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Previti e Dell’Utri sono legati a Berlusconi
dallo stesso rapporto di vicendevole protezione che
caratterizza, in particolare, i sodalizi criminosi. Solo così si
può spiegare quanto sta avvenendo in Parlamento. Dopo aver tante
volte legiferato per sottrarre alla giustizia il loro padrone, i
"giannizzeri" della maggioranza vengono ora costretti ad
approvare leggi mirate al solo fine di impedire che le condanne
penali inflitte dai tribunali di Milano e di Palermo ai due
principali sodali di Berlusconi possano divenire definitive.
Previti viene salvato riducendo i tempi di prescrizione di quasi
tutti i reati, compresi quelli che lo riguardano. Gli effetti
della riduzione saranno devastanti. L’abbreviamento dei tempi di
prescrizione riguarda anche i reati per i quali i processi sono
già in corso (se no, Previti non ne trarrebbe beneficio) e i più
gravi fra questi, compresi concussione e usura, che sono di più
complesso accertamento, ne rimarranno travolti. In futuro, poi,
dato che il governo non fa nulla per migliorare l’efficienza
dell’attività giudiziaria, le propensioni a delinquere saranno
esaltate dalla quasi assoluta certezza dell’impunità. Per quanto
riguarda Dell’Utri, sembra che gli azzeccagarbugli governativi
pensino a depenalizzare il concorso di persone nel delitto di
associazione per delinquere. Dimenticando, peraltro, che la
peculiare struttura di questo tipo di reato è per definizione
comprensiva di qualsiasi comportamento funzionale ai suoi scopi.
«Anche i bambini intuiscono che con questa legge
confezionata su misura per gli amici, il governo da lei
egregiamente presieduto si macchia... Perché tutti sono al
corrente, ma proprio tutti, che determinati aggiustamenti al
Codice sono volti non a migliorarlo per ragioni di giustizia, ma
a parare le terga di due signori a lei molto vicini». Sono
queste le parole con cui, a proposito della legge “salva-Previti”,
si rivolge a Berlusconi uno dei suoi più scomposti sostenitori
(Vittorio Feltri su “Libero” del 16 dicembre). L’immensa gravità
dell’invettiva di Feltri deriva dall’identità del destinatario:
non il Parlamento, ma il capo dell’esecutivo, che non è nemmeno
il proponente della legge. Insomma, dall’interno del blocco di
potere che sta martirizzando la Repubblica giunge il pieno ed
esplicito riconoscimento della totale soggezione della Camera
dei deputati e del Senato all’arbitrio privato e personale del
piduista che ci governa. Un piduista che, a sua volta, non è
stato condannato per aver corrotto un magistrato solo perché il
giudice ha ritenuto di potere, in relazione a un delitto
commesso per lucro, concedere le attenuanti generiche a un
miliardario con scabrosi precedenti giudiziari e di vita. È per
evitare una volta per tutte di dover continuare a rendere
manifesto il dominio assoluto esercitato da Berlusconi sul
Parlamento attraverso i suoi giannizzeri, che costoro hanno
deciso, con la riforma dell’Ordinamento giudiziario, di
assicurare al Governo il controllo e la direzione anche della
magistratura e, dunque, della giurisdizione.
La realizzazione di questo disegno eversivo ha
trovato un primo ostacolo nella lealtà istituzionale del
presidente della Repubblica che, esercitando il potere di
controllo affidategli dall’art. 74 della Costituzione, ha
rispedito al mittente la legge per il suo palese contrasto con
gli articoli 101, 104, 105, 110, 112, 134 della Carta
fondamentale. Ciampi, che è anche il presidente del Consiglio
Superiore della Magistratura, ha concentrato la sua attenzione
sui punti della riforma che ledono direttamente la libertà della
giurisdizione, attraverso lo svilimento del ruolo del CSM e
l’illegittima attribuzione al ministro della Giustizia o ad
organi da lui condizionati di poteri d’indirizzo politico, di
controllo, d’impugnativa e di attribuzione funzionale. E tanto
basterebbe. Ma la riforma viola il dettato costituzionale anche
sotto altri aspetti che, assieme a quelli segnalati dal Capo
dello Stato ed eventualmente non corretti, possono venire
cancellati dalla Consulta. Sul piano della legittimità
costituzionale, possiamo dunque dire che il nostro ordinamento
contiene efficaci mezzi di garanzia.
Resta, tuttavia, una penosa sensazione di
impotenza di fronte alla degradazione del Parlamento di cui si
diceva in principio. Ma, a proposito di garanzie, siamo proprio
sicuri che l’art.88 della Costituzione non attribuisca al
presidente della Repubblica il potere di sciogliere le Camere
nel caso in cui esse non siano in grado di funzionare per i loro
fini istituzionali e, per un’irredimibile loro situazione
strutturale, non possano che limitarsi a eseguire la volontà e a
soddisfare gli interessi di un privato - come Berlusconi, per
giunta ? |