Questione immorale

Catania,
il paradigma
del malgoverno
del centrodestra

 

di Roberto Soffritti

Da "La Rinascita della Sinistra"
del 5 agosto 2005

 

È legittimo che un sindaco e una giunta consentano assunzioni nelle società controllate pochi mesi prima delle elezioni? È legittima l’adozione, priva di copertura finanziaria, di una deliberazione di assunzione di 34 lavoratori Asu a 20 giorni dal voto? È tollerabile che si elargiscano 3 milioni di euro a circa 4.000 dipendenti a 3 giorni dal voto? È normale che un assessore, dinanzi alle gravi contestazioni dei magistrati di voto di scambio, dichiari ineffabile, e nonostante le contrarie risultanze agli atti, che a quella giunta lui non ha mai partecipato né espresso un voto? Eppure, questo, e molto altro ancora, è accaduto a Catania durante una aspra campagna elettorale in cui due mesi fa Berlusconi è intervenuto per tenere in piedi il proprio governo. Lo scontro tra la Cdl e l’Unione è stato senza precedenti sia per la durezza dei toni sia soprattutto per i mezzi a cui ha fatto ricorso la destra per arginare la rimonta del centrosinistra. Rappresentare con nitidezza il clima elettorale è difficile, ma non vi è dubbio che vi sia stata una grave alterazione del regolare svolgimento del confronto democratico ed elettorale.

Ma non basta. I resoconti dei rappresentanti di lista e di comuni cittadini relativi alle votazioni e ancor più allo spoglio delle schede espungono Catania e questo Paese dal novero delle democrazie. Circa 15mila schede annullate; liste irregolari; candidati fantasma; presidenti di seggio, scrutatori e segretari candidati o parenti di candidati; voti spariti; schede stracciate dentro l’urna; verbali incompleti o non rinvenuti; scrutini avvenuti a porte chiuse in assenza dei rappresentanti di lista; un numero di schede superiore a quello dei votanti iscritti e altro ancora. Così abnorme è stato il ritardo nell’insediamento del consiglio comunale, notevole l’imbarazzo dell’Ufficio elettorale centrale per le difficoltà incontrate nella verifica dei voti, infine dinanzi alle gravissime e sistematiche irregolarità addirittura costretto a censurare le operazioni di scrutinio. Ecco il paradigma della destra catanese, che poi non è molto dissimile da quella nazionale.

Se poi aggiungiamo un’inchiesta della procura catanese sulla gestione degli appalti comunali che pare vede coinvolti politici e apparati burocratici del Comune nel classico e perverso intreccio mafia, affari e politica il quadro si fa ancora più fosco. La questione morale oggi, più di prima, avvolge come una cappa il Paese e declinata in una Sicilia a bassa pressione istituzionale, dove prevalgono ancor più spregiudicatezza e modestia politica e democratica, la versione addirittura peggiora.

Fatti di inaudita gravità sono accaduti a Catania, così enormi e minacciosi da falsare l’esito elettorale, ed è l’ennesimo segnale dello scivolamento dell’Italia lungo un pericoloso crinale antidemocratico. Perciò è giunto il momento di porre con fermezza la questione in ogni sede istituzionale per restituire ai cittadini il proprio voto e garantire la tenuta democratica dello Stato. Perché a qualcuno potrebbe venire in mente di applicare il modello Catania su scala nazionale nella primavera prossima, per esempio ai collegi marginali. L’Italia dunque peggio della Liberia, tanto da dover chiedere la presenza degli osservatori dell’Osce? Pretendiamo che questo Paese, in cui oggi purtroppo trionfano cultura dell’illegalità; disprezzo verso le regole; mortificazione delle istituzioni; irrisione degli onesti, resti una democrazia, soprattutto nell’esercizio del diritto di voto.



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