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Ad
ogni giovane del nostro Paese verranno strappati
circa due anni di tempo-scuola, due anni che oggi
gli vengono riconosciuti come fondamentale
diritto di cittadinanza. Questo prevede il
progetto di "Riforma degli ordinamenti
scolastici" presentato nei giorni scorsi ed
elaborato dalla Commissione Bertagna, il Gruppo
ristretto di lavoro nominato dal ministro Moratti
nel luglio scorso, dopo aver cancellato la
riforma del cicli scolastici approvata dal
centrosinistra.
Il
tempo corrispondente a circa due anni scolastici
verrebbe infatti sottratto, riducendo il
curricolo scuola obbligatorio a
25 ore
settimanali, un tempo di un quinto - un sesto
inferiore rispetto alla situazione attuale; viene
inoltre abbassato lobbligo all'istruzione (oggi
previsto a 15 anni) costringendo così un ragazzo
quattordicenne a scegliere fra
il
suo futuro di
giovane studente o di giovane lavoratore. C'è di
più. Coloro che avessero avuto la possibilità
di frequentare la scuola dell'infanzia per tre
anni potrebbero avere un ulteriore sconto (questa
volta facoltativo!): potrebbero cioè abbandonare
con un anno di anticipo il loro percorso
formativo.
Mentre
presentava questo progetto il ministro prometteva
di investire 19mila miliardi per la scuola (naturalmente
compreso il capitolo scuola privata!) entro il
2007, dimenticando di dire che nello stesso
periodo, grazie alla riduzione del tempo-scuola
previsto dal progetto Bertagna, ne avrebbe sottratti
in quantità di gran lunga superiore alla
scuola pubblica, anzitutto nei termini di
riduzione di posti per molte decine di migliaia
di insegnanti.
E'
difficile trovare una definizione per questo
progetto della destra, ogni accezione negativa
dei termini usati per qualificarlo può apparire
troppo attenuata. Si tratta di un progetto
controriformatore, oscurantista e classista. Un
progetto che anziché tendere ad eliminare gli
aspetti di discriminazione di classe che, pure
attenuati e ridotti nel tempo, persistono nel
nostro sistema formativo, dalla media
all'università, è volto a riportare l'orologio
della storia indietro di decenni, quando cioè il
sistema formativo del nostro Paese era
strutturato in modo da discriminare nell'accesso
alla scuola una parte consistente della società
ad iniziare dai ceti e dalle classi sociali meno
abbienti.
A
questo risultato, appunto, porterebbe la scelta
di canalizzazione precoce (a 14 anni) tra
istruzione e formazione professionale così
come prevista dal progetto governativo.
Una
simile scelta non ha nulla a che vedere con 1esigenza
di adeguare la scuola ai mutamenti intervenuti
nella società, nell'economia, nel mondo del
lavoro. Essa, al contrario, costituisce una
totale rinuncia a questa esigenza per
corrispondere, invece, alle domande più grette e
becere del padronato italiano compromettendo il
futuro e la vita di moltissimi giovani. E' un
dato ormai acquisito, infatti, che se la
formazione professionale specifica ad un
determinato tipo di lavoro non è supportata e
integrata con un livello di formazione culturale
e generale adeguato, essa costituirà un
impedimento insormontabile per l'accesso a nuovi
lavori, per l'emancipazione sociale e lavorativa
del giovani. E' un principio ormai generalmente
acquisito quello secondo cui, in una società
complessa come la nostra, lo sviluppo delle
attitudini generali della mente permette un
migliore sviluppo delle competenze particolari e
specializzate, ovvero più forte è lintelligenza
generale più grande è la sua capacità di
trattare ed affrontare problemi specifici. II
progetto ministeriale si muove in totale
controtendenza rispetto a questi principi
elementari: addirittura avallando e
incentivando fenomeni quali quelli che si stanno
verificando nel Triveneto e in Lombardia (le
regioni più ricche d'Italia) dove si sta
abbassando il livello di scolarizzazione medio in
quanto molti giovani quindicenni abbandonano la
scuola per entrare nel mondo del lavoro. A questi
fenomeni, infatti, non si risponde costringendo
giovani quattordicenni a darsi una preparazione
lavorativa definita ed abbassando l'obbligo
all'istruzione, bensì elevando lobbligo
scolastico, anche prevedendo la scelta di aree
disciplinari specifiche più confacenti ai
giovani e rinviando la specializzazione ad un
periodo successivo. Questo è l'imperativo
categorico dell'oggi, la scelta necessaria per
garantire i diritti di cittadinanza compreso il
diritto al lavoro. Questa era la strada su cui si
era indirizzato, pur con scelte non sempre
lineari ed a volte contraddittorie, il progetto
riformatore del centrosinistra.
La
scelta della riduzione del tempo-scuola è
complementare e funzionale a quella della
canalizzazione precoce. Il progetto governativo
prevede infatti di ridurre a 25 ore settimanali
il curricolo obbligatorio destinato agli
insegnamenti principali (fra cui la religione
cattolica naturalmente) che si riducono a 20 se
si considera che 5 di esse devono essere
destinate alla cosiddetta "quota locale".
In sostanza si sceglie di mandare meno i ragazzi
a scuola o, meglio, molto meno. Infatti il
percorso di attività facoltative previsto nel
progetto governativo, aggrava, se possibile, la
situazione dal punto di vista della
discriminazione sociale.
Sinteticamente
esso risulta così articolato. Le attività
facoltative riguarderanno materie ritenute non
principali quali: competenze motorie e sportive,
musica, pittura, fotografia, lingue, eccetera;
dovranno essere istituite sul territorio (non in
ogni singola scuola) per una certa quota dalle
scuole stesse; potranno essere "acquisite"
per una quota ulteriore dalle famiglie, a
pagamento, dentro e fuori dalla scuola, salvo poi
richiedere la certificazione alla scuola stessa.
Il risultato è quello cosi definito in un
documento della Cgil scuola: «La
personalizzazione dei percorsi formativi, cioè lindividuazione
di percorsi di apprendimento in grado di far
acquisire a tutti un livello di competenze e
conoscenze essenziali, si trasforma in un
percorso individuale, in cui la famiglia sceglie
(in base ovviamente alle capacità economiche e
culturali) i servizi formativi più adatti al
proprio figlio».
Il
progetto governativo meriterebbe di essere
approfondito per altri aspetti sostanziali (dalle
competenze regionali, agli organismi di gestione
della scuola, al problema docenti, agli spazi che
esso apre all'istruzione privata). E tuttavia
quelli che ho sopra indicato sono sicuramente
fra gli snodi fondamentali per la realizzazione
di un progetto oscurantista che vuole realizzare
una scuola per i ricchi ed una per i poveri. Un
progetto che nega, cioè, quello che in qualsiasi
società liberale dovrebbe essere ormai
acquisito come imprescindibile condizione per la
democrazia, e che la Costituzione Italiana
prescrive: il diritto per tutti ad un elevato
livello di istruzione e formazione
indipendentemente dalla classe e dal ceto
sociale di appartenenza.
Ma
se questo è il loro progetto non hanno ancora
vinto. La consapevolezza della straordinaria
importanza della posta in gioco sta crescendo,
sta crescendo negli studenti che manifestano,
negli insegnanti che scioperano, è una
consapevolezza che deve estendersi a tutta la
società. Questa è la condizione per riuscire
fermare questa
destra.
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