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È legittimo che un sindaco e una giunta
consentano assunzioni nelle società controllate pochi mesi prima
delle elezioni? È legittima l’adozione, priva di copertura
finanziaria, di una deliberazione di assunzione di 34 lavoratori
Asu a 20 giorni dal voto? È tollerabile che si elargiscano 3
milioni di euro a circa 4.000 dipendenti a 3 giorni dal voto? È
normale che un assessore, dinanzi alle gravi contestazioni dei
magistrati di voto di scambio, dichiari ineffabile, e nonostante
le contrarie risultanze agli atti, che a quella giunta lui non
ha mai partecipato né espresso un voto? Eppure, questo, e molto
altro ancora, è accaduto a Catania durante una aspra campagna
elettorale in cui due mesi fa Berlusconi è intervenuto per
tenere in piedi il proprio governo. Lo scontro tra la Cdl e
l’Unione è stato senza precedenti sia per la durezza dei toni
sia soprattutto per i mezzi a cui ha fatto ricorso la destra per
arginare la rimonta del centrosinistra. Rappresentare con
nitidezza il clima elettorale è difficile, ma non vi è dubbio
che vi sia stata una grave alterazione del regolare svolgimento
del confronto democratico ed elettorale.
Ma non basta. I resoconti dei rappresentanti di
lista e di comuni cittadini relativi alle votazioni e ancor più
allo spoglio delle schede espungono Catania e questo Paese dal
novero delle democrazie. Circa 15mila schede annullate; liste
irregolari; candidati fantasma; presidenti di seggio, scrutatori
e segretari candidati o parenti di candidati; voti spariti;
schede stracciate dentro l’urna; verbali incompleti o non
rinvenuti; scrutini avvenuti a porte chiuse in assenza dei
rappresentanti di lista; un numero di schede superiore a quello
dei votanti iscritti e altro ancora. Così abnorme è stato il
ritardo nell’insediamento del consiglio comunale, notevole
l’imbarazzo dell’Ufficio elettorale centrale per le difficoltà
incontrate nella verifica dei voti, infine dinanzi alle
gravissime e sistematiche irregolarità addirittura costretto a
censurare le operazioni di scrutinio. Ecco il paradigma della
destra catanese, che poi non è molto dissimile da quella
nazionale.
Se poi aggiungiamo un’inchiesta della procura
catanese sulla gestione degli appalti comunali che pare vede
coinvolti politici e apparati burocratici del Comune nel
classico e perverso intreccio mafia, affari e politica il quadro
si fa ancora più fosco. La questione morale oggi, più di prima,
avvolge come una cappa il Paese e declinata in una Sicilia a
bassa pressione istituzionale, dove prevalgono ancor più
spregiudicatezza e modestia politica e democratica, la versione
addirittura peggiora.
Fatti di inaudita gravità sono accaduti a
Catania, così enormi e minacciosi da falsare l’esito elettorale,
ed è l’ennesimo segnale dello scivolamento dell’Italia lungo un
pericoloso crinale antidemocratico. Perciò è giunto il momento
di porre con fermezza la questione in ogni sede istituzionale
per restituire ai cittadini il proprio voto e garantire la
tenuta democratica dello Stato. Perché a qualcuno potrebbe
venire in mente di applicare il modello Catania su scala
nazionale nella primavera prossima, per esempio ai collegi
marginali. L’Italia dunque peggio della Liberia, tanto da dover
chiedere la presenza degli osservatori dell’Osce? Pretendiamo
che questo Paese, in cui oggi purtroppo trionfano cultura
dell’illegalità; disprezzo verso le regole; mortificazione delle
istituzioni; irrisione degli onesti, resti una democrazia,
soprattutto nell’esercizio del diritto di voto. |