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A chi ha letto i commenti alla scomparsa di
Yasser Arafat sui principali quotidiani italiani – conservatori,
moderati e progressisti – non sarà sfuggito il diffuso tono non
solo di critica, ma spesso di dileggio se non di disprezzo nei
confronti del leader palestinese. Il tutto, accompagnato da un
ricorrente gossip su di lui e sulla moglie. Un segno dei tempi,
coerente con la radicale opzione antiaraba della maggioranza e
del governo. Tempi brutti, a dire il vero. Il ministro Martino
santifica la guerra preventiva col suo consueto umorismo
macabro: “prevenire è meglio che curare”. Il Presidente del
Senato, particolarmente comunicativo nelle ultime settimane,
prima – in preda a grave ossessione identitaria - ha sentenziato
che tutti noi europei “dobbiamo dirci cristiani”, poi è riuscito
a far atterrare in ritardo l’aereo con la delegazione di
parlamentari che si recava ai funerali di Arafat al Cairo,
infine ha ribadito le sue oramai note convinzioni sul ruolo di
prima linea che l’Italia deve svolgere e – ahimè - sta svolgendo
nella guerra di religione contro l’Islam, dal medesimo Pera
dichiarata. A proposito, ricordate il noto film comico
“Brancaleone alle Crociate ?”. La differenza è che nella
situazione attuale di comico non c’è nulla.
Arafat francamente meritava di meglio nel nostro
Paese, i cui governi per decenni avevano visto con equilibrio e
simpatia la sua causa. Gli italiani, sia chiaro, non si fanno
abbagliare dalle armature, gli scudi e le alabarde che
rumoreggiano in alti scranni: erano decine di migliaia alla
manifestazione del 13 novembre in solidarietà con i palestinesi.
Arafat meritava di meglio per il presente e per il passato:
recluso gli ultimi tre anni a Ramallah, bollato come terrorista
da quelli che hanno fatto dell’omicidio politico e delle stragi
il loro credo – parlo in primis del signor Sharon – è stato, è e
sarà un’icona di un movimento mondiale di liberazione che
nessuna revisione storica potrà oscurare.
Arafat non è solo un pezzo di storia. E’ un pezzo
della nostra storia. Due generazioni in tutto il mondo,
cresciute in uno scenario di lotte di liberazione e di
sanguinosi tentativi di conculcarle. Arafat ha fatto diventare
la causa della Palestina una causa mondiale fin dai tempi della
guerra del Vietnam. Erano gli anni di Nasser e Lumumba, poi di
Ernesto Che Guevara, poi di Ho Chi Min, del generale Giap e di
Allende, poi di Nelson Mandela. Erano gli anni di tutti coloro
che hanno fatto dei movimenti di liberazione del mondo e della
lotta all’oppressione una grande ragione laica e progressista.
Negli anni Settanta la causa palestinese raggiunse l’apice della
popolarità in tutto il mondo. “Anche io sono un palestinese”,
era uno slogan diffuso in Italia. E un altro: “vitaterralibertà”.
Yasser è stato questo per l’Europa. Per i popoli arabi il
simbolo che la lotta di liberazione si può condurre persino
nella più difficile delle condizioni.
I popoli di tutto il mondo hanno un debito verso
Arafat che non sarà oscurato da nessuna propaganda a lui ostile.
Adesso è sepolto nella terra che lo ha visto recluso per tre
anni. Che essa sia lieve, è l’auspicio dei congiunti di ogni
defunto. Per lui sarà ancora più lieve, come per chiunque viene
pianto da un popolo intero. |