Intervista: Diliberto racconta il suo viaggio in Medioriente

Missione di pace

di Maurizio Musolino

Da "La Rinascita della Sinistra"
del 3 dicembre 2004


 

Un amore antico, quello che da sempre lega il segretario del Pdci al Medio Oriente. Oliviero Diliberto è stato membro dell’esecutivo nazionale dell’Isprom (l’Istituto di Studi e Progetti per il Mediterraneo) e per anni ha diretto la rivista Cooperazione Mediterranea. Un viaggio quindi "naturale" quello che la scorsa settimana lo ha portato in Libano e in Siria. Un viaggio per capire meglio i conflitti e soprattutto alla ricerca delle ragioni della pace.

Come è nata l’idea di questo viaggio ?

In verità ci pensavamo da diverso tempo, ma con la scomparsa del presidente palestinese Yasser Arafat abbiamo sentito il bisogno di conoscere meglio la nuova fase che si è aperta in Medio Oriente. Un viaggio utile, che ha offerto molte importanti informazioni, scambi di vedute. È servito anche per spiegare ai nostri interlocutori che la politica estera italiana non è solo rappresentata dall’operato del governo Berlusconi: servo sciocco dell’amministrazione Bush e totalmente dilettantistico e provinciale.

Il viaggio è partito dal Libano ed il primo impegno è stato quello di deporre a Chatila una corona davanti alla pietra che ricorda i morti del massacro del 1982. Come mai proprio questa scelta ?

Ho voluto visitare Chatila anche per rimarcare il fatto che esiste un’altra Italia, diversa da quella di Berlusconi. Un’Italia che mentre il ministro degli Esteri si reca in Israele da Sharon, per affermare che il "muro" è un fattore positivo - in spregio alle risoluzioni delle Nazioni Unite e al tribunale dell'Aja - , va in uno dei tanti luoghi della sofferenza, a Chatila, dove proprio l’attuale Primo ministro israeliano si è macchiato di un atto criminale. La nostra presenza nel campo dei rifugiati palestinesi vuole anche denunciare la pessima politica estera italiana. Per decenni il nostro Paese ha portato avanti in questa area del mondo una diplomazia fatta di confronto politico e culturale, di cooperazione economica, di dialogo interreligioso, messa in atto da persone competenti. Proprio in Libano, nei primi anni Ottanta, i nostri militari e la nostra intelligence si sono fatti apprezzare da tutti per la loro professionalità e per la loro umanità: ma tutto ciò aveva alle spalle, come ovvio, una precisa politica estera verso il mondo arabo. Oggi invece è tutto diverso.

Cosa ti ha colpito girando per i vicoli di Chatila ?

L’estrema durezza delle condizioni di vita a cui sono costrette queste persone e, nello stesso tempo, la straordinaria dignità. Vicoli strettissimi, dove era difficile passare in due, fogne a cielo aperto, case che non potendo sviluppare in larghezza si protendono pericolosamente verso il cielo, ma anche piccoli angoli di paradiso come il caso dell'asilo gestito da Assomud, una delle tante ong palestinesi che operano dentro i campi. Il lavoro di queste organizzazioni è straordinario. Non solo perché offrono ai bambini qualche ora di serenità, ma anche perché costituiscono un argine ai pericoli di egemonia religiosa degli integralisti. Pensare di poter combattere il fanatismo religioso solo con le parole sarebbe ridicolo, serve altro: atti concreti. Per questo ho preso l’impegno di fronte a quella gente di stimolare una volta tornato in Italia una solidarietà concreta.

Come è vissuta nei campi la scomparsa di Yasser Arafat ?

Innegabilmente c’è la consapevolezza che con lui è morto un pezzo della storia della Palestina. Oggi i palestinesi si trovano ancora più soli. Ma ho notato anche una grande determinazione ad andare a avanti e a lottare per i loro diritti. Prestano molta attenzione alla memoria, al diritto al "ritorno", una questione qui da noi troppo spesso sottovalutata ma centrale in ogni ipotesi di pace futura.

Tu vedi una possibile soluzione alla questione palestinese ?

Non esistono bacchette magiche che possano sistemare tutto. Occorre un lavoro lungo e serio. Si devono cambiare le coscienze dei popoli. Credo però che una pace sia possibile solo sulla base di quanto prevedono le risoluzioni delle Nazioni Unite. Voglio essere chiaro: deve essere applicata la "242", che prevede la restituzione dei territori occupati con la guerra dei Sei Giorni del 1967. Una risoluzione che in pratica sottintende la nascita di due Stati dove possano vivere in pace e liberamente due popoli, quello palestinese e quello israeliano. Inoltre questa risoluzione, se applicata, consentirebbe una pace immediata anche con la Siria, perché prevede la restituzione del Golan, e con il Libano, perché libererebbe l'ultima fetta di territorio ancora occupato dalle armate di Tel Aviv. In questo modo si metterebbe in moto una sorta di "effetto domino" che rasserenerebbe l'intera area mediorientale.

E Israele ?

Israele vedrebbe così garantita la sua sicurezza e a sua integrità: diritti sacrosanti, che difendo e difenderò sempre.

In Libano hai anche incontrato il leader del partito Hezbollah. Un incontro che sembra aver dato fastidio a qualcuno.

La reazione dell'ambasciatore israeliano in Italia è stata offensiva e arriva a mettere a rischio la mia stessa incolumità fisica. Non mi farò certo intimidire. Ma mi addolora pensare che un ambasciatore, che rappresenta ufficialmente un Paese, non capisca la differenza fra l'essere contro Sharon e l’essere antisemiti. Una confusione, la sua, pericolosa e agghiacciante. Questo atteggiamento non aiuta Israele e non serve al popolo ebraico. Israele ambisce a vedersi riconoscere le sue giuste aspirazioni alla sicurezza e alla pace, ma per fare questo deve riconoscere le altrettanto giuste aspirazioni degli altri, a partire proprio da quelle dei palestinesi.

Ritornando all’incontro con Nasrallah, che vi siete detti ?

Ho spiegato al segretario di Hezbollah il motivo del nostro viaggio. La ricerca di riallacciare quei fili di dialogo, che erano tradizione della nostra diplomazia e che ora sono tutti spezzati. Gli ho detto che noi Comunisti italiani, da diversi anni, abbiamo posto il problema della pace come punto centrale del nostro agire. Il popolo italiano è a larghissima maggioranza contro la guerra e le stesse parole del Pontefice a questo proposito sono state chiare. Purtroppo però il governo lavora verso la direzione opposta. Abbiamo anche discusso della necessità di contrastare il terrorismo, ogni forma di terrorismo. Ma abbiamo convenuto che la guerra alimenta, anziché sconfiggere, proprio il terrorismo, in ogni parte del mondo, che infatti è grandemente aumentato. Su questo le parole del leader sciita sono state molto nette. Lui ha ad esempio fermamente condannato gli atti contro i civili in Iraq, i sequestri di persona, le decapitazioni, definendoli terrorismo. Un terrorismo, a spiegato noi, che non aiuta la resistenza. Ha tenuto a sottolineare che per chi come gli hezbollah hanno combattuto una lotta di resistenza per liberare il proprio Paese è impossibile pensare di colpire il proprio popolo.

Che impressione hai avuta di questo partito ?

È vittima di alcuni stereotipi. Certamente è un partito religioso e questo costituisce una decisiva differenza con la nostra tradizione: stentiamo a capire questa area del mondo se la osserviamo con un'ottica "eurocentrica". Ma questo partito ha propri deputati nel Parlamento libanese, sindaci, amministratori locali: è un partito, dunque, perfettamente legale. In Italia nulla si sa, prevale, come dicevo, molto provincialismo, quando non una evidente ignoranza.

Dopo il Libano vi siete recati in Siria. Siria e Libano, due Paesi che proprio in questi giorni sono al centro di polemiche e di una risoluzione delle Nazioni Unite.

Vero. La questione della risoluzione 1559 è a dir poco curiosa. Premesso che è una giusta aspirazione per ogni popolo mirare alla piena indipendenza, non si capisce il perché di tanto accanimento su questi due Paesi quando proprio in questa area decine di risoluzioni sono ogni anno disattese proprio da Israele. Credo che la questione di un completo ritiro dei soldati siriani dal Libano sia assolutamente un risultato da conseguire, ma attenzione a non ricacciare il Libano verso una pericolosa guerra civile dalla quale si è da poco tirato fuori. E' sbagliato pensare di poter risolvere separatamente le tante questioni che affliggono il Medioriente: per questo serve una conferenza internazionale che dia risposte a tutte le questioni aperte, a partire proprio da quella palestinese: la madre di tutti i problemi.

In Siria che ambiente hai trovato ?

Damasco in queste settimane è un vero crocevia di incontri. Un ambiente frizzante. Lo si respira nell’aria. Abbiamo incontrato i massimi esponenti del partito Ba'ath e dei due partiti comunisti. Tutti hanno denunciato l'assedio (e le sanzioni economiche) al quale gli Stati Uniti stanno sottoponendo il loro Paese. Anche a loro abbiamo manifestato l'intenzione di rappresentare un'Italia diversa. Un'Italia che vuole la pace e il dialogo. In questo abbiamo riscontrato piena comunanza. Tutti abbiamo convenuto che il Mediterraneo deve recuperare l'antica aspirazione ad essere mare di pace, dialogo e convivenza delle culture, delle religioni e dei popoli. La Siria, proprio due giorni fa, ha compiuto un'apertura decisa verso Israele e gli Usa, offrendo un trattativa "senza condizioni". È stata rifiutata. Chi è, dunque, che vuole la pace? E proprio in tema di terrorismo, non dimentichiamo il contributo offerto dalla Siria ad aprire canali che consentissero la liberazione delle due volontarie italiane.

Un viaggio ambizioso. Avete proposto una diplomazia alternativa utile anche alla costruzione delle politiche della coalizione di centrosinistra.

Era la nostra aspirazione. In questa area il popolo italiano viene ancora percepito come amico, ma non così è vissuto il nostro governo. La guerra rischia di rappresentare una pericolosa cesura e per questo è oggi quanto mai necessario chiedere l'immediato ritiro delle truppe dall’Iraq e venire qui a testimoniare la nostra volontà di pace. L'obiettivo è quello di affermare di nuovo la politica estera che aveva contraddistinto il nostro Paese per decenni. Quella politica che in tempi non sospetti inventò l'efficace espressione dell'"equivicinanza" tra Israele e Palestina. Ma tutto questo purtroppo è solo un ricordo. Desideriamo che il nostro Paese - a cui vogliamo sinceramente bene - riprenda il ruolo che ha sempre avuto anche per la sua posizione geografica: dobbiamo riaffermare la vocazione mediterranea della politica estera italiana, con un ruolo di cerniera fra l'Unione Europea e il mondo arabo-islamico.



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