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“Ripartiamo tutti insieme per portare i comunisti
in Parlamento”. Il segretario del Pdci Oliviero Diliberto
affronta il mancato accordo per la lista arcobaleno
ricostruendo le fasi politiche della vicenda, rilancia la
proposta strategica della confederazione della sinistra e si
sofferma sul dibattito interno al partito. Un dibattito
rappresentato in modo fuorviante da alcune ricostruzioni
giornalistiche. Diliberto sottolinea la responsabilità dei Verdi
nell’aver rifiutato la proposta di una lista unitaria della
sinistra.
Una ricostruzione che svela alcuni interessanti
retroscena della discussione con gli “amici ambientalisti”, un
racconto fatto “senza alcuna intenzione polemica ma
semplicemente per ristabilire la verità dei fatti” di quello che
poteva essere un “primo concreto passo in avanti verso la
riaggregazione della sinistra”, a maggior ragione nella delicata
fase di costruzione del programma dell’Unione.
Iniziamo dallo scenario politico. La lista
Arcobaleno è saltata, ma anche il dibattito sul programma
dell’Unione non è semplice. Cosa succede?
Credo che occorra fare un passo indietro prima
di ripercorrere la cronaca di questi ultimi giorni. Per fare
questo intendo partire dalle questioni programmatiche. Ci stiamo
avvicinando ad una delicata costruzione del programma del
centrosinistra nell’auspicio che si riesca a battere Berlusconi
e a vincere le elezioni politiche della prossima primavera. Sul
programma esiste un grande rischio di arretramento rispetto
alla bozza che fu elaborata la scorsa estate perché vi è una
spinta delle componenti moderate. Le contraddizioni stanno
emergendo in moltissimi campi. Innanzitutto in politica estera.
Sulla vicenda del ritiro delle truppe italiane dall’Iraq siamo
passati progressivamente dal “ritiro immediato” - che era la
formulazione condivisa da tutto il centrosinistra - ad un
“ritiro graduale e concordato con le autorità irachene”.
Quest’ultima formulazione è chiaramente inaccettabile perché
introduce una posizione di subalternità rispetto ad interessi
terzi (quelli del governo statunitense in primo luogo). Questa
modifica della prospettiva su cui affrontare il ritiro ci ha
portato alla rottura al tavolo programmatico della politica
internazionale. Sulla politica estera la situazione non è
facile, ma serie difficoltà permangono anche su molte altre aree
tematiche che sono oggetto di discussione. Sui temi del lavoro e
della lotta al precariato assistiamo a pericolosi cedimenti.
Emerge il tentativo di fare assumere a tutta la coalizione un
approccio da “licenziamento facile” insieme a forti resistenze
contro l’abrogazione della legge 30, che per noi, invece, è tema
dirimente. E così anche sui temi della scuola pubblica, della
laicità dello Stato, della sanità e così via. Insomma ci stiano
avviando verso la costruzione di un programma dall’impronta
fortemente moderata e questo pone il problema del peso della
sinistra all’interno dello schieramento. E’ un problema che
riguarda i rapporti di forza all’interno dell’alleanza. Se la
sinistra sarà divisa, frammentata, sarà molto più difficile far
passare le nostre proposte, i nostri contenuti. Noi non mettiamo
e non metteremo in discussione la nostra presenza nell’Unione,
ma vorremmo che al suo interno ci fosse un bilanciamento a
sinistra sui contenuti programmatici per contenere le spinte dei
moderati e per far avanzare le proposte a favore dei lavoratori
e dei ceti deboli. E’ dall’esigenze di avere più sinistra che
nasce la proposta strategica, che noi ribadiamo, di aggregare le
forze di sinistra.
Il tema della riaggregazione della
sinistra è una costante dei tuoi ragionamenti. Resta ancora
valida dopo il fallimento della lista arcobaleno?
Assolutamente sì. Su questa proposta abbiamo
fatto due congressi. È una proposta che nasce dall’esigenza
profonda di far fare una salto di qualità alla sinistra italiana
lasciandoci alle spalle vecchi rancori e personalismi. E’ un
proposta di carattere strategico che abbiamo avanzato in
perfetta solitudine cinque anni fa e che, da oltre un anno, è
divenuta oggetto di dibattito politico fra ampi settori della
sinistra italiana. Il fallimento della lista Arcobaleno non è la
sconfitta del nostro progetto che, anzi, rilanciamo. Attorno a
questa proposta si sono aggregati ampi settori della sinistra
della CGIL, parte dei cosiddetti girotondi, figure storiche del
Manifesto. Tutti questi soggetti si sono ritrovati, dall’inizio
dell’anno, nella Camera di Consultazione della sinistra promossa
da Asor Rosa, un eccezionale esperimento di confronto politico
che nasce, a sua volta, sulla base del lavoro svolto dal Forum
per l’alternativa programmatica di governo guidato da Giampaolo
Patta, che ha operato lo scorso anno definendo una comune
piattaforma di lavoro. La Camera di consultazione era, in larga
misura, favorevole a trovare “forme di rappresentanza unitaria”,
ossia a trovare un modo per formare un aggregato elettorale di
quanti già avevano una piattaforma politica comune - noi la
chiamiamo confederazione, altri la possono chiamare in altri
modi, ma la sostanza è la stessa. Sarebbe stato un primo,
concreto passo in avanti verso una nuova unità della sinistra.
D’altronde, in merito alle convergenze programmatiche, basta
pensare che oggi noi, i Verdi, Rifondazione e quella che si
definisce la “sinistra ds”, tanto per stare ai soggetti politici
presenti in Parlamento, siamo d’accordo praticamente quasi su
tutto, alle Camere votiamo quasi sempre allo stesso modo su
pace, lavoro, diritti, democrazia; insomma sulla gran parte dei
provvedimenti che giungono in discussione.
Rifondazione, tuttavia, ha più volte
rifiutato di discutere la nostra proposta di riaggregazione a
sinistra.
Rifondazione ha manifestato la sua totale
indisponibilità a seguire questo percorso. Noi continuiamo a
rivolgerci a quel partito, ai suo militanti e dirigenti,
invitandoli a riflettere sull’importanza di una ricomposizione a
sinistra. Al momento non possiamo che registrare la scelta
negativa, ma noi insisteremo.
Torniamo all’Arcobaleno. Sembrava che la
partecipazione dei Verdi alla lista unitaria fosse acquisita, e
invece, man mano, si sono ritratti. Cosa è successo che ha
prodotto l’impossibilità di una lista arcobaleno?
Dalla convergenza su un progetto comune di
riunificazione della sinistra è nata, da tempo, l’ipotesi di
una “lista arcobaleno” che mettesse insieme i soggetti di cui ho
parlato prima (sinistra sindacale, associazionismo,
intellettualità), noi e i Verdi. Pensavamo che gli ambientalisti
si sentissero parte della sinistra italiana. E qui veniamo alla
cronaca dei fatti. Sabato 19 novembre, all’assemblea pubblica
della Camera di Consultazione, ho rilanciato la proposta, ma il
presidente dei Verdi Alfonso Pecoraro Scanio l’ha fatta
completamente cadere nel vuoto, nei fatti si è detto
indisponibile. Dopo l’assemblea pubblica abbiamo fatto un ultimo
tentativo in forma riservata. Mercoledì 23 ci siamo incontrati
a Montecitorio io, il nostro capogruppo alla Camera Pino Sgobio,
Pecoraro Scanio, Paolo Cento e il senatore verde Stefano Boco.
Abbiamo riconfermato la nostra disponibilità a trattare “a tutto
campo”, ma sono stati i Verdi a dirci che erano loro ad avere
l’esigenza di presentare “il sole che ride”, il loro simbolo. Lo
dico senza alcuna intenzione polemica nei confronti dell’amico
Pecoraio, ma semplicemente per ristabilire la verità dei fatti.
Tutto il resto è menzogna. Spudorata.
Veniamo al dibattito interno. Sabato 26
esce sul “Corriere della Sera” un’intervista del presidente
Armando Cossutta che invita a togliere la falce e martello pur
di dare vita alla lista arcobaleno e dice che il comunismo è
finito.
La Direzione nazionale si è riunita martedì 29 ed
ha ribadito la piena fiducia al presidente Armando Cossutta, che
è il presidente di tutti noi e che gode della fiducia del
partito. Il presidente Cossutta ha ampiamente chiarito, sia
sullo stesso “Corriere della Sera” che su “Repubblica”, il senso
delle sue parole, precisando la frase sul comunismo e
riconoscendo una certa discrepanza temporale della sua
intervista rispetto ai tempi della trattativa con i Verdi.
Qualche giornale ha dipinto una discussione
a tinte forti.
Abbiamo discusso molto. Abbiamo discusso in modo
maturo, libero. E’ immaturo un partito imbalsamato, incapace di
avere al suo interno opinioni diverse da portare, poi, a
sintesi. Noi non siamo una sorta di caserma. E alcune
ricostruzioni giornalistiche del nostro dibattito, forse anche
favorite da qualche sciocca ed autolesionistica versione di esso
uscita dal nostro interno, sono del tutto fuorvianti. Nessun
processo, nessuna resa dei conti. Anche perché, rispetto alla
storia grande e terribile del comunismo nel mondo, se ci
fossimo comportati così saremmo passati dalla tragedia alla
farsa. Ed io, invece, ho i piedi saldamente piantati per terra.
Sono, anzi, di un esasperato pragmatismo - e qualcuno me lo
rimprovera – sono nemico dell’ideologismo (che è cosa diversa,
anzi opposta rispetto all’ideologia); mi ritengo alieno da
qualunque fumisteria identitaria, da qualunque deriva settaria o
isolazionista. Sono, e resterò, semplicemente un comunista
italiano. Abbiamo difeso il partito. Adesso ripartiamo tutti
insieme: con chi ci starà. L’obiettivo è quello di portare nel
2006 il maggior numero possibile di comunisti nel Parlamento
italiano. Buon lavoro a tutti. |