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1967. Arafat con il
mitra insieme ai suoi feddayn di Fatah durante la battaglia di
Karamé. Un momento epico della lotta di liberazione palestinese.
Per la prima volta, poche settimane dopo la disfatta della
guerra dei Sei giorni, si dimostrava al mondo che l'esercito
israeliano si poteva fermare. Era l'inizio della presa di
consapevolezza del popolo di Palestina del fatto che il suo
destino poggiava solo sulle proprie spalle.
1970. Arafat si
rifugia in Libano dopo Settembre nero. Abu Ammar è parte della
delusione palestinese: questa volta ad attaccare è un “fretello
arabo”, la Giordania. Tutti ritengono impossibile
“ricominciare”, forse anche Arafat, ma si deve.
1974. Arafat sale
con una giacchetta bianca gli scalini del palco per parlare alle
Nazioni Unite. È il suo trionfo: il primo riconoscimento
internazionale dell'entità palestinese.
1982. Arafat
assediato a Beirut. Insieme a lui è assediata la sua gente nei
campi dei rifugiati. Oltre 400mila palestinesi sono sotto le
bombe di Israele e dei falangisti libanesi. E' l'anno del
massacro di Sabra e Chatila.
1993. Arafat firma
davanti alla Casa Bianca gli accordi di Oslo con Rabin. Sono i
giorni della speranza. La sua e quella di tutto il suo popolo.
1994. Arafat torna
in Palestina. Al Auda (il ritorno) sembra cosa fatta.
1996. Arafat piange
la morte di Rabin assassinato da un integralista ebraico. La
fine delle speranze di pace e convivenza.
2002. Arafat stretto
dentro le mura della Muqata. Prigioniero, come tutti i
palestinesi, dell’Occupazione israeliana.
Tanti momenti della storia palestinese che si
sono legati con la storia personale del suo leader. Tante volte
in cui i destini della gente di Nablus, Gaza, Ramallah, Hebron…
si sono uniti a quelli del loro Presidente. Proprio questa
capacità di condividere con il suo popolo gioie e dolori ha reso
la figura di Arafat indissolubile da quella della Palestina. Un
legame strettissimo. E questo è stato il motivo che ha condotto
Sharon ad una scientifica guerra personale contro Arafat:
attaccare e delegittimare il Presidente dell'Anp significava
delegittimare i diritti stessi del popolo palestinese.
Assediarlo a Beirut, impedirgli di uscire dal suo quartier
generale a Ramallah, significava tenere prigioniero un intero
popolo. Le sue privazioni erano le privazioni della sua gente.
L’immagine di Arafat malato in un letto del
reparto di terapia intensiva di Parigi rappresenta ancora una
volta la condizione del suo popolo. Un popolo in difficoltà
schiacciato da decenni di occupazione. Un'occupazione che
rischia di infettare la società palestinese. Le difficoltà dei
medici a curare Arafat sono le stesse difficoltà della società
civile palestinese di darsi un futuro oltre la leadership di Abu
Ammar. Noi possiamo aiutarli. E lo faremo sabato 13 novembre
sfilando a Roma a fianco del popolo palestinese chiedendo una
pace giusta per i popoli di Israele e di Palestina ed esprimendo
tutto il nostro affetto verso Abu Ammar. Del resto è risaputa la
leggenda di Mister Palestina e delle sue proverbiali sette vite.
Le stesse sette vite che oggi deve dimostrare di avere anche il
popolo palestinese. Sette vite per sconfiggere il muro
dell'apartheid, l'occupazione delle loro terre, le loro
divisioni. Sette vite necessarie per raggiungere il traguardo di
uno Stato palestinese libero e indipendente. |