
surrettiziamente con modifiche violente della stessa seconda
parte, significa rinunciare a contrastare davvero l’attacco
politico culturale profondo che in questo decennio la destra a
sferrato contro la Costituzione.
È sufficiente leggere con attenzione la nostra
Costituzione, per identificare i punti essenziali di un progetto
di società che la destra vuole cancellare.
C’è già nei primi due articoli il fondamento
della nostra convivenza civile, costituita dal lavoro e dalla
garanzia dei diritti individuali dell’uomo e dei gruppi sociali,
esercizio dei diritti che richiede l’adempimento dei doveri
inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale, ma è
nell’articolo tre del dettato costituzionale che appare quel
principio di eguaglianza che non tollera distinzioni di sesso,
di razza, di lingua e di religioni, opinioni politiche, di
condizioni personali e sociali. Ed è in quell’articolo che si
indica il compito essenziale della nostra comunità nazionale,
attraverso la politica repubblicana, quello di rimuovere gli
ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno
sviluppo della persona umana. Bastano, insomma, i primi tre
articoli, recepiti pressoché interamente nella Carta dei Diritti
votata a Nizza nel dicembre duemila, a indicare nelle libertà
degli individui e dei gruppi sociali e in un’eguaglianza
sostenuta e resa reale dallo Stato, i fondamenti della
Repubblica. Subito dopo la Costituzione affronta uno per uno i
diritti fondamentali:l’articolo quattro riconosce a tutti i
cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che
rendono effettivo questo diritto; l’articolo otto afferma che
tutte le convenzioni religiose sono egualmente libere davanti
alla legge, vietando perciò che una confessione prevalga sulle
altre e abbia diritti o privilegi soltanto per se stessa. Ed è
qui che si rende evidente il concetto di laicità dello Stato e
di separazione tra Stato e Chiesa, che la politica di questi
anni ha messo da parte, purtroppo, anche per la resa di una
parte rilevante del centro-sinistra; l’articolo nove detta un
principio fondamentale ripreso più volte: “La Repubblica
promuove lo sviluppo della cultura e della ricerca scientifica,
tutela il paesaggio e il patrimonio storico-artistico della
nazione”; e più avanti, all’articolo trentatre, detta una norma
fondamentale, anch’essa violata dal governo Berlusconi, quando
accanto alla libertà di insegnamento e di ricerca, stabilisce il
carattere pubblico dell’istruzione. Enti e privati hanno il
diritto di istituire scuole e istituti di educazione senza oneri
per lo Stato. Ma in questi anni, e basta leggere l’ultima legge
finanziaria della destra per averne una prova evidente, il
ministro dell’istruzione Letizia Moratti, ha privilegiato, in
maniera sempre più chiara ed evidente, la Scuola e l’Università
privata al posto di quella pubblica, attribuendo milioni di euro
non alle migliori università pubbliche, bensì a quelle private
come il San Raffaele di Milano o l’università europea dei
legionari di Cristo, la scuola Jahn Monné dell’Università di
Napoli due trasformata di colpo in facoltà e dotata di sei
milioni di euro in tre anni, e tutto questo mentre si riducevano
i fondi per la ricerca scientifica alla percentuale ridicola
dello 0,7 per cento, che ci ha colloca agli ultimi posti del
continente europeo, affamando le università. bloccando il
reclutamento e promuovendo uno stato giuridico contrassegnato
dalla precarietà diffusa e dall’incertezza delle condizioni di
lavoro per le nuove generazioni.
L’articolo undici deve essere ricordato con
speciale sottolineatura, perché qui si è compresa fin dalle sue
radici la politica estera condotta dalla destra. Quell’articolo,
com’è noto, segna il ripudio della guerra come strumento di
offesa alla libertà di altri popoli e come mezzo di risoluzione
delle controversie internazionali e promuove e favorisce le
organizzazioni internazionali necessarie per costruire un nuovo
ordinamento che assicuri pace e giustizia tra le nazioni.
Le iniziative legislative di questi anni che
hanno portato allo scardinamento della autonomia della
magistratura, come la riforma Castelli dell’ordinamento
giudiziario, sono un altro tassello dell’attacco portato nel
cuore del sistema di garanzie previste nella prima parte della
Costituzione, e realizzate attraverso lo stravolgimento di parti
essenziali della seconda parte.
La riforma costituzionale sottoposta al
referendum è invece una devastante opera di modificazione –
mutazione dell’intero impianto costituzionale che altera
l’equilibrio tra poteri e depotenzia le garanzie offerte dalla
Corte Costituzionale e dalla Presidenza della Repubblica così
come oggi configurate. E soprattutto consegna tutto il potere
nelle mani di un Primo Ministro onnipotente, sottoposto ogni
cinque anni al voto popolare, ma nel frattempo padrone assoluto
di tutte le istituzioni senza alcun reale contrappeso. Noi
Comunisti italiani, che da sempre ci siamo battuti per il
primato del Parlamento contro ogni forma di presidenzialismo,
non possiamo che denunciare la pericolosità di una simile forma
di governo, attraverso un regime plebiscitario che non ha
riscontri se non nei sistemi populisti e dittatoriali di paesi
di cui abbiamo una memoria tragica.
Accanto alla questione del “presidenzialismo
assoluto”, come è stata definita la forma del governo prevista
dalla destra, l’altro grande tema di cui abbiamo il dovere di
segnalare la gravità e la pericolosità, sul piano sociale e dei
diritti, spicca infine la cosiddetta devoluzione. Noi Comunisti
Italiani ci siamo sempre dichiarati a favore di un forte
regionalismo e per la piena autonomia dei Comuni e delle
Province. Cosa diversa dal federalismo, tanto più dalla
cosiddetta devoluzione leghista, in quanto riteniamo che altri
siano gli approdi istituzionali necessari agli equilibri del
nostro paese, e che promanano dalla storia e dalla cultura
stessa dell’Italia. Non fu certo un caso che la scelta della
Costituente, avesse scartato proprio l’ipotesi federalista, pur
avendola discussa lungamente.
Ma la “devolution” inserita nella riforma del
centrodestra costituisce un approdo ancora più pesante della
stessa scelta cd. federalista che non abbiamo mai condiviso,
perché rappresenta un attentato all’unità nazionale e al sistema
solidale che ne costituisce il cemento.
La “devolution” è contro i principi fondamentali
dell’uguaglianza e della solidarietà, e contro il principio
della Costituzione che proclama, nel suo articolo cinque, che la
Repubblica è una e indivisibile, e contro il principio di
uguaglianza scritto nell’articolo tre. Per questo la devoluzione
è l’altro fondamentale pilastro del processo di demolizione di
tutta la nostra Costituzione.
Questo disegno di legge costituzionale viola il
principio secondo cui la scuola è competenza primaria dello
Stato e rappresenta un attacco al sistema unitario di istruzione
pubblica, orienta le scelte di governo verso lo smantellamento
del Servizio sanitario nazionale.
Se poi dovessero prevalere le teorie leghiste di
collegare il gettito delle entrate tributarie al territorio in
cui si sono realizzate, altro che federalismo solidale: avremmo
un assetto dello Stato fondato su principi egoistici, con
discriminazioni pesanti tra nord, centro e sud.
Le Regioni ricche saranno più ricche e quelle
meno sviluppate più povere. Avremmo una diversa tutela della
salute, un diverso diritto all'istruzione e una diversa tutela
del cittadino per la sicurezza.
Questa riforma costituzionale porta alla
disgregazione, mentre occorre più coesione nazionale ed una
azione del governo che punti al riequilibrio economico e sociale
tra le diverse aree del paese.
Questa riforma costituzionale è il pedaggio che
Berlusconi ha pagato negli anni scorsi alla Lega per la tenuta
della sua maggioranza.
Noi Comunisti Italiani ci siamo battuti nel
Parlamento e nel paese per fermare e contrastare l’attacco alla
Costituzione. Oggi abbiamo la possibilità di abrogare questo
vero e proprio obbrobrio giuridico e costituzionale con il
referendum, al quale ci siamo preparati insieme a tutte le forze
democratiche, ai lavoratori italiani, al movimento sindacale
insieme alla stragrande maggioranza dei costituzionalisti e
degli uomini di cultura dell’Italia.
Il 25 giugno il popolo italiano potrà, ancora una
volta dare un segnale inequivocabile di democrazia e di
progresso contro la rottura della nostra convivenza civile
imposta a colpi di maggioranza dalla destra e dal Berlusconi.
Siamo convinti del resto, che proprio le
forzature sulle riforme istituzionali abbiano costituito nel
corso degli ultimi anni uno dei più gravi motivi di distacco dei
cittadini, dei lavoratori, di gran parte del popolo italiano
dalla maggioranza berlusconiana. Che oggi è finalmente
all’opposizione, e che potrebbe voler cercare la sua rivincita
proprio sull’esito del referendum costituzionale.
È per questo che facciamo appello a tutti gli
elettori e a tutte le elettrici, agli uomini ed alle donne che
vogliono guardare al futuro costruendo una società più giusta,
più solidale, più democratica, perché il 25 Giugno la forza
morale e la cultura politica della nostra Carta Costituzionale
prevalgano attraverso il loro voto.
Per questo votiamo NO, contro la riforma della
destra,
votiamo NO per salvare la Costituzione.
APPENDICE
I costituenti del 1948
La Costituzione repubblicana del 1948 è stata scritta, tra gli
altri, da: Giorgio Amendola, Benedetto Croce, Pietro Calamandrei,
Alcide de Gasperi, Giuseppe di Vittorio, Luigi Einaudi, Amintore
Fanfani, Ugo La Malfa, Giorgio La Pira, Luigi Longo, Aldo Moro,
Costantino Mortati, Pietro Nenni, Francesco Saverio Nitti,
Umberto Nobile, Vittorio Emanuele Orlando, Sandro Pertini,
Giuseppe Saragat, Ignazio Silone, Umberto Terracini, Palmiro
Togliatti, Paolo Treves, Leo Valiani, Benigno Zaccagnini.
Gli artefici della modifica del 2005
La modifica di ben 53 articoli della Costituzione repubblicana
votata dalla maggioranza di centro-destra nel 2005 è stata
elaborata da Andrea Pastore, Francesco D'Onofrio, Roberto
Calderoli e Domenico Nania, scelti dalle segreterie dei
rispettivi partiti (FI, UDC, Lega Nord, AN), riuniti per qualche
giorno in una baita di montagna (località Lorenzago).
La proposta di legge costituzionale al vaglio del prossimo
referendum popolare è stata approvata, con la sola maggioranza
del centro-destra, dalla Camera dei deputati nella seduta del 20
ottobre 2005, e dal Senato della Repubblica nella seduta del 16
novembre 2005. La procedura per la sottoposizione della proposta
di legge a referendum popolare è stata attivata dai parlamentari
appartenenti al centrosinistra, dagli elettori attraverso la
raccolta di oltre ottocentomila firme, e da quasi tutti i
Consigli delle regioni italiane. |