IRAQ: Per tutti i morti innocenti

Il nostro dolore non sia veleno.
Subito il ritiro dei soldati italiani

 

di Jacopo Venier

Da "La Rinascita della Sinistra"
del 3 settembre 2004

 

La prima vittima della guerra è la verità. Solo partendo da questa premessa si può provare a ragionare a mente fredda anche in presenza del peggio del peggio. Di fronte a noi, infatti, non c’è una spontanea catena di eventi da commentare ma il dispiegarsi di strategie che hanno messo in conto le emozioni e su queste lavorano. Gli uomini di pace dovrebbero essere più freddi, lucidi e determinati degli uomini che pianificano e gestiscono questa orrenda carneficina. Se non sarà cosi è probabile che le gocce di veleno che vengono versate nelle vene del nostro popolo non troveranno gli antidoti necessari. L’uccisione di Baldoni può sembrare insensata. È folle uccidere un uomo di pace, un coraggioso giornalista che era in Iraq solo per descrivere le sofferenze di quel popolo, per farne capire le ragioni. Non hanno senso le modalità della gestione del sequestro. Per ottenere un effetto significativo sull’opinione pubblica serviva più tempo ed una “gestione politica”. Invece tutto è precipitato in poche ore dentro un’atmosfera agostana e distante.

Certo la casualità può ovviamente averci messo del suo. Contano però gli esiti dei fatti e come questi sono gestiti dai protagonisti o da chi si inserisce sopra gli eventi. Dobbiamo quindi capire quali effetti si cerca di indurre sull’opinione pubblica con questo omicidio. Il messaggio è chiaro. Non si fanno distinzioni. L’obiettivo è l’Italia e non una sua parte. Tutti noi siamo obiettivi persino quando operiamo per soluzioni di pace. Rispetto alla gestione dei primi ostaggi ed anche al cosiddetto ultimatum di ferragosto la situazione è cambiata Prima questi assassini (o chi si maschera dietro a loro) indicavano come obiettivo quello di una modifica della situazione politica italiana al fine (presunto) di ottenere il ritiro delle truppe di occupazione. Inoltre l’uccisione di un giornalista indipendente, di uno che le notizie se le andava a cercare e non le chiedeva agli addetti militari o alle fazioni, è un messaggio altrettanto chiaro ed esplicito. L’effetto cercato è il compattamento del campo avverso, il prevalere di una logica tribale e di guerra, lo sgretolarsi del fronte della pace in nome di un comune nemico "barbaro". Non a caso quindi la "logica" degli assassini ha trovato corrispondenza tra chi, qui da noi, cerca di far vivere il proprio fondamentalismo,  riesumando scontri di civiltà come ha fatto Marcello Pera oppure scatenando una miserabile speculazione sull’ostaggio “pacifista”. Questo schema è molto simile a quello che ha mosso il nostro terrorismo interno e, anche in quel caso, è stato molto utile a coloro che dicevano di voler abbattere. Ora cosa stia succedendo realmente in Iraq lo sanno (forse) solo i servizi segreti di tutto il mondo. Solo queste strutture hanno le informazioni per sapere chi siano realmente i protagonisti che si mascherano dietro i cappucci neri. È quindi ancora più chiaro che l’agenda del popolo della pace non deve essere condizionato da questi eventi, pur terribili e drammatici.  Lo dico anche nel caso che gli eventi siano utili a dimostrare le nostre ragioni. Noi dobbiamo proseguire nel chiedere l’uscita dalla guerra e quindi il ritiro. Una manifestazione  nazionale per il ritiro è oggi l’antidoto necessario ad attivare energie positive che impediscano alla logica della guerra di prevalere nei nostri cuori  prima che nelle nostre teste. Appuntamento quindi a Roma e sino ad allora tutti a raccogliere le firme sulla petizione per il ritiro.



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