|
La prima vittima della guerra è la verità. Solo
partendo da questa premessa si può provare a ragionare a mente
fredda anche in presenza del peggio del peggio. Di fronte a noi,
infatti, non c’è una spontanea catena di eventi da commentare ma
il dispiegarsi di strategie che hanno messo in conto le emozioni
e su queste lavorano. Gli uomini di pace dovrebbero essere più
freddi, lucidi e determinati degli uomini che pianificano e
gestiscono questa orrenda carneficina. Se non sarà cosi è
probabile che le gocce di veleno che vengono versate nelle vene
del nostro popolo non troveranno gli antidoti necessari.
L’uccisione di Baldoni può sembrare insensata. È folle uccidere
un uomo di pace, un coraggioso giornalista che era in Iraq solo
per descrivere le sofferenze di quel popolo, per farne capire le
ragioni. Non hanno senso le modalità della gestione del
sequestro. Per ottenere un effetto significativo sull’opinione
pubblica serviva più tempo ed una “gestione politica”. Invece
tutto è precipitato in poche ore dentro un’atmosfera agostana e
distante.
Certo la casualità può ovviamente averci messo
del suo. Contano però gli esiti dei fatti e come questi sono
gestiti dai protagonisti o da chi si inserisce sopra gli eventi.
Dobbiamo quindi capire quali effetti si cerca di indurre
sull’opinione pubblica con questo omicidio. Il messaggio è
chiaro. Non si fanno distinzioni. L’obiettivo è l’Italia e non
una sua parte. Tutti noi siamo obiettivi persino quando operiamo
per soluzioni di pace. Rispetto alla gestione dei primi ostaggi
ed anche al cosiddetto ultimatum di ferragosto la situazione è
cambiata Prima questi assassini (o chi si maschera dietro a
loro) indicavano come obiettivo quello di una modifica della
situazione politica italiana al fine (presunto) di ottenere il
ritiro delle truppe di occupazione. Inoltre l’uccisione di un
giornalista indipendente, di uno che le notizie se le andava a
cercare e non le chiedeva agli addetti militari o alle fazioni,
è un messaggio altrettanto chiaro ed esplicito. L’effetto
cercato è il compattamento del campo avverso, il prevalere di
una logica tribale e di guerra, lo sgretolarsi del fronte della
pace in nome di un comune nemico "barbaro". Non a caso quindi la
"logica" degli assassini ha trovato corrispondenza tra chi, qui
da noi, cerca di far vivere il proprio fondamentalismo,
riesumando scontri di civiltà come ha fatto Marcello Pera oppure
scatenando una miserabile speculazione sull’ostaggio
“pacifista”. Questo schema è molto simile a quello che ha mosso
il nostro terrorismo interno e, anche in quel caso, è stato
molto utile a coloro che dicevano di voler abbattere. Ora cosa
stia succedendo realmente in Iraq lo sanno (forse) solo i
servizi segreti di tutto il mondo. Solo queste strutture hanno
le informazioni per sapere chi siano realmente i protagonisti
che si mascherano dietro i cappucci neri. È quindi ancora più
chiaro che l’agenda del popolo della pace non deve essere
condizionato da questi eventi, pur terribili e drammatici. Lo
dico anche nel caso che gli eventi siano utili a dimostrare le
nostre ragioni. Noi dobbiamo proseguire nel chiedere l’uscita
dalla guerra e quindi il ritiro. Una manifestazione nazionale
per il ritiro è oggi l’antidoto necessario ad attivare energie
positive che impediscano alla logica della guerra di prevalere
nei nostri cuori prima che nelle nostre teste. Appuntamento
quindi a Roma e sino ad allora tutti a raccogliere le firme
sulla petizione per il ritiro. |