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La madre di tutte le controriforme della destra
contro la scuola pubblica è la famigerata legge 53.
È quella legge che, come noto, ha ridotto (unico
caso al mondo) l’obbligo di istruzione anziché elevarlo e ne ha
cancellato dal proprio testo persino la definizione; è la legge
che ha istituito la canalizzazione precoce costringendo
ragazzini poco più che tredicenni a scegliere fra istruzione e
formazione professionale (ulteriormente beffandoli con la favola
delle "passerelle"); è la legge che ha rifiutato di attribuire
alla scuola la finalità della formazione della persona e del
cittadino; è la legge secondo cui la scuola deve promuovere "il
conseguimento di una formazione spirituale e morale, anche
ispirata ai principi della Costituzione". È la legge che ha
avuto come figli decreti attuativi che, se possibile, ne rendono
ancora più nefaste le conseguenze; che ha avuto come figli tagli
senza precedenti alla scuola pubblica tali da comprometterne
persino il normale funzionamento; è la legge che ha generato
provvedimenti volti a trasformare in senso privatistico la
scuola pubblica italiana.
Scelte e provvedimenti che parlano da soli e che
stanno già producendo danni incalcolabili alla scuola pubblica
italiana. E tuttavia, se la destra sciaguratamente riuscisse a
"consolidarli" con altri cinque anni di governo, essi potrebbero
tradursi nel breve-medio periodo in un disastro di proporzioni
incalcolabili per il Paese: un processo di descolarizzazione di
massa che precluderebbe alla maggioranza dei giovani sopra i
quindici anni la possibilità di proseguire nell’istruzione oltre
l’attuale scuola media.
In effetti tali provvedimenti della destra si
collocano in un contesto di gravissima arretratezza ed
"emergenza istruzione" in Italia che vede oltre il 60 della
popolazione con un titolo di studio dalla terza media in giù, il
30 dei ragazzi in età scolare che non raggiunge il diploma della
secondaria superiore, il 46 dei quattordicenni che escono dalla
terza media con la qualifica di sufficiente. Una situazione
drammatica che la destra vuole rendere endemica, anzi
progressivamente peggiorarla. L’abbassamento dell’obbligo
scolastico, la canalizzazione precoce (uniti a provvedimenti che
dequalificano fortemente la scuola pubblica) costituiscono
infatti una scelta ben precisa al fine di accrescere anziché
ridurre la già altissima percentuale di ragazzi che non consegue
il diploma della secondaria superiore, costituisce, per quella
metà dei ragazzi che escono dalla terza media con qualifiche
basse, un incitamento a non proseguire negli studi,
costituiscono un’indicazione di "modello classista di scuola"
che si contrappone alla scuola dell’inclusione, alla scuola che
a tutti deve garantire un livello qualificato di istruzione,
alla nostra scuola della Costituzione. Un modello di scuola che
vuole prefigurare un modello di società, la società ademocratica
del più forte, dove anche l’istruzione anziché un diritto di
tutti diviene appannaggio di ristrette elites privilegiate.
Tutto ciò accade in quella che. viene ormai definita la "società
della conoscenza". Una società in cui senza sapere, senza
cultura, senza istruzione non c'è futuro per le persone, nella
vita e nel lavoro; una società che, se non riesce ad assicurare
un più elevato grado di istruzione per tutti si autopreclude il
futuro di sviluppo sociale, civile, economico, di democrazia.
È tanto grave il disegno della destra che essa
stessa cerca di nasconderlo e mascherarlo nel suo contrario. Lo
fa la Moratti con una vergognosa storica menzogna quando afferma
che la destra ha elevato l’obbligo scolastico a 18 anni di età.
Dimentica di precisare il ministro che a tale obbligo si può
assolvere così: a scuola, fino a 14 anni, iscrizione ad un corso
di formazione professionale, ingresso nel mondo del lavoro come
apprendista con qualche ora di formazione professionale. Questo
è l'obbligo scolastico della destra! Il punto di ripartenza è
duplice: abrogare questo progetto, assumere il tema della scuola
come grande priorità nazionale in termini di risorse e di
progettualità riformatrice. |