La Palestina nel cuore

Il leader palestinese,
un pezzo della nostra storia
e Brancaleone alle crociate
 

di Gianfranco Pagliarulo

Da "La Rinascita della Sinistra"
del 19 novembre 2004

 

A chi ha letto i commenti alla scomparsa di Yasser Arafat sui principali quotidiani italiani – conservatori, moderati e progressisti – non sarà sfuggito il diffuso tono non solo di critica, ma spesso di dileggio se non di disprezzo nei confronti del leader palestinese. Il tutto, accompagnato da un ricorrente gossip su di lui e sulla moglie. Un segno dei tempi, coerente con la radicale opzione antiaraba della maggioranza e del governo. Tempi brutti, a dire il vero. Il ministro Martino santifica la guerra preventiva col suo consueto umorismo macabro: “prevenire è meglio che curare”. Il Presidente del Senato, particolarmente comunicativo nelle ultime settimane, prima – in preda a grave ossessione identitaria - ha sentenziato che tutti noi europei “dobbiamo dirci cristiani”, poi è riuscito a far atterrare in ritardo l’aereo con la delegazione di parlamentari che si recava ai funerali di Arafat al Cairo, infine ha ribadito le sue oramai note convinzioni sul ruolo di prima linea che l’Italia deve svolgere e – ahimè - sta svolgendo nella guerra di religione contro l’Islam, dal medesimo Pera dichiarata. A proposito, ricordate il noto film comico “Brancaleone alle Crociate ?”. La differenza è che nella situazione attuale di comico non c’è nulla.

Arafat francamente meritava di meglio nel nostro Paese, i cui governi per decenni avevano visto con equilibrio e simpatia la sua causa. Gli italiani, sia chiaro, non si fanno abbagliare dalle armature, gli scudi e le alabarde che rumoreggiano in alti scranni: erano decine di migliaia alla manifestazione del 13 novembre in solidarietà con i palestinesi. Arafat meritava di meglio per il presente e per il passato: recluso gli ultimi tre anni a Ramallah, bollato come terrorista da quelli che hanno fatto dell’omicidio politico e delle stragi il loro credo – parlo in primis del signor Sharon – è stato, è e sarà un’icona di un movimento mondiale di liberazione che nessuna revisione storica potrà oscurare.

Arafat non è solo un pezzo di storia. E’ un pezzo della nostra storia. Due generazioni in tutto il mondo, cresciute in uno scenario di lotte di liberazione e di sanguinosi tentativi di conculcarle. Arafat ha fatto diventare la causa della Palestina una causa mondiale fin dai tempi della guerra del Vietnam. Erano gli anni di Nasser e Lumumba, poi di Ernesto Che Guevara, poi di Ho Chi Min, del generale Giap e di Allende, poi di Nelson Mandela. Erano gli anni di tutti coloro che hanno fatto dei movimenti di liberazione del mondo e della lotta all’oppressione una grande ragione laica e progressista. Negli anni Settanta la causa palestinese raggiunse l’apice della popolarità in tutto il mondo. “Anche io sono un palestinese”, era uno slogan diffuso in Italia. E un altro: “vitaterralibertà”. Yasser è stato questo per l’Europa. Per i popoli arabi il simbolo che la lotta di liberazione si può condurre persino nella più difficile delle condizioni.

I popoli di tutto il mondo hanno un debito verso Arafat che non sarà oscurato da nessuna propaganda a lui ostile. Adesso è sepolto nella terra che lo ha visto recluso per tre anni. Che essa sia lieve, è l’auspicio dei congiunti di ogni defunto. Per lui sarà ancora più lieve, come per chiunque viene pianto da un popolo intero.



Yasser Arafat
e le sette vite del popolo palestinese

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da "La Rinascita della Sinistra"

È un lutto per l'intero movimento democratico
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Sabra e Chatila vent'anni dopo
Ufficio stampa
Roma. 10 Settembre 2002




Antisemitismo, un macigno sul dialogo per la pace
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Diliberto in Palestina

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