NO alle truppe italiane in Iraq

L'intervento di Diliberto alla Camera contro il rinnovo della missione in Iraq
 

Ufficio stampa

Roma, 10 febbraio 2004

 

Signor Presidente,

colleghi,

i Comunisti italiani voteranno con convinzione contro il rinnovo della missione in Iraq. La nostra presenza in territorio di guerra è illegale dal punto di vista del diritto internazionale, in contrasto con l'art. 11 della Costituzione italiana e profondamente sbagliata sul piano politico.

La guerra ha di fatto sostituito la politica estera. Guerra non solo preventiva, ma anche permanente, strumento di dominio unilaterale sul mondo, esercizio del diritto del più forte, variante neocoloniale delle peggiori logiche imperiali.

Altro che armi di distruzione di massa, o difesa dei diritti umani, o liberazione da un dittatore! E' una sporca guerra del petrolio e per l'egemonia in un'area chiave del mondo.

Altro che guerra al terrorismo! Il terrorismo è aumentato vertiginosamente: perché alla guerra permanente si oppone il terrorismo permanente, questa sorta di guerra globale non convenzionale, che sta segnando di sé un'intera generazione.

Palestina, Afghanistan, Iraq. Nessuno dei problemi aperti è stato risolto. Si muore, si uccide e ci si uccide: a decine, talvolta a centinaia, tutti i giorni. Il mondo è ogni giorno di più un orrendo mattatoio.

L'Italia è in Iraq agli ordini dell'amministrazione Bush. Decenni di cooperazione e di pace con il mondo arabo, di tessitura paziente di rapporti e di amicizie nell'area del Mediterraneo, sono andati in fumo. Non siamo più alleati degli Stati Uniti. Siamo sudditi. E dunque esposti alle medesime rappresaglie, a rischi altissimi.

Nassiryia si spiega così. I nostri soldati sono stati mandati allo sbaraglio, senza alcuna copertura politica o diplomatica, senza adeguato supporto di intelligence. Il massacro dei nostri uomini ha dunque un responsabile preciso. E' il governo che ha la responsabilità politica e morale di quelle morti. Non ci stancheremo di ripeterlo.

Chiediamo il ritiro immediato delle nostre truppe, che occupano uno stato straniero, agli ordini di generali stranieri. Ritiro immediato. Le truppe attuali di occupazione siano sostituite da truppe dell'Onu, queste sì veramente di pace, delle quali non facciano parte soldati delle potenze che hanno scatenato la guerra: truppe neutrali, dunque, non odiate dalla popolazione, che restituiscano al più presto la piena dignità nazionale e l'indipendenza all'Iraq.

Noi voteremo dunque convintamene contro. E non comprendiamo - lo dico con rispetto e in amicizia - non comprendiamo come forze politiche della sinistra e del centro-sinistra, che hanno manifestato insieme a noi contro questa sporca guerra, possano fare una scelta diversa. La decisione dei partiti che costituiranno la lista a tre per le prossime elezioni europee, la decisione di non partecipare al voto finale, a me sembra contraddittoria e sbagliata.

È il nostro popolo, a chiederci di votare contro questa missione di guerra. E' il popolo della pace, quello che ha esposto per mesi le bandiere della pace alle finestre delle proprie case, quello che il prossimo 20 marzo scenderà ancora una volta per le strade, a chiedere che l'Italia si ritiri dall'Iraq.

Ma proprio questa diversità di voto, tra noi che voteremo contro il rinnovo della missione e chi si asterrà dal voto, ci consegna un problema politico.

Perché viviamo un paradosso. Dentro la lista unitaria le divisioni politiche sono evidenti: dalla guerra alle pensioni, dalla giustizia alle gabbie salariali. Eppure, fanno la lista insieme.

Viceversa, a sinistra della lista unitaria - che inevitabilmente è e sarà ad egemonia moderata - nonostante siamo tra noi d'accordo su quasi tutti i grandi temi, ad iniziare dalla pace, non si riesce ad aprire un processo unitario. Comunisti italiani, Rifondazione, Verdi, lista Di Pietro-Occhetto e tantissimi movimenti, associazioni, singole personalità anche di altri partiti della sinistra sono schierati per il no alla guerra, senza incertezze o ambiguità.

Possibile che non si riesca a fare un accordo anche noi? Noi lo proponiamo con convinzione. E'il tema della riaggregazione a sinistra. Il tema di unificare ciò che è diviso e frammentato.

Sinistra. Che significa pace, ma anche difesa dei più deboli, del lavoro salariato come dei disoccupati, dei pensionati, di chi fa fatica ad arrivare alla fine del mese.

Per questo abbiamo proposto che tutti coloro che sulla pace e sulle questioni sociali e dei diritti sono d'accordo, tutti coloro che oggi, in quest'aula, voteranno contro la guerra, bene, tutti costoro possano ritrovarsi in un'unica lista di sinistra alle prossime elezioni europee.

Abbiamo proposto - e lo ribadiamo in quest'aula - che a gestire questa operazione politica siano personalità fuori dalle nicchie dei rispettivi partiti, per coinvolgere le associazioni e i movimenti della pace. Vi chiediamo, cari compagni ed amici, un gesto di apertura e di generosità politica, che superi gli egoismi di partito. Noi siamo pronti.

Riproponiamo questa ipotesi. Abbiamo avuto sinora risposte negative. Ce ne dispiace. Non comprendiamo perché a sinistra si debba continuare in una logica di divisione.

C'è la possibilità di invertire, per la prima volta, questa logica. Possiamo unirci.

E d'altra parte, di fronte a temi enormi come questi, di fronte al tema gigantesco della pace e della guerra, a me viene spontanea una domanda, che prendo in prestito dal titolo di un libro di un grande scrittore: cari compagni e cari amici, se non ora, quando?



I militari italiani devono lasciare l'Iraq
di Oliviero Diliberto

Ufficio stampa

Militari in Iraq,
primo esempio di colonialismo italiano dopo gli anni '30
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