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Da noi, nella sede della Direzione del Partito,
non s’era data affidabilità agli exit poll. Siamo di buona
memoria e l’esempio di Kerry dato per vincente su Bush veniva
ricordato mentre Fassino telefonava esultante a Diliberto e il
popolo dell’Unione correva fiducioso a riempire piazza Santi
Apostoli. L'incredulità e la sorpresa ci hanno assalito alle
proiezioni. Non ce l'aspettavamo quella sorta di fotofinish,
quell'incertezza. Perché non ce l'aspettavamo ?
Evidentemente il berlusconismo s'era infilito
come una mala erba nelle radici del paese e s'era esteso nel
profondo, tanto che il suo popolo era accorso in massa alle
urne. Ma altrettanto evidentemente, il centrosinistra non aveva
creato una distanza, un'immunità.
Se è vero che Berlusconi aveva ridotto il paese
allo sfascio e alla guerra (ed è vero), se è vero che s’era
fatto leggi su misura per evitare la giustizia (ed è vero), se
aveva ridotto a mercé lavoratori e studenti e se è vero che
tutto il centrosinistra era su questo d’accordo, forse quel
centrosinistra s’era trattenuto e nelle proposte e nei rimedi
era stato reticente.
La distanza la crei se prendi le distanze, ci
dicevamo in direzione, sennò rischi una sorta di promiscuità. Il
balbettio sulle tasse e le incertezze sulla legge 30 e la scuola
non ci avevano giovato, perché se le urne ci hanno rimandato un
paese spaccato a metà, è su questioni concrete e quotidiane che
è spaccato, non su ideologie.
Le sorprese non finivano. Il mattino dopo
scoprivamo che i voti dei nostri connazionali all’estero -
quelli che nei rigurgiti settari che a sinistra non mancano
vengono considerati figli di Tremaglia - ci consegnavano una
vittoria. Risicata, amara, ma vittoria. Più numerica che
politica.
Poi man mano, col passare delle ore, scoprivamo i
risultati del partito. E se all’inizio le percentuali sembravano
deluderci, un’attenzione maggiore ci dava la certezza di un
successo. Bene al Senato: l’accordo coi verdi e i consumatori
aveva funzionato. Ma bene, benissimo alla Camera, dove c’eravamo
presentati soli, col nostro simbolo, scontando anche tensioni e
ridicole strumentalizzazioni interne. Se ci sono due sorprese,
in queste elezioni, siamo noi e Di Pietro. Alla Camera Prc è
rimasta al palo (bene al senato, ma molti voti nostri, e forse
anche diessini, sono finiti lì essendo l’unico simbolo con falce
e martello), Rosa nel pugno non ha sfiorato le attese, mentre i
Ds dove si sono presentati da soli hanno perso quasi tre punti.
Il partito ha incassato novecentomila voti, mica
bruscolini. Un risultato che s’è conquistato andando solitario
contro, il senso comune creato dai colpi della destra e dal
buonismo della sinistra. Tre esempi per farmi capire. La
Costituzione è stata picconata selvaggiamente: qualcuno del
centrosinistra inizialmente ha assecondato i picconatori votando
con loro. S’è lasciato uno spazio indecoroso al Vaticano, che
opera da noi come in una terra di conquista. Sulla guerra
all’Iraq s’è camminato sulle sabbie mobili finché il Pdci ha
clamorosamente abbandonato il tavolo di programma dell’Unione.
Tre esempi che rappresentano tre principi fondanti dello Stato
italiano -Costituzione, laicità, rifiuto della guerra. Se si
incrinano questi, che sono le basi della democrazia
repubblicana, nelle viscere del paese si fa largo un sentimento
eversivo, anche quando celato dall’indifferenza e dal
qualunquismo. Fa bene Diliberto a dire, nell’intervista a
Rinascita, che bisogna affrettarsi, che non c’è tempo da perdere
a ritirare le truppe dall’Iraq. Un primo atto da fare in fretta
per rimettere in piedi un principio costitutivo e ristabilire
una distanza. La vittoria dell’Unione è troppo ristretta per
concedersi cautele e tempi lunghi. |