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Salvate Arafat e con
Arafat salvate la possibilità della pace. L'iniziativa di un
appello per la difesa della vita del presidente palestinese ha
la forza rivoluzionaria delle cose semplici.
Se la politica smettesse
di voler nascondersi di fronte alle proprie responsabilità
sarebbe infatti chiaro come la priorità assoluta per chiunque
voglia contribuire a rimettere in moto la ricerca di una
soluzione alla tragedia medio orientale deve essere oggi la
difesa, anche fisica, di Arafat. Siamo ad un momento cruciale in
cui tutto è possibile. L’uccisione di Yassin è infatti la
dimostrazione che ci troviamo ad un punto di non ritorno. Solo
l’assuefazione all’orrore ci può portare a sottovalutare la
portata di ciò che è accaduto e le conseguenze di questo atto
criminale.
In queste ore è probabile
che si stia organizzando una terribile rappresaglia. Ancora una
volta vite innocenti sono appese a fili invisibili che verranno
presto spezzati. I cinici giocatori di questo tragico gioco
giocano al rialzo perché, avendo imposto la logica della faida,
sanno che tanto più alto sarà l’esito tragico del prossimo
attacco tanto più clamoroso dovrà essere il nuovo colpo. La
destra israeliana e palestinese giocano la stessa partita.
Seduti attorno ad un tavolo programmano e votano la morte di
altri esseri umani. Il terrore per loro è un fatto "politico"
utilissimo per spostare il terreno dello scontro dal piano
politico a quello religioso. Sharon e Hamas negano l’altro e
quindi non devono consentire alcun terreno di incontro
possibile. Da un lato i terroristi dall’altro l’entità sionista;
da un lato gli ebrei dall’altro i mussulmani; è questa logica
binaria che, secondo le destre, deve guidare la mente ed il
cuore degli uomini. Per questo insieme odiano Arafat. Arafat è
infatti, nel bene e nel male, il simbolo detta politica, della
mediazione, della trattativa. Arafat è stato il comandante
militare dell’Olp ma è anche l’uomo che ha riconosciuto lo Stato
di Israele, Arafat è il discusso Presidente della gestione del
dopo Oslo ma anche un simbolo vivente di resistenza, chiuso
nella sua prigione diroccata, il capo carismatico che risorge da
ogni sconfitta. Insomma cancellare Arafat è stato ed e un
obiettivo di tutti coloro che non vogliono la pace e quindi non
vogliono lo stato di Palestina.
Per questo, oggi come non
mai, noi stiamo con Arafat e crediamo che sia necessario
stringersi intorno a lui ed al suo popolo per proteggerlo con le
sole armi di cui dispongono i popoli, l’amicizia, la
solidarietà, il riconoscimento sincero della sua grande
personalità. Invece di discutere di improbabili associazioni di
Israele e Palestina all’Europa dovremmo far applicare gli
accordi attuali che vengono puntualmente disattesi. Se i popoli
possono rispondere solo con la propria "tenerezza" reciproca gli
Stati avrebbero invece la responsabilità di imporre la fine
dell’occupazione, la fine degli omicidi, delle rappresaglie
collettive, delle distruzioni, della costruzione del muro dentro
il territorio palestinese.
L’indifferenza in politica si nasconde dietro la passività o l’irrealismo.
Noi che odiamo gli indifferenti dobbiamo oggi fare di tutto per
rendere “inutili” i prossimi morti, per “proteggerli” da chi ha
pianificato la loro fine, dai corvi e dagli avvoltoi. Dobbiamo
dimostrare che la forza della giustizia prevale sulla logica del
sangue e per questo oggi, subito, l’Europa deve dichiarare che
Arafat è il proprio unico interlocutore, che è pronta da subito
a riconoscere la Palestina sui confini del '67. |