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Un amore antico, quello che da sempre lega il
segretario del Pdci al Medio Oriente. Oliviero Diliberto è stato
membro dell’esecutivo nazionale dell’Isprom (l’Istituto di Studi
e Progetti per il Mediterraneo) e per anni ha diretto la rivista
Cooperazione Mediterranea. Un viaggio quindi "naturale" quello
che la scorsa settimana lo ha portato in Libano e in Siria. Un
viaggio per capire meglio i conflitti e soprattutto alla ricerca
delle ragioni della pace.
Come è nata l’idea di questo viaggio ?
In verità ci pensavamo da diverso tempo, ma con
la scomparsa del presidente palestinese Yasser Arafat abbiamo
sentito il bisogno di conoscere meglio la nuova fase che si è
aperta in Medio Oriente. Un viaggio utile, che ha offerto molte
importanti informazioni, scambi di vedute. È servito anche per
spiegare ai nostri interlocutori che la politica estera italiana
non è solo rappresentata dall’operato del governo Berlusconi:
servo sciocco dell’amministrazione Bush e totalmente
dilettantistico e provinciale.
Il viaggio è partito dal Libano ed il primo
impegno è stato quello di deporre a Chatila una corona davanti
alla pietra che ricorda i morti del massacro del 1982. Come mai
proprio questa scelta ?
Ho voluto visitare Chatila anche per rimarcare il
fatto che esiste un’altra Italia, diversa da quella di
Berlusconi. Un’Italia che mentre il ministro degli Esteri si
reca in Israele da Sharon, per affermare che il "muro" è un
fattore positivo - in spregio alle risoluzioni delle Nazioni
Unite e al tribunale dell'Aja - , va in uno dei tanti luoghi
della sofferenza, a Chatila, dove proprio l’attuale Primo
ministro israeliano si è macchiato di un atto criminale. La
nostra presenza nel campo dei rifugiati palestinesi vuole anche
denunciare la pessima politica estera italiana. Per decenni il
nostro Paese ha portato avanti in questa area del mondo una
diplomazia fatta di confronto politico e culturale, di
cooperazione economica, di dialogo interreligioso, messa in atto
da persone competenti. Proprio in Libano, nei primi anni
Ottanta, i nostri militari e la nostra intelligence si sono
fatti apprezzare da tutti per la loro professionalità e per la
loro umanità: ma tutto ciò aveva alle spalle, come ovvio, una
precisa politica estera verso il mondo arabo. Oggi invece è
tutto diverso.
Cosa ti ha colpito girando per i vicoli di
Chatila ?
L’estrema durezza delle condizioni di vita a cui
sono costrette queste persone e, nello stesso tempo, la
straordinaria dignità. Vicoli strettissimi, dove era difficile
passare in due, fogne a cielo aperto, case che non potendo
sviluppare in larghezza si protendono pericolosamente verso il
cielo, ma anche piccoli angoli di paradiso come il caso
dell'asilo gestito da Assomud, una delle tante ong palestinesi
che operano dentro i campi. Il lavoro di queste organizzazioni è
straordinario. Non solo perché offrono ai bambini qualche ora di
serenità, ma anche perché costituiscono un argine ai pericoli di
egemonia religiosa degli integralisti. Pensare di poter
combattere il fanatismo religioso solo con le parole sarebbe
ridicolo, serve altro: atti concreti. Per questo ho preso
l’impegno di fronte a quella gente di stimolare una volta
tornato in Italia una solidarietà concreta.
Come è vissuta nei campi la scomparsa di
Yasser Arafat ?
Innegabilmente c’è la consapevolezza che con lui
è morto un pezzo della storia della Palestina. Oggi i
palestinesi si trovano ancora più soli. Ma ho notato anche una
grande determinazione ad andare a avanti e a lottare per i loro
diritti. Prestano molta attenzione alla memoria, al diritto al
"ritorno", una questione qui da noi troppo spesso sottovalutata
ma centrale in ogni ipotesi di pace futura.
Tu vedi una possibile soluzione alla questione
palestinese ?
Non esistono bacchette magiche che possano
sistemare tutto. Occorre un lavoro lungo e serio. Si devono
cambiare le coscienze dei popoli. Credo però che una pace sia
possibile solo sulla base di quanto prevedono le risoluzioni
delle Nazioni Unite. Voglio essere chiaro: deve essere applicata
la "242", che prevede la restituzione dei territori occupati con
la guerra dei Sei Giorni del 1967. Una risoluzione che in
pratica sottintende la nascita di due Stati dove possano vivere
in pace e liberamente due popoli, quello palestinese e quello
israeliano. Inoltre questa risoluzione, se applicata,
consentirebbe una pace immediata anche con la Siria, perché
prevede la restituzione del Golan, e con il Libano, perché
libererebbe l'ultima fetta di territorio ancora occupato dalle
armate di Tel Aviv. In questo modo si metterebbe in moto una
sorta di "effetto domino" che rasserenerebbe l'intera area
mediorientale.
E Israele ?
Israele vedrebbe così garantita la sua sicurezza
e a sua integrità: diritti sacrosanti, che difendo e difenderò
sempre.
In Libano hai anche incontrato il leader del
partito Hezbollah. Un incontro che sembra aver dato fastidio a
qualcuno.
La reazione dell'ambasciatore israeliano in
Italia è stata offensiva e arriva a mettere a rischio la mia
stessa incolumità fisica. Non mi farò certo intimidire. Ma mi
addolora pensare che un ambasciatore, che rappresenta
ufficialmente un Paese, non capisca la differenza fra l'essere
contro Sharon e l’essere antisemiti. Una confusione, la sua,
pericolosa e agghiacciante. Questo atteggiamento non aiuta
Israele e non serve al popolo ebraico. Israele ambisce a vedersi
riconoscere le sue giuste aspirazioni alla sicurezza e alla
pace, ma per fare questo deve riconoscere le altrettanto giuste
aspirazioni degli altri, a partire proprio da quelle dei
palestinesi.
Ritornando all’incontro con Nasrallah, che vi
siete detti ?
Ho spiegato al segretario di Hezbollah il motivo
del nostro viaggio. La ricerca di riallacciare quei fili di
dialogo, che erano tradizione della nostra diplomazia e che ora
sono tutti spezzati. Gli ho detto che noi Comunisti italiani, da
diversi anni, abbiamo posto il problema della pace come punto
centrale del nostro agire. Il popolo italiano è a larghissima
maggioranza contro la guerra e le stesse parole del Pontefice a
questo proposito sono state chiare. Purtroppo però il governo
lavora verso la direzione opposta. Abbiamo anche discusso della
necessità di contrastare il terrorismo, ogni forma di
terrorismo. Ma abbiamo convenuto che la guerra alimenta, anziché
sconfiggere, proprio il terrorismo, in ogni parte del mondo, che
infatti è grandemente aumentato. Su questo le parole del leader
sciita sono state molto nette. Lui ha ad esempio fermamente
condannato gli atti contro i civili in Iraq, i sequestri di
persona, le decapitazioni, definendoli terrorismo. Un
terrorismo, a spiegato noi, che non aiuta la resistenza. Ha
tenuto a sottolineare che per chi come gli hezbollah hanno
combattuto una lotta di resistenza per liberare il proprio Paese
è impossibile pensare di colpire il proprio popolo.
Che impressione hai avuta di questo partito ?
È vittima di alcuni stereotipi. Certamente è un
partito religioso e questo costituisce una decisiva differenza
con la nostra tradizione: stentiamo a capire questa area del
mondo se la osserviamo con un'ottica "eurocentrica". Ma questo
partito ha propri deputati nel Parlamento libanese, sindaci,
amministratori locali: è un partito, dunque, perfettamente
legale. In Italia nulla si sa, prevale, come dicevo, molto
provincialismo, quando non una evidente ignoranza.
Dopo il Libano vi siete recati in Siria. Siria
e Libano, due Paesi che proprio in questi giorni sono al centro
di polemiche e di una risoluzione delle Nazioni Unite.
Vero. La questione della risoluzione 1559 è a dir
poco curiosa. Premesso che è una giusta aspirazione per ogni
popolo mirare alla piena indipendenza, non si capisce il perché
di tanto accanimento su questi due Paesi quando proprio in
questa area decine di risoluzioni sono ogni anno disattese
proprio da Israele. Credo che la questione di un completo ritiro
dei soldati siriani dal Libano sia assolutamente un risultato da
conseguire, ma attenzione a non ricacciare il Libano verso una
pericolosa guerra civile dalla quale si è da poco tirato fuori.
E' sbagliato pensare di poter risolvere separatamente le tante
questioni che affliggono il Medioriente: per questo serve una
conferenza internazionale che dia risposte a tutte le questioni
aperte, a partire proprio da quella palestinese: la madre di
tutti i problemi.
In Siria che ambiente hai trovato ?
Damasco in queste settimane è un vero crocevia di
incontri. Un ambiente frizzante. Lo si respira nell’aria.
Abbiamo incontrato i massimi esponenti del partito Ba'ath e dei
due partiti comunisti. Tutti hanno denunciato l'assedio (e le
sanzioni economiche) al quale gli Stati Uniti stanno
sottoponendo il loro Paese. Anche a loro abbiamo manifestato
l'intenzione di rappresentare un'Italia diversa. Un'Italia che
vuole la pace e il dialogo. In questo abbiamo riscontrato piena
comunanza. Tutti abbiamo convenuto che il Mediterraneo deve
recuperare l'antica aspirazione ad essere mare di pace, dialogo
e convivenza delle culture, delle religioni e dei popoli. La
Siria, proprio due giorni fa, ha compiuto un'apertura decisa
verso Israele e gli Usa, offrendo un trattativa "senza
condizioni". È stata rifiutata. Chi è, dunque, che vuole la
pace? E proprio in tema di terrorismo, non dimentichiamo il
contributo offerto dalla Siria ad aprire canali che
consentissero la liberazione delle due volontarie italiane.
Un viaggio ambizioso. Avete proposto una
diplomazia alternativa utile anche alla costruzione delle
politiche della coalizione di centrosinistra.
Era la nostra aspirazione. In questa area il
popolo italiano viene ancora percepito come amico, ma non così è
vissuto il nostro governo. La guerra rischia di rappresentare
una pericolosa cesura e per questo è oggi quanto mai necessario
chiedere l'immediato ritiro delle truppe dall’Iraq e venire qui
a testimoniare la nostra volontà di pace. L'obiettivo è quello
di affermare di nuovo la politica estera che aveva
contraddistinto il nostro Paese per decenni. Quella politica che
in tempi non sospetti inventò l'efficace espressione dell'"equivicinanza"
tra Israele e Palestina. Ma tutto questo purtroppo è solo un
ricordo. Desideriamo che il nostro Paese - a cui vogliamo
sinceramente bene - riprenda il ruolo che ha sempre avuto anche
per la sua posizione geografica: dobbiamo riaffermare la
vocazione mediterranea della politica estera italiana, con un
ruolo di cerniera fra l'Unione Europea e il mondo
arabo-islamico. |