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Il tema del congresso nazionale del Pdci, “al lavoro per la
sinistra”, è l’agenda del nostro impegno: restituire ad ub
universo di invisibili una rappresentanza politica
autonoma. In primo luogo i salariati delle imprese: operai
massa, specializzati, tecnici, impiegati. Il frastagliato mondo
dei precari, quelli che, se passa il progetto del governo, non
avranno mai una pensione pubblica. Ma anche fasce di lavoratori
autonomi, e, fra questi, coloro che in realtà dipendono
dall’impresa non avendo però da questa né contributi né
assistenza né niente di niente. Invisibili: scomparsi
dalla politica pur essendo nella società i protagonisti, perché
produttori e consumatori. Diciamocelo chiaro e tondo: le
lavoratrici, i lavoratori e le loro famiglie sono la spina
dorsale dell’Italia che vorremmo ricostruire dopo questi anni di
devastazione sociale dell’estrema destra che governa. Il suo
fallimento è la bancarotta del liberismo selvaggio. Per loro,
meglio, con loro, occorre ricostruire la rappresentanza
politica.
Cos’è questa, se non una sinistra rinata, ove noi
Comunisti italiani, mantenendo la propria identità, ne siamo il
lievito ? Può essere che ne diventiamo l’elemento ordinatore.
Non abbiamo, sia chiaro, alcuna intenzione di piantare
bandierine, di imporre supremazie. Sarebbe stupido ed in ultima
analisi controproducente. Ma siamo consapevoli, ed orgogliosi,
di essere stati i primi ed i più coerenti assertori della
ricostruzione di una sinistra politica che accetti la sfida dei
cosiddetti riformisti, salvaguardando un’ampia alleanza
democratica per cacciare Berlusconi e dare finalmente all’Italia
un governo della trasformazione.
Lavoro e unità della sinistra, quindi, ma
iscritti in una costellazione di valori in cui la stella polare
è un nuovo antifascismo. Siamo rimasti pressoché gli unici a
difendere e a rappresentare una generazione di partigiani
umiliati e offesi da torrenziali fesserie, falsi storici e
opportunismi di ogni sorta che, disgraziatamente, hanno
contaminato parte della sinistra. Se oggi noi possiamo
inaugurare il congresso nazionale a Rimini, invece che a Lione,
lo dobbiamo a loro, a quell’idea di libertà, di Patria e di
Repubblica che hanno conquistato col sangue. Ma sappiamo che
l’attacco ai partigiani e all’antifascismo tende a cambiare
l'Italia di domani, ad avviare una rifondazione dello Stato
costituzionale che lo porti fuori da quell’idea di democrazia
partecipata e progressiva su cui si è incardinato l’ultimo mezzo
secolo. Non era il Pci di Enrico Berlinguer che, a metà degli
anni 70, aveva messo all’ordine del giorno "una nuova tappa
della rivoluzione democratica e antifascista"? L'orizzonte della
nostra politica guarda lontano, nel tempo e nello spazio. Guarda
l'Europa e il mondo, Sappiamo che sarà una strada lunga,
difficile e tortuosa, perché il compito immane dei popoli del
mondo è quello di combattere contro le mostruose disuguaglianze
ed ingiustizie sociali causate dalle forme contemporanee che ha
assunto il capitalismo nell'economia, nella politica, nella
cultura. Ma è proprio la dilagante ineguaglianza sociale che
determina una simmetrica domanda di tanta parte dell’umanità.
Una moderna domanda che ieri ha mosso l'Ottobre 1917, la Comune
di Parigi del 1871, la Francia del 1789. Si chiama uguaglianza.
È lì, nella Costituzione, ove si afferma che la Repubblica
rimuove gli ostacoli che limitano di fatto l’eguaglianza dei
cittadini.
È la nostra
bandiera. Ecco ciò che sono e che saranno i Comunisti italiani.
Ed ecco la sfida che lanciamo dal nostro Congresso nazionale. |